Favuli morali di Giovanni Meli

Il codice marinaro
(Traduzione  de Lu codici marinaru)

In Sicilia ad ognun noto è l'antico
Nome di Cola-pesce anfibio nato
A' tempi dcl Secondo Federico:
Uomo in sostanza ben proporzionato,
Pesce per l'attributo singolare
Di starsene co' pesci in fondo al mare.
 
Ei per le immense ondose vie profonde
A dilungo scorrendo rapportava
Quanto gli offrian di meraviglia le onde,
E assai cose di sua man notava
Questa infra l'altre in man m'è capitata
Ch'egli stesso ebbe scritta e postillata.
 
In un seno del Baltico, alle spalle
D'alta montagna dentro al mar nascosa
Di coralli ferace, in chiusa valle
Vide accolta una turba strepitosa
D'insetti molestissimi forensi,
Intentare un processo in cotai sensi
 
Un grosso tonno si rinvenne ucciso;
E fur di tal delitto accagionate
Poche Sardelle che col muso intriso
Sovra d'un osso vennero trovate.
Il fisco ch'è sollecito alla prova
D'un tonnicidio ree quindi le trova,
 
E cosi le Sardelle che leccarono,
Come quelle che il grasso in becca aveano,
E quelle ancor che appena lo annasarone
Messe in un fascio tutte si vedeano:
«Osso o lisca dicea conta un bel niente
Colte in fragranti fur, quest'è evidente,
 
La nostra legge parla tondo e chiaro
Il pesce grosso mangiasi il minuto
Quivi i minuti il grosso si mangiaro;
L'ordine della legge han  sconoscìuto
Di legge ch'è per noi fondamentale
Son dunque rei di pena capitale»
 
Dei poveri entra a dir qui l"avvocato:
«Delle infelici la difesa è chiara.
Lo scheletro del Tonno è smisurato,
Essendo per lo men di tre cantara;
E tutte le Sardelle insiem pesate
E' molto se nov'once le trovate.
 
E se di maggior peso fosser elle
(Compresivi i ventragli tutti quanti
E pinne, e squame, e lische, e sugna e pelle)
S'appicchino, e ci sien tolte davanti;
Ma se non puon nov'oncie oltrepassare
Quel tonno ove se l'ebbero a ficcare?»
 
Il fisco ripigliò: «Pesi e misure.
Per niun conto le son cosa legale;
I venditori se ne valgan pure,
Ma questa nostra è causa capitale
N'è il fatto di color può mai valere
Una legge solenne a far cadere.
 
E, dato che innocenti abbiansi a dire.
Del tonnicidio, è un punto convenuto,
Che dove il grosso va mangiando, ardire
Non mai di pur leccare abbia il minuto...»
«Questa, l'altro dicea, nol niego è colpa;
Ma qui trattasi d'osso e non di polpa»
 
Di qua di là molto si disse, e testi
In gerghi ultramarin venner citati;
E furo addotti codici e digesti.
Da Pescicani e Cernie commentati
Portarono fatti, e tanto forviarono
Che al tutto fuor della quistion balzarono.
 
Sedean colà pro tribunali i Granchi,
E un di lor presiedea de' più furboni;
Tutti a due morsi acciò che l'uno abbranchi,
L'altro innesti bugie, storca ragioni:
Con otto artigli al destro lato e al manco,
Di fronte agguìndolavano e difìanco.
 
Al divino sinedrio, eccettuati
I sommi sacerdoti, altri non giunge;
Vo' dire  i compatroni e gli avvocati:
Tengonsì i curiali un po' più lunge,
A coronar le vittime di fiori,
Ed a succhiarne i lor vitali umori,
 
Il rimanente è  poi volgo profano
Che por non de' nel santuario il piede,
O ammesso è solo in loco fuor di mano
Dond'e' riguarda alla suprema sede,
Che dispon della vita, e insiem di quanti
Beni ciascun di posseder  si vanti,
 
Poi che a discuter stettero un gran pezzo
Da una parte e dall'altra gli avvocati,
E che il fisco alle stragi ognora avvezzo
Or li voleva appesi, ora squartati:
«Vadan via tutti», i giudici gridarono
E in secreto consesso e' si restarono.

Fu allora che sposando alla prudenza
Il riguardo alle lor proprie fortune,
Si consultàr sul codice, ma senza
Un briciolo di senso il più comune,
Non volendo avvilirsi a ragionare
Come l'insano volgo usa di fare.

Dicevano oltre ciò: «Se consultata
Vogliasi la ragione un cotal poco,
Tutta quanta la curia è rovinata,
Ed al foro legal non riman loco;
E qualsivoglia uom vile ed abbietto
Nel nostro santuario avrà ricetto.

Chi 'Tonno divorasse veramente
Cercando, ìnevitabil ne sovrasta
L'odio del pesce-cane oggi potente:
Diasi in costor quindi un esempio, e basta!
Se leccàr, se odoraro è da far caso,
Che son sensi non meno e bocca e naso»
 
Con queste sante riflessioni e giuste
Il testo aperto innanzi agli occhi avendo
La sentenza con spine di locuste
D'uno scoglio sul liscio andàr scrivendo;
Che aveva un ita quod in appendice
Che in gran parte l'inferma e contraddice:
 
«Si assolvan le Sardelle dalla morte
lta quod
, non possano campare;
A tal fine le squame ed ogni sorte
Di grasso e sugna e pelle divorare
Debbasi il fisco: e, vengano in ingrati
Lontani lidi i  resti rilegati»
 
Tal sentenza riguardo a quel fatale
Codice, parve d'equità vestita;
Però certuni dissero, che male
L'equità fosse stata compartìta;
Chè invece di distinguer le persone
Fiutatori e lecconi in fascio pone.
 
Dopo un brev'anno, ahi! misere Sardelle!
In fra carceri, strette ed oppressure
Di voi che fu? Parte di lisca e pelle
Informata apparia; di queste pure
L'altra vedeasi a breve andare orbata
Dagl'insetti flscali in via sbranata.
 
Del codice a rigor cotesti insetti
Non potean le Sardelle divorare;
Ma per virtù del rito a cui son stretti
impunemente puon fare e disfare:
Chi un tal rito pertanto oggi professa
Da più si tiene della legge istessa.
 
Propose Cola una difficoltà:
«Se qui la forza è quella che prevale
A che tante inventar formalità,
Giudici, foro e codice legale?»
Ed ecco che una Triglia alla proposta
Si fe' a dir categorica risposta:
 
I Granchi avvezzi a perder le giornate
Le Padelle a insidiar tra le scogliere
Non avendo a seguir Acciughe e Orate
Nè accortezza, ne lena, nè potere
Un sistema ideàr di cotal sorte,
E poscia nel proposero al più forte.
 
Dimostrandone l'utile e il profitto;
Chè quando colla forza hanno di fatto
Convenìa che l'avesser di diritto
Appoggiato da un codice e da un patto;
Sicchè  i nepoti meno accorti e saggi
Degli avi aver potessero i vantaggi.
 
E quei che i  figli lor, i lor nepoti
Si videro per dritto assicurati
A dar la sanzion, vennero a' voti;
E a' Granchi ch'hanno morsi sterminati
Ad una voce tosto si propone
Che affidata ne sia la esecuzione.
 
I quali tosto a esagerar si fanno
Provando evidenza il gran vantaggio
Che dà il codice a' grandi, e il minor danno
Possibile ad ogni altro. E tanto saggio
Si giudicò dalla corteccia in fuora
Che fu adottato, e osservasi tuttora»

 

 

 

Traduzione di
Giuseppe Gazzino da Genova
 

 

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