Il Dittamondo - CAPITOLO XXVII

Di Federico II , e de' suoi figliuoli,
in fine dei fatti di Firenze

 

Trenta volte quaranta e venti piue
D'anni correva allora ch'il secondo
Fedrico poi incoronato fue.
Costui vid'io grazioso al mondo,
Largo con bei costumi ed alto cuore,
Ed in scienza sottile e profondo.
E più mostrato avrebbe il suo valore,
Non fosse stato Onorïo e Gregoro,
Che mal seguir in lui lo primo amore.
 

Quel ch'io dico or nota, e non sii soro:
Per dar esempio a molte lingue adre,
Che dar crude bestemmie ai figli loro,
Nicola bestemmiato dalla madre,
Ch'ei non potesse mai del mare uscire,
Convenne abbandonar parenti e padre.
E poi volendo al precetto ubbidire
Di Federico, nel profondo mare
Senza tornar mai su si mise a gire.

In questo tempo, che m'odi contare,
Michele Scotto fu, che per sua arte
Sapeva Simon Mago contraffare,
E se tu leggerai nelle sue carte,
Le profezie ch'ei fece troverai
Vere venire dove sono sparte.
In questo tempo udii novelle assai
De' Tartari, di cui presi gran dubbio,
E gli Ungar ne sentir tormenti e guai.
E certa sono, e qui nol pono il dubbio,
Che 'l danno n'era più che la paura,
Non fosse stato il fiume del Danubbio.
Ben vo' che pogni a quel ch'or dico cura
Che sol per un cagnuol, che fu una beffe,
Si mosse sdegno e guerra ch'ancor dura,
Se 'l sai non so, dico dal Pi all'Effe,
Tra quai di Falterona un serpe corre,
Che par che il corpo di ciascun accesse.
O quanto è saggio l'uomo, che sa porre
Freno alla lingua ed alla mano ancora,
E che per fallo altrui sì non trascorre!
In questo tempo appunto ch'io dico ora,
ch'assai Borgogna e Brescia pianse allora.
E fu trovato nel centro di un sasso,
Ch'era senza rottura intero tutto,
Un libro grande d'assai bel compasso,
Dentro dal quale in breve era costrutto
Da Adam infino al tempo d'Anticristo
Ciascuna profezia che porta frutto.
E nella terza parte ancor fu visto
In erbraico, in greco, in latin scritto:
"Della Vergin Maria nascerà Cristo
Ed io, che che son in questo sasso fitto,
Sarò trovato al tempo che Ferrante
Re di Castiglia fie nomato e ditto"
Qui torno al mio signor, che un diamante
D'animo fu. ch'oltra mar fé 'l passaggio,
Vincendo molte delle terre sante.
E più avrebbe fatto nel viaggio,
Se rubellato non gli fosse stato
Il regno tutto, ch'era suo retaggio.
Volsesi iaddietro, e poi che fu tornato,
Tal lavoro fe' de'  molti che il tradiro,
Che non parve giustizia, ma peccato.
E così venne di Leone un tiro,
Morse la vipera e la capra, e poi
Fece a Flamminia portar gran martiro.
Fieri e forti fur gli fatti suoi,
e videsi montar in tanta gloria,
Che ciascun lo temea di qua fra noi.
E s'ei non fosse ch'ei fu a Vittoria
Pe lo suo falconare in fuga volto,
Ancor farei  maggior  la sua memoria.
Ma prima che da me fusse disciolto,
Per colei che disfa ciò che si ingenera,
Veduto avea trent'anni il suo bel volto.
E perché veggi e pensi quanto è tenera
Questa rota, che l'uom monta e discende,
E come ogni suo ben tosto s'incenera,
Qui vo' che pogni il cuor, e che m'intende:
Sette figli ebbe, e ciascun grande e re,
Li tre li sposa, e gli altri d'altre bende.
E tutta questa schiatta si disfe',
E venne men con ogni signoria,
Forse in venti anni come udrai per me.
Arrigo ed Enzo andar per una via,
Corrado dopo il padre visse forse
Due anni in Puglia con gran maggioria,
Giordan e Federico ciascun corse
Nuovo cammin, poi a Manfredi Carlo
Lo regno tolse e la morte gli porse.
Ma io so ben, che quel che qui ti parlo
E' tanto scuro e breve, che fie grave
D'intender  ciascun senza chiosarlo.
Alfine Corradino di Soave
si mosse e andò in Puglia, e fu sconfitto,
Poi fu tradito, preso e messo in nave.
Dinanzi un poco a questo ch'io t'ho ditto,
Fiorenza prese Pistoja e Volterra,
E poi fece al Pisan danno e dispitto.
E tanto andò così di guerra in guerra,
Che fu la gran battaglia a Montaperti,
Che arricchì Siena d'arnese e di ferra.
A ciò fu Farinata degli Uberti
Col gran valore, e col sottile ingegno
Giordano, Gerardo e molti in armi esperti,
A ciò fu Bocca del mal voler pregno,
E Razzante bugiardo, e lo spedito
Presuntuoso, ingrato e pien di sdegno,
E tanto nel consiglio male udito.

 

Fazio degli Uberti
1346-1367

 

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