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In relazione alle maledizioni materne - 2
I
peccati della lingua

L'imprecazione
È imprecazione il proferire qualche parola contro gli altri, desiderando
del male.
È peccato grave l'imprecazione, oppure leggero, secondo la gravità del male
che si desidera e secondo la malizia che si propone chi impreca. Così è
colpa mortale il dire con tutto il cuore e per odio ad un nemico:
- Ti colga la morte!
- Ti colpisca un fulmine!
- Che possa accecare!
- Che ti capiti qualche disgrazia!
Le stesse imprecazioni, mandate distrattamente in un momento di collera,
oppure pronunziate più con le labbra che col cuore, costituiscono un peccato
leggero. Perciò sono piccole mancanze le imprecazioni che la madre suole
proferire contro il suo bambino, essendo essa disposta ad abbracciare il
figlioletto.
Non si può imprecare, né contro il prossimo, né contro se stessi.
Inutilità dell'imprecazione.
Ad augurare il male non se ne guadagna mai; anzi può darsi che
ciò che s'impreca ad altri, capiti all'imprecatore. Da qui il detto
popolare:
- Chi desidera un male ad
altri, il suo l'ha vicino.
Come colui che tira una pietra contro un muro, può essere colpito
perché essa rimbalza, così può avvenire a chi lancia imprecazioni contro il
prossimo.
D'ordinario Iddio non manda su questi e su quegli il male che i cattivi
augurano. Egli è giustissimo e sa dare a ciascuno quanto gli spetta, senza
che gli altri possano sollecitarlo.
L'imprecazione ai figli
Ci sono delle imprecazioni che Iddio ascolta e sono quelle che i figli
cattivi provocano ai genitori. Comunemente tali imprecazioni sono chiamate
«maledizioni paterne o materne». I genitori
sono persone sacre riguardo ai figli ed hanno il diritto di essere amati,
onorati ed ubbiditi da loro.
Iddio ha dato un comando esplicito:
«Onora il padre e la madre». Dice ancora
il Signore:
«Chi onora sua madre, è come colui che acquista
tesori; chi onora suo padre, troverà la felicità e vivrà a lungo. Onora tuo
padre con le opere e con le parole e usa con lui molta pazienza, affinché la
sua benedizione scenda su di te e resti sempre. La benedizione del padre
mantiene le case dei suoi figli; però la maledizione della madre distrugge
le case dei figli sin dalle fondamenta».
Dunque, quando i genitori maledicono i figli con tutto il cuore e fanno ciò
perché fortemente da loro irritati, segnano con le loro imprecazioni la
condanna dei figli.
Chi scrive, può addurre degli esempi contemporanei che fanno rabbrividire.
1
Disse una madre al figlio ribelle:
- Che ti possano uccidere e
che non si sappia chi sia l'assassino!'
Quindici giorni dopo, quel figlio fu trovato ucciso in campagna e
non si poté conoscere l'uccisore.
2
Un giovanotto nella rabbia diede uno schiaffo a suo padre; questi gli disse:
- Che ti abbia a cadere la
mano con cui mi hai percosso!
Andò il figlio sotto le armi e prese parte in guerra a dei
combattimenti. Mentre infuriava la battaglia, una scheggia di granata gli
portò via la mano destra. È ancora vivente questo infelice.
3
Una madre si opponeva al matrimonio del figlio per gravi e giusti motivi; il
figlio avrebbe dovuto rimettersi al volere della genitrice. Costei, non
vedendosi ubbidita, disse:
- Se vuoi per sposa quella
donna, pigliala pure; ma io ti maledico e che non abbia tu a godere nella
vita matrimoniale!
Il figlio sposò; subito fu colpito da grave malattia incurabile e
dopo un anno di vita coniugale moriva.
Gridava la madre dietro la bara del figlio:
- Signore, perdonatemi! Io ho
ammazzato mio figlio!
I figli maledetti
1
In Cesarea di Cappadocia viveva una donna,
rimasta vedova con dieci figli, sette maschi e tre femmine. Costoro non
avevano per la madre il dovuto rispetto. Un giorno il maggiore dei figli la
ricolmò d'ingiurie ed anche la percosse; gli altri che erano presenti, non
difesero la madre e neanche rimproverarono il fratello. Quella povera donna
oltraggiata così e dolente di non vedersi curata dagli altri figli, in cuor
suo li maledisse. L'indomani andò in Chiesa presso il fonte battesimale ed
inginocchiatasi pregò così:
- O Dio, ho maledetto i miei
figli! Fate che siano un esempio di terrore e tutti e che vadano in giro per
il mondo, colpiti dalla vostra mano!
Il grido angoscioso della madre arrivò sino a Dio. Dopo poco tempo tutti i
dieci figli furono presi da un forte tremito in tutte le membra. Il continuo
tremito li umiliò talmente che non osavano uscire di casa per la vergogna di
essere segnati a dito dai concittadini. In ultimo determinarono di andare
lontano dalla città nativa e si dispersero in diversi paesi; percorsero
buona parte dell'impero romano.
(Sant'Agostino
Vescovo d'Ippona e Dottore della chiesa - 354-439
d.C. - La città di Dio)
2
S. Francesco Regis quando predicava al popolo, spesso raccontava un fatto
avvenuto nella sua famiglia. I cattolici, comandati dal duca di Gioiosa,
assediavano Villemur, città della Francia. I nobili accorrevano volentieri
in aiuto dei cattolici, conoscendo il male che operavano i calvinisti. Il
bisavolo di San Francesco Regis aveva parecchi figli, i quali vollero
prendere parte alla nobile impresa. Il padre permise che andassero a
combattere, ma non volle assolutamente che partisse il figlio primogenito.
Questi si ostinò a partire, nonostante la proibizione del genitore. In un
momento di angoscia il padre gli disse sdegnato:
- Va', parti, poiché lo
vuoi; ma sia per tua disgrazia e che io non ti vegga mai più!
Questo giovane era da poco giunto sul campo di battaglia, quando
s'iniziò una lotta accanita; tra i primi fu ucciso, combattendo
valorosamente. Venne seppellito con gli altri caduti in un'aperta campagna.
Finita la guerra, una pastorella pasceva il gregge dove erano stati
seppelliti quei cadaveri; ad un tratto le apparve la sanguinosa figura di un
soldato, che le disse:
- Io sono uno della famiglia
Regis, la quale abita a Font Canvert; sono stato qui seppellito. Prego di
avvertire la mia famiglia, affinché ritiri il mio corpo e lo seppellisca tra
i miei antenati.
La pastorella avvertì subito i parenti, i quali andarono sul posto
indicato, trovarono il cadavere e lo estrassero per seppellirlo in terra
benedetta. Tutti i parenti accompagnarono la bara. Quando il corteo funebre
giunse davanti alla casa paterna, la bara divenne così pesante, che coloro i
quali la portavano furono costretti a deporla, non potendo andare oltre. Ci
fu molta meraviglia nel popolo che accompagnava il convoglio e si gridò al
miracolo.
Il padre del morto, supponendo il motivo; disse:
- Infelice che sono! Mi
ricordo che prima ch'egli partisse per la guerra, io lo maledissi. Il
Signore esaudì le mie imprecazioni. Certamente Iddio ha voluto che il
cadavere di lui fosse ricondotto qui, per espiare in qualche modo quella
disobbedienza. O figlio mio, ti perdono di cuore!
Detto ciò, i portatori del defunto vollero provare a sollevare la
bara e la trovarono normale. Il corteo funebre di poi continuò il percorso
tranquillamente con stupore generale. (San
Francesco Regis - La bara pesante)
Monito
Dietro questi esempi, i genitori si guardino dal mandare imprecazioni ai
figli! Il padre e la madre hanno il dovere di perdonare i figli traviati,
come ognuno ha il dovere di perdonare chi gli abbia fatto del male.
Se i genitori qualche volta avessero maledetto i figli, non cessino di
pregare Iddio per loro, per cancellare in qualche modo una eventuale
sentenza funesta.
Don Giuseppe Tomaselli S.D.B.,
I peccati di lingua, Milano 1949,

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