Vizi e virtù d'illustri famiglie
Lucreazia D'Alagno

 

[…]
A questo termine giunti della narranza, non possiamo sottrarci al ricordo del mio titolo, che di Virtù e Vizi si compone. E perché di famiglie scriviamo e non di popoli, venimmo man mano analizzando l’indole dei nostri personaggi, e il lettore bene avrà scorto  come della Lucrezia singolarmente, senza la forma di libello, sponemmo le qualità, gl’istinti e gl’indeclinabili esaltamenti.
Minore agio avemmo a descrivere il genitore: or bene quest’uomo non può restare al guardo dei nostri lettori, come figura staccata semplicemente (un pittore direbbe), per tono di colore. Giustizia vuole che lo si contorni con bel disegno, e l’organismo della sua nobile persona si mostri. L’analisi e la sintesi non debbono essere straniere a questa forma di novellare storicamente, che messer Boccaccio avrebbe di certo adottato, se vissuto fosse a’ nostri giorni.
 

Niccolò D'Alagno

 

 

Niccolò d’Alagno erasi allegrato alla prima vista del RE.
Cresciuto alla scola dell’onore serbava egli spiriti bellicosi ed anima ardente. Educato in città repubblicana, qual’era Amalfi, aveva apparato a trattar lancia, balestra e arcobuso, né però era profano agli studi ed alle lettere nelle quali avea la figliuola educato.
Repubblicano serviva un re, ma non da schiavo, da cavaliere lo serviva. Non ausato a simulare, stentava a credere in altri la finzione. Il mare di Amalfi gli avea gittato sul volto i suoi sbuffi e le sue spume.
Il vento della tempesta aveva cacciato indietro i suoi copiosi capelli, ma si era fermato sul suo petto. Navigando per passione e per esperimento di bravura si piccoli palischermi, aveva imparato che il mare depone se non un dì, l’altro la sua fierezza e il suo vigore; l’uomo volente, no. Aveva imparato che la costanza dei suoi propositi è prima virtù, e la costanza tocca solo la meta, schiacciando nei formidabili suoi passi, l’inerzia, la nequizia, il dubbio.
Quel mare che eragli stato maestro nella vita, aveva sveltito il suo corpo e ravvigorito sue membra. Di alta persona e quasi vellutato di folto pelame nel volto, sul petto, alle braccia, su alle gambe, tutto che segno fosse di età non fresca, ma virile, mostrava chiaro ed aperto, come il pensiero che pria della parola gli si scopriva in sembiante.
Il nuoto, la caccia eran suoi allettamenti; ma più il nuoto per lo quale talvolta sfilava a paro di rapido palischermo. Nuotatore esimio singolare, non aveva altri (e poni anche fra questi marinai) che egli potessero tener piede defilando sull’acqua. Direi, se consentita mi fosse l’espressione, che scivolando sull’acqua veleggiava; e svolgendosi sui lombi di traverso e destreggiandosi nel finto abbandono di morto corpo per sostare e riprender forza, mettea di se maraviglia non solo fra le genti a riva, ma tra tutti gli allegri portatori di agili barchetti, ai quali innanzi passava, facendo schiumar l’acqua sotto la projezione dell’erculeo suo braccio.
Talora udivi tra marinai o meglio fra l'uno e l'altro battello velato che stentava a pigliar vento:
- Guarda, guarda, passa Niccolò.
- Passa Niccolò pesce

E un gran pesce parea pel lungo corpo che il pelame facea squamoso in sull' acqua.
Così sulla superficie ondosa o sul mare velivolo, come direbbe Virgilio, l suo avanzarsi da lunge era visto e salutato da quanti avea frequentatori ed amatori l'amena spiaggia di Torre. Egli avea fatto nuotatrice anche la sua Lucrezia, e  tutti ricordavano il giorno in che presala bambinella e tutta nuda sulle braccia, così rosea e paffutella ch'era un amore a guardarla, in mare la lanciava lontano, e giù a capo chino la ripigliava in un attimo
- Oh m' hai fatto pianger babbo, dicea la bella creatura
- E tu, rispondeva il padre, m' hai fatto pianger tu pure, ma spero non vi piglierai gusto a farmi piangere...

Oh povero padre, oh marino illustre: il mare non t'aveva ancora insegnato che si piange vecchi con lacrime copiose meno, ma più corrodenti.

E Niccolò amò la sua nuotatrice e l’adorò come figlia: tutto volle che imparasse, ma non gli riuscì mai di recarla seco, quando egli tuffava, tutta intera la persona nell' acqua e viaggiava quasi non visto di sotto alla corrente.
Il suo fiato allora tenea la corda per lungo tratto, anzi ei lo tenea per tal modo dentro il suo petto compresso, che, visto il punto donde era partito, e visto il punto ove giungeva, quel transito occulto, che oggi diremmo telegrafico, diveniva un portento di sveltezza.
Egli recava notizie sott' acqua, scandagliava fondi, legni, ancore e catene, esaminava e studiava le fondamenta degli edifici, passava da riva a riva negli stretti, e tutti lo salutavano
Niccolò pesce).
Aveva anche discepoli in quell'arte di far servire l'onda ai suoi passi, e però tutta la costiera riverivalo, e Amalfi lo alzava al cielo.
Chi potea dunque meglio di Niccolò guardare lo coste e gli approdi?..

Però si piacque delle parche lodi reali; delle soverchie lodi si spiacque.
Gli occhi balenanti del Re gli parvero trafitture, le troppe cortesie l'oppressero.


Perdè le forze, quando stimò possibile la negazione del dritto di padre. Fu preso da vertigine, cercò il letto, vi cadde sopra.
Nel breve assopimento vide fantasmi tetri. Torre Ottava giravagli attorno, ed una croce surgea nel centro ... quella che brillava sul petto del Re, e che dovea brillar poi sul petto della figliuola.
Croce di smeraldi e rubini. Croce infame!
Essa illuminava la figlia ed oscurava il padre.
 
No, il padre non era uomo da lasciarsi oscurare. Egli parlò alla figlia, e le fece sentire l’impulso del dovere.
Però non eragli bastata forza a seguir la figliuola sino a Cava; anzi quando più non la vide al suo fianco sospirò, sgravandosi di quell'incubo, e tra sè medesimo mestamente così favellò:
- Perduta ... ma lontana da me !
 
Lontana! E il vecchio soldato, uomo di mare, per isvago lancia vasi tra flutti, indi ascendeva il pittoresco monte di vegetazione bruciata e a gran passi incontrava nella chinata il sole; e sempre mestamente esclamava:
- Oh sole, folgorante astro della mia vita, sole delle mie battaglie, sole della mia fedeltà: io veggoti tramontare ogni dì e mi compiaccio del tuo tramonto e mi allegro, perocchè giorno verrà ch' io più non ti vedrò e tramonterò anch' io... Sì tramonterò, e solo, spero, disteso in sulla polvere dei campi, posando il fianco sulla mia vecchia spada; io tramonterò solo nè desiderio alcuno a me resterà, quello neppure dei figli miei...  Oh no, gioiscono essi del disonore, vendono le grazie della sorella, schiantano una casa povera e onesta per formarne una ricca e potente ... Oh Dio, padrone di tutti, posa ancora la tua mano sulla fronte del vecchio che sì spesso l'ha bassata innanzi a te, e fa che la tua mano suprema, standomi sul capo, sperda nella mia mente il pensiero
della vendetta.


Eran questi i parlari che Niccolò d'Alagno faceva tra sè e se.
 
[…]


Orione

 

Qual' era dunque il segreto?
Lucrezia, vuolsi, fosse stata anche non da presso spettatrice del fatto. Aveva ella travisto nel corpo della belva assalitrice quello del padre?
Sì’ nella faccia, mutata, alterata, sformata ella avea osservato qualche rassomiglianza qualche identità con la faccia del padre!
I fratelli che si eran gettati addosso all'aggressore, e lo avean lasciato in potere dei marinai, meno di lei forse lo avean osservato, ma quando ella aperse ai fratelli l'animo suo e per mo' di dire, tradusse i suoi sospiri in parole, quelli piansero, volarono all'antro...
Che cosa avvenuto fosse dell'uomo giudicato belva non si seppe. Solo vagamente si udiva mormorare che la navigazione del re era stata assai prospera e giuliva, e la sua abilità di timoniere apparsa era sì certa e portentosa,.. che Orione stesso, Deità marina, ai navigatori e commercianti propizia, erasi presentato in sulla incantevole spiaggia di Sorrento ad incontrare il re ed abbracciarlo. Oh poesia della storia!

La memoria del fatto passò dunque sotto questa forma ai popoli sempre felicemente gabbati dai principi e da sedicenti tutori dei Popoli. Non fu minaccia di vita per Alfonso lo sbarco di Sorrento, fu certezza di gloria.
Ma il pugnale e il grido e la persona e il volto?...

Lettore, odi la parola del tuo vecchio narratore, e non indagar più oltre del tuo naso:
De rege nihil, nihil, nihil.
Quando l'occhio tuo vede qualche cosa che lo scandalizza, cavalo, così dicono le sacre carte, ma tu risponderai:
- Contate queste frottole ai gonzi;
io guarderò sino che avrò pupille.  

Ed io. Vuoi guardare? dunque guarda all'angolo di un vecchio sedile del popolo, là dove la via Mezzocannone tronca quella dei Mercanti:
vedrai sopra un muro un uomo e forse un animale se vuoi, scolpito in pietra e col pugnale alla mano. Quello è Orione, deità marina.
È Orione ti dico, non già Niccolò pesce.

L'occhio de' Napolitani era costantemente volto al re, poichè fin da remoti giorni i figli di Partenope guardarono con fascino allo splendore dei troni. E sebbene molte parti del reame ab antico a repubblica si reggessero, per opera de' nostri, come è chiaro dalla lapide di Burro Brancaccio Console; pur nondimeno l'illuminato, prudente ed accorto assolutismo non ispiacque, massime quando i principi misurarono sè stessi, le forze della nazione, e non compromisero il popolo nel fatuo vivere e negli splendori di una ben vestita miseria.

La bella Lucrezia dunque non potea sottrarsi all'occhio vigile di' Partenope.
Ormai non era più il paggio temerario che andava escogitando ogni suo pensiero (il paggio spariva, nè il come e il dove sappiamo) ma era tutto un popolo che escogitava le azioni del re e della sua favorita.
Corse fama che il re, per sottrarsi a siffatta indagine ostinata, mutasse spesso vestimento e fin di un frate assumesse le spoglie, per andar securo ed inosservato a fruire le voluttà dell'amore. Vediamo Roberto angioino vestirsi da frate minore, e fra i corpi visibili nelle mortuarie casse della sagrestia di s. Domenico, qualcuno nobilissimo pure indossa abito fratesco. Si parlò fino di un regio scapolare...

Siffatta opinione diè origine ad una tradizione popolare da me spiegata, quella di Porta del monaco - abito non fa monaco - guardati dal Frate!
Lucrezia era divenuta chiave di favori, Puerta del sol. Chi per lei aveva ottenuto il privilegio della gabella sul pesce, chi quella del vino detta del quartuccio. Per quanto assumesse dignità di Regina, ma Regina non era, e la sua cocente indole immaginosa spingevala alla sovrana altezza.
Non avendo potuto indurre un Antipapa a pronunciarsi in favor di lei, deliberò dar corpo per qualsiasi modo ed effetto a quel suo concepiment
o.

[…]

 

Carlo Tito Dal Bono
Napoli
1874

 

 

 

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