LA SICILIA DEI TERREMOTI
Lunga durata e
dinamiche sociali
A cura di Giuseppe Giarrizzo
Atti del Convegno di Studi Università di Catania Facoltà di Lettere e Filosofia
ex Monastero dei Benedettini Catania 11-13 dicembre 1995
Giuseppe Maimone Editore

 

L'ECO DEL TERREMOTO nelle fonti medievali

Il primo autore a parlare del terremoto fu Pietro di Blois (1130 ca-1200 ca), un chierico normanno, precettore di Guglielmo II, giunto in Sicilia al seguito del conterraneo Stefano di Perche, di cui seguì la sorte nel suo breve e travagliato soggiorno in Sicilia. Egli, rientrato in Francia, già nel1169 scrisse al fratello Guglielmo invitandolo a lasciare la Sicilia, perché quella terra divora i propri abitanti. Quantunque testimone dello sconvolgimento tellurico, il rancore che egli nutrì verso i siciliani fece sì che il suo interesse esclusivo fosse quello di mostrare l'ira divina all'opera contro la malvagità degli abitanti dell'isola; per cui non solo egli non è di alcuna utilità per la comprensione dell'evento sismico, ma le sue parole, prese troppo alla lettera, sono state fraintese, dando origine ad equivoci che perdurano sino ad oggi.
La fonte più importante per valutare il terremoto del1169 è l'Historia del cosiddetto Ugo Falcando, testimone oculare degli eventi, scritta o almeno ultimata dopo il 1181.
Pur non essendo possibile ridiscutere in questa sede gli annosi dibattiti sull'autenticità del nome (come Gina Fasoli, si continuerà per comodità a chiamarlo Ugo Falcando) o sulla sua vera o presunta origine siciliana è necessaria qualche puntualizzazione. L'ipotesi formulata da Evelyn Jamison secondo cui l'ammiraglio Eugenio sarebbe da identificare con Ugo Falcando sembra insostenibile, così come l'attribuzione all'ammiraglio del testo della Profezia della Sibilla eritrea, sulla quale si preferisce seguire le opinioni espresse, tra gli altri, da Michele Amari e da Eric Caspar. Come si vedrà parlando del mito dell'eruzione, la studiosa inglese si è lasciata trascinare dalla foga di  dimostrare le sue tesi.
Per quanto concerne l'identità dell'autore dell'Historia e dell'Epistola a Pietro tesoriere, scritta probabilmente nel 1190, si ricorderà qui soltanto che sulla coincidenza dell'autore delle due opere si sono mostrati favorevoli illustri studiosi, tra cui Michele Fuiano, dopo un'analisi basata sul lessico e sul cursus oratorio. Nonostante la maggior enfasi imposta dal genere retorico e dalle circostanze, l'Epistola denota concretezza e capacità di analisi analoghe a quelle riscontrabili nell'Historia, le quali rendono i due testi le fonti più eloquenti ed attendibili a nostra disposizione. Altra fonte coeva ed autoptica è Romualdo Guarna (morto a Salerno il 10 aprile 1181), arcivescovo di Salerno, la cui cronaca, sintetica ma precisa nei dettagli, integra utilmente il testo di FalcandoAlmeno l'ultima parte dell'opera (1159-1179) in cui si parla del sisma, fu scritta dopo il 1177.
Molto informato è anche Bernardo Maragone (1108/1110-1188/1190), i cui Annali di Pisa, composti tra il 1182 ed il 1190, sono una fonte di notevole rilievo.  Si  ignora se Bernardo sia stato presente all'evento, non conoscendosi bene i suoi movimenti dopo il 1164. Il fatto non può essere escluso, perché egli non si trovava a Pisa; e nel maggio del 1169 una delegazione pisana si recò a Palermo per stipulare un trattato di alleanza, ove poté attingere notizie di prima mano. I testi di Falcando, di Guarna e di Maragone sono quelli su cui va effettuata la ricostruzione storica del sisma, che fu però riferito da molte altre cronache coeve, le quali testimoniano la profonda impressione suscitata dall'evento.
La più importante di esse è la storia attribuita a Guglielmo Godel, ma opera di un anonimo monaco inglese vissuto in Francia presso Sens nel di stretto di Yonne.
Si tratta di una fonte di grande interesse che sta alla base di varie cronache europee. Godel (si continuerà a chiamarlo così per comodità) sintetizza informazioni riferite da Falcando e da Guarna. Ma poiché la cronaca, che tratta di eventi storici compresi dalla nascita di Cristo al 1173, potrebbe essere anteriore, essendo stata datata a prima del 1180, essa sarebbe indipendente dai testi di Falcando e di Guarna, dei quali sembra costituire una conferma.
Le altre cronache interessano maggiormente sotto il profilo storiografico che sotto quello storico, essendo più utili alla comprensione della diffusione di notizie e leggende che alla conoscenza del sisma.
Tra le opere coeve, in Italia, la cronaca di Montecassino accennò all'evento in maniera vaga e generica e senza una cognizione diretta dei fatti.
In Francia, Roberto del Monte (Ɨ25 maggio 1186), abate dell'abbazia di Mont Saint Michael, rammentò soprattutto la distruzione di Catania.
In Belgio, tra le varie serie di annali composte da monaci del monastero di S. Giacomo di Liegi, fondato nel 1016, la seconda parte degli Annali minori, che riguarda gli anni 1056-1174, rievocò l'evento precisando che per lo sconvolgimento il corpo di S. Agata migrò altrove.
In Inghilterra, l'eco del terremoto venne registrata da Ruggero di Hovenden (prima del 1212) in una cronaca iniziata a scrivere nel 1192, mentre egli era già sacerdote di Hovenden. Si tratta di un autore poco accurato, plagiario, che confonde o non interpreta esattamente le fonti, trascritte in genere pedissequamente e senza citazioni. Le notizie che egli fornisce sul sisma sono fantastiche.
La memoria del terremoto non venne meno col tempo, costituendo un caso esemplare dell'aleatorietà della vita terrena.
Nel Duecento, il ricordo dell'evento affiorò, in Italia, nella rapida menzione degli Annali di Sicilia.
In Francia Godel è la fonte delle cronache di Roberto di S. Mariano d'Auxerre (Ɨ1212), del monastero di S. Pietro Vivo di Sens, di Guillaume de Nangis (t1303) e, indirettamente, dell'anonimo canonico di S. Martino di Tours, che si rifece a Roberto di S. Mariano d' Auxerre.
In Boemia rammentò il sisma Martino di Troppau, vissuto a Praga e a Roma sino al 1278: la sua cronaca universale, ordinata ma priva di senso critico, fu concepita come un sussidio per religiosi e non può essere accolta senza riserve. Le informazioni che egli fornisce sul terremoto non hanno serio fondamento storico.
La sua narrazione, assai viva, ebbe un'enorme diffusione,
dando adito ad interpretazioni favolose. Da essa sembra dipendere la Cronaca universale di Metz, che giunge sino al 1274 e che fu scritta probabilmente dal frate dominicano Jean de Mailly nel monastero di S. Clemente di Metz, lungo la Mosella.
Dalla cronaca di Martino trasse le notizie sul sisma anche un monaco anonimo dell'ordine dei minori, vissuto in un convento svevo (forse quello di Tubinga o Reuthlinga) sito tra i fiumi Danubio e Neccar, nel triangolo tra Ulma, Rottwila, Esslinga. I Fiori dei tempi, da lui composti tra il1292 ed il1294, furono molto noti in Germania, contribuendo così a diffondere la conoscenza dell'evento sismico.
In Inghilterra ricordarono il terremoto gli annali composti da varie mani nell'abbazia benedettina di Tewkesbury nel Gloucestershire. Essi trattano gli anni dal 1066 al 1264, ed in particolare quelli compresi tra il 1200 ed il 1263, costituendo la fonte degli annali del monastero di Worcester, scritti forse da Nicola di Norton, custode della cattedrale, sino al 1303, e continuati da altri autori sino al 1377. Entrambi gli annali riferiscono la notizia in maniera assai sintetica e si distinguono per il fatto di precisare che oltre Catania quattro furono le città più colpite dal sommovimento tellurico.
Nel Trecento, Francesco Petrarca (1304-1374) riecheggiò l'evento trasfigurando i fatti poeticamente, per cui non è semplice indicare la fonte alla quale attinse. Gli annali del monastero campano di S. Trinità di Cava dei Tirreni rammentarono quasi esclusivamente la distruzione di Catania.
Martino di Troppau è la fonte della cronaca di Bologna composta verso la fine del secolo da Bartolomeo della Pugliola, della cronaca di Alberto di Bezano  e delle storie di Tolomeo di Lucca 41 (1327 ca); mentre le cronache di Francesco Pipino  e del doge Andrea Dandolo (1306 1354) desumono le notizie da Godel. Il ricordo del sisma si appannò alquanto nella storiografia umanistica.
Piuttosto vaghe ed inesatte nella cronologia sono le cronache di Iacopo Malvezzi, medico e storico bresciano, terminata di scrivere l'11 aprile 1461 e di Matteo Palmieri, abitualmente impreciso nel riferire le notizie e solito porre le date a casaccio.
La storia del monastero di Hirsau (Hirszow) nel Wiirtenberg, attribuita a Johannes Tritheim, parla di sismi accaduti nel1157 e 1169 ritenendoli due eventi diversi. Da Martino di Troppau, citato però senza indicazione esatta di data o addirittura con divergenze cronologiche, dipendono Marcantonio Coccio (1436-1506), Iacopo Filippo Foresti (1434-1520), il patrizio veneziano Marin Sanudo (1466-1536) e la Grande cronaca Belga (1475), scritta da un monaco del monastero agostiniano nei pressi di Neuss sul Reno.

Il terremoto nella storiografia di età moderna
La notizia di una strage così atroce, lacrimis potius quam calamis exsbribenda, continuò a suggestionare gli animi degli eruditi di età moderna.  
Una delle opere più interessanti sotto il profilo storiografico, per l'influsso determinato sugli studi successivi, è l'Opus pulchrum del catanese Matteo Selvaggio, detto Gangarossa, vissuto nella prima metà del Cinquecento. Egli appartenne all'ordine degli osservanti di S. Francesco ed insegnò teologia all'università di Catania. L'opera, edita a Venezia nel 1542, deve considerarsi per finalità ed impostazione metodologica epigona delle summae enciclopediche medievali piuttosto che fautrice di una sensibilità moderna. L'autore non nutrì reali interessi scientifici e il suo obbiettivo era l'edificazione spirituale mediante exempla piuttosto che la comprensione dei fenomeni. Tipica era anche la concezione della calamità, intesa come manifestazione dell'ira divina provocata dai peccati umani. Eruzioni e terremoti vengono considerati inoltre presagi di sventure. L'eruzione del 1329 è seguita da un'eclissi, mentre dopo l'eruzione del 1333 i maomettani dell'isola delle Gerbe si ribellarono trucidando tutti i cristiani.
Il velo di sant'Agata è considerato un rimedio efficace contro sismi e colate laviche, come fu sperimentato ad esempio nel 1447 e poi personalmente da Selvaggio nel corso dell'eruzione del 1536.
I dettagli storici perdono di significato di fronte alla realtà più autentica del trascendente. Non deve sorprendere eccessivamente dunque che egli abbia considerato contemporanei re Giacomo ed il conte Ruggero o abbia detto che il terremoto del 1169 fosse avvenuto “mentre era ancor vivo il conte Ruggero”, morto, com'è noto, il 22 giugno 1101. Ci si dovrebbe piuttosto meravigliare dell'eccessivo credito goduto da certe sue asserzioni, come quelle relative al crollo della cattedrale di Catania o all'eruzione dell'Etna, di cui si parlerà a proposito dei miti inerenti al sisma. Matteo concordò con Pietro di Blois nell'asserire che la santa non abbia interceduto in occasione del sisma “ex ipsius populi criminum inundatione”, ma ne differì nel considerare la catastrofe come voluta a fin di bene, per provocare una salutare catarsi. Selvaggio parlò del terremoto datandolo al 1164 a p. 155 del suo Opus pulchrum ed al 1169 alle pp. 143 e 168. Poiché a p. 143 egli dice che il crollo della cattedrale avvenne il 4 febbraio 1169, “ut infra clarius patebit”, ritengo probabile che la data del 1164 riferita a p. 155, in cui si parla nuovamente della caduta del tetto della cattedrale, possa essere dovuta ad un errore di stampa. Errori di questo tipo sono più comuni di quanto si creda ed hanno contribuito non poco al proliferare di eventi sismici e vulcanici. Ad esempio, al terremoto che qui ci interessa accennò anche Claudio Mario Arezzo(1500-1575), considerato il primo esempio di geografo moderno in Sicilia . Egli non fornì però sui sismi notizie di particolare rilievo, contribuendo per di più al moltiplicarsi di date con qualche inesattezza e discordanza cronologica tra l'edizione del 1537 e del 1542.
Tommaso Fazello (1498-1570) fornì un ampio resoconto dell'episodio seguendo da vicino la storia di Falcando. Questi è anche la fonte di altri autori cinquecenteschi, il messinese Francesco Maurolico (1494-1575) ed il castiglionese Antonio Filoteo degli Omodei (1516 ca-1591 ca). Costui, che nel 1556 aveva tradotto in italiano l'Historia di Falcando, ne desunse la data del 1179, sempre che non si tratti di un errore di stampa, com'è stato ripetutamente osservato .

Numerosi sono anche gli autori che ricordarono l'evento fuori della Sicilia. Si rifecero a Falcando Francesco Girardi 65 (sec. XVI), Cesare Baronio66 (1538-1607), Giacomo Bosio (1544-1627) e forse anche il monaco camaldolese di origine fiorentina Girolamo Bardi (1544-1594), in questo caso stranamente bene informato. Il modenese Carlo Sigonio (1520-1584), autore generalmente accurato, datò erroneamente il testo di Falcando al 1171, come notò nel commento all'edizione generale delle sue opere Ludovico Antonio Muratori.
Poco affidabili si rivelano altri scrittori.
Giovanni Tarcagnota di Gaeta (fine sec. XV-1566) fu assai impreciso e confusionario. Conrad Wolffhart, detto Lycostenes (1518-1561), a causa della molteplicità delle fonti adoperate riferì l'evento sotto varie date, incrementando ingiustificatamente il numero degli episodi sismici. Marco Fritsche riferì le notizie di Martino di Troppau, adottando però la data del1083.
Nel Seicento la notizia del terremoto è riferita da vari eruditi, che citano in genere Falcando. Tra di essi vanno ricordati in Sicilia Giuseppe Buonfiglio Costanzo (1545-1623), che collocò l'evento nel 1164, e Giovan Battista De Grossis (1605 1666). Scrittori poco accurati si rivelano Pietro Carrera (1571-1647), che si servì della mediazione di vari autori , Nicolò Serpetro (1606-1664) ed Agostino lnveges (1595-1677), il quale, pur essendo molto informato, contestò con ragionamenti discutibili la data proposta da Falcando, da correggere secondo lui in 1170.
L'autore più erudito e più letto fu Rocco Pirri (1577-1651), che utilizzò sia fonti coeve come Pietro di Blois e Falcando che scrittori più recenti come Fazello, Selvaggio, Sigonio e De Grossis.
In Italia occorre menzionare Filippo da Secinara,
Giovanni Fiore (1622-1683), il napoletano Francesco Capecelatro (Ɨ1670), il gesuita ferrarese Giovan Battista Riccioli (1598-1671), i perugini Ludovico Aurelio (Ɨ1637), epitomatore del Baronio, e Secondo Lancellotti (1575-1643 ), piuttosto impreciso e disordinato.
In Francia ricordarono l'evento il gesuita Philippe Briet (1601-1668), sintetico ma esatto nei riferimenti, e Jacques Goutoulas, non altrettanto accurato; tra gli autori di lingua tedesca vanno ricordati Calvisio Seto , Barthélemy Kec kermann (1573-1609) e Filippo Cluvier (1570 1623 ), che trae le notizie dal Fazello.
Tra tutti Jean Bolland (1596-1665) si distinse per acribia e senso critico, come si dirà parlando sul mito dell'eruzione. Una menzione particolare merita Marcello Bonito (1631-1711), il quale, impressionato dal sisma napoletano del 5 giugno 1688, scrisse un'opera sui terremoti avvenuti in tutto il mondo che servì da modello ai repertori successivi e viene ancor oggi consultata utilmente dagli studiosi per l'alto numero di autori citati e trascritti. Egli tuttavia non aggiunse molto alle fonti, di cui difficilmente contestò l'autorità; e qualche raro tentativo di analisi critica non venne spinto sino alle opportune conseguenze. Ad esempio, menzionando le date del 1158 e 1168 riferite da Goutoulas e da Guarna, egli intuì che si trattasse dello stesso sisma, lasciando però l'ultima parola al giudizio dei lettori.  Subito dopo il terremoto del 1693 scrissero Domenico Guglielmini, Francesco Privitera e Baldassarre Paglia (1622-1705), che effettuarono generici confronti col sisma del 1169, ricordando soprattutto Catania. Di poco posteriore è il trattato di Vincenzo Coronelli (1650 ca-1718), privo di senso critico, il quale riferì l'evento sotto vari anni, e quello del gesuita modenese Giovanni Andrea Massa (Ɨ1708), molto sensibile agli aspetti trascendenti della realtà.
Generalmente attenti e bene informati sono gli autori del Settecento, tra cui occorre ricordare il gesuita Francesco Aprile (1659-1723 ), Francesco Testa ( 1704-1773 ), che usò come fonte Falcando, Giovan Battista Caruso (1673-1724), che adoperò Falcando e gli Annali di Pisa, Ludovico Antonio Muratori (1672-1750), sempre molto attento nel riferire gli autori citati, Antonio Pago, commentatore degli Annali di Baronio, che conobbe anche le cronache del monastero di S. Pietro Vivo di Sens e di Guillaume de Nangis, il messinese Caio Domenico Gallo (1697-1781), molto scrupoloso nel segnalare gli eventi sismici, e Vito Maria Amico (1697-1762) che per il rigore del metodo e la molteplicità delle fonti adoperate fu uno degli eruditi moderni più accurati.
Ma il contributo più importante per profondità di conoscenze e originalità di analisi si deve ad Antonio Mongitore (1663 1743), autore di una fortunata storia della sismicità siciliana che costituisce ancor oggi un sussidio indispensabile per la ricerca. Tra i suoi meriti vi fu quello di aver capito che tutti i sismi riferiti dai vari autori con date differenti ma con le medesime circostanze costituivano un unico evento, che andava datato al 1169. Il suo contributo fece sì che per molto tempo nessuno si occupasse in maniera specifica di sismicità in Sicilia. A parte gli autori sopra ricordati, che hanno una conoscenza diretta delle fonti, gli eruditi del Settecento e buona parte di quelli dell'Ottocento si rifecero in genere alla sua storia dei terremoti. Al testo di Mongitore ricorsero, ad esempio, gli annalisti siracusani Cesare Gaetani (1718-1805) e Giuseppe Maria Capodieci (1749-1828).
Un caso a parte è costituito dal famigerato codice arabo edito da monsignor Alfonso Airoldi, ma im postura dell'abate Giuseppe Vella (1749-1814). Costui inventò una serie di terremoti ed eruzioni, che si sono continuati a considerare autentici sin quasi ai giorni nostri, ma che meriterebbero qualche analisi seria, come auspicato da Jeremy Johns. Ad esempio, è evidente che il terremoto e l'eruzione attribuiti al 4 agosto 950 sono ispirati dal racconto di Falcando, ovviamente romanzato e con l'indicazione precisa del numero delle vittime per ogni località colpita.
Nella prima metà dell'Ottocento gli studiosi soffermarono la loro attenzione soprattutto sull'Etna e sui fenomeni vulcanici ad essa connessi, relegando in secondo piano l'interesse per i terremoti. Di questi autori si parlerà a proposito del mito concernente l'eruzione del 1169.
Nella seconda metà dell'Ottocento si occuparono del terremoto soprattutto geologi e sismologi, che hanno schedato il sisma nei loro cataloghi, senza aggiungere in genere alcunché di utile od originale.
Per quanto riguarda la prima metà del Novecento il lavoro migliore resta quello di Mario Baratta (1868 1935), che ha il merito, e beninteso anche il limite, di utilizzare ampiamente Mongitore.
Dopo una pausa di circa un venticinquennio, l'interesse a livello scientifico è stato destato dai finanziamenti che il governo è andato stanziando a seguito dei sismi che negli anni scorsi hanno colpito sia la Sicilia che la Penisola, in particolare quello del Friuli del1976.
Il catalogo informatizzato elaborato dal C.N.E.N. (l'attuale E.N.E.A.) e dall'Istituto Nazionale di Geofisica (I.N.G.) per conto dell'E.N.E.L. si rifece all'opera di Baratta, con un notevole scadimento qualitativo attribuibile anche agli schematismi dell'informatizzazione. Le successive revisioni del catalogo, promosse a partire dal 1977 dal C.N.R. che lo aveva acquisito, dall'E.N.E.L. negli anni 1983-1986 e dall'I.N.G. ne gli anni 1987-1988, hanno consentito qualche progresso nelle tecniche di ricerca; ma questo lavoro è stato edito solo in parte ed ha condotto il C.N.R. soprattutto alla pubblicazione di cataloghi, che espongono i dati finali della ricerca senza spiegare la metodologia adoperata, per cui risultano di scarsa utilità oltre che di limitata attendibilità. Essendo poi i dati di questi cataloghi considerati sicuri da parte dei sismologi, si corre il rischio che si traggano da essi statistiche inattendibili, come avvenuto in occasione di recenti convegni.
Il C.N.R., Gruppo Nazionale Difesa Terremoti e Gruppo Nazionale per la Vulcanologia, l'Istituto Nazionale di Geofisica (I.N.G.) e la società Storia Geofisica- Ambiente (S.G.A.) di Bologna continuano a lavorare per correggere questi cataloghi. Da parte di questi due ultimi enti fu annunziata l'imminente pubblicazione di una banca dati denominata P.E.R.S.E.U.S. (Project Elaboration of historical Researches of Sismic Events on Unified informative System). E, pochi mesi or sono, è apparso il Catalogo dei forti terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1980, cui è acclusa la banca dati su supporto magnetico.
Gli storici contemporanei non hanno prestato particolare interesse al sisma del 1169, cui hanno dedicato solo qualche rapida menzione. Di alcuni di essi si dirà più avanti parlando dei dettagli dello sconvolgimento tellurico. Va ricordata però la rievocazione dell'evento effettuata da Massimo Miglio, interessante per aver messo in luce alcuni aspetti mentali inerenti ai fenomeni sismici ed alle  calamità in generale. Il tema è stato successivamente sviluppato da me con particolare riferimento ai terremoti ed alle eruzioni vulcaniche della Sicilia.
 

I miti storiografici del terremoto
Parlare dei miti storiografici relativi al terremoto del 1169 non costituisce un divertissement erudito ma una necessità storiografica, perché la maggior parte di tali miti condiziona negativamente ancor oggi la conoscenza storica.
Per miti storiografici non si intendono infatti leggende devote, che pur sarebbero degne di analisi, come quella secondo cui ai Catanesi che fuggivano in preda al terrore Maria Vergine avrebbe fatto udire la sua voce, indicando la via di scampo verso la montagna (Fac te salvum in montem); ed i superstiti, accorsi nel luogo indicato ad una certa distanza dalla città, videro una luce, sotto la quale trovarono un'immagine dipinta della Madonna, che li salvò dal pericolo, per cui in segno di gratitudine essi eressero in quel luogo la chiesa di S. Maria di Nuova Luce.
Basti qui dire in proposito che la tradizione sembra piuttosto tardiva. Aneddoti come questo potevano coinvolgere intellettualmente alcuni eruditi sino alla prima metà dell'Ottocento, ma difficilmente possono venire confusi oggi per eventi storici. L'indagine verterà perciò su quei luoghi comuni, tramandati dalla storiografia, che hanno colpito l'immaginario collettivo così fortemente da essere scambiati per dati di fatto sino ai giorni nostri.
Il più famoso è quello che vuole che gran parte della popolazione di Catania sia morta nel crollo della cattedrale, durante la celebrazione della funzione del vespro. Tale tradizione risale alle parole di Pietro di Blois, secondo cui, nella vigilia di S. Agata, Giovanni Aiello, "vescovo dannatissimo (di Catania), fratello del notaio Matteo, il quale, come sapete, assume la dignità non chiamato dal Signore, come Aronne, bensì fu innalzato a quel seggio non per elezione canonica ma per venalità degna di Giezi. Quando dico - offrì l'incenso dell'abominazione, tonò il Signore dal cielo, ed ecco avvenne un grande terremoto: infatti l'angelo del Signore, colpendo nell'ira di Dio, fece rovinare il vescovo insieme con il popolo e tutta la città. È manifesto che ciò avvenne perché con i suoi peccati aveva recato offesa a S. Agata".
Di tale episodio non è stato mai conte stato il senso letterale, ma solo quello allegorico. Fu fatto rilevare, ad esempio, che se vi era stata qualche irregolarità nell'acquisizione della carica, essa era stata sanata dalla consacrazione effettuata da papa Alessandro III; e fu osservato inoltre che non era lecito sondare l'imperscrutabilità dei disegni divini con interpretazioni di comodo, che il sisma era stato avvertito in molti centri della Sicilia e persino in Calabria, e che i catanesi non potevano aver commesso colpe maggiori di altri.  Il racconto di Pietro di Blois fu interpretato nel senso che il popolo si trovasse all'interno della chiesa, assieme col vescovo ed i monaci, da Selvaggio, della cui carente acribia si è già detto, seguito da Carrera e dagli altri. Che le persone morte dentro la chiesa fossero quindicimila o ventimila, come ripetuto nel 1985 dall'Atlante del C.N.R , è un fatto chiaramente impossibile per le dimensioni della chiesa, come si può intuire facilmente, anche se per scrupolo ho chiesto l'autorevole conferma del professore Vito Librando.
Il fatto è un'ingiustificata illazione, desunta dalla lettura congiunta dei testi di Falcando, di Guarna e di Pietro di Blois, che non trova riscontro nelle fonti.
Falcando dice infatti che “la ricchissima città di Catania fu distrutta a punto  tale che non rimase in piedi  neanche una casa Circa quindicimila persone fra uomini e donne morirono insieme col vescovo e la maggior parte dei monaci  per il crollo degli edifici”. Il testo  di Guarna è altrettanto esplicito: ”La città di Catania fu distrutta dalle fondamenta. La chiesa di S. Agata crollando uccise il vescovo con quarantacinque monaci.
A ciò si aggiunge il fatto che, come vedremo, il terremoto avvenne di prima mattina e non di sera, per cui la maggior parte del popolo non poteva trovarsi all'interno della chiesa per la funzione religiosa. È questo della morte degli abitanti di Catania nel crollo della cattedrale un mito che ha colpito vivamente la fantasia, tanto da essere stato ripetuto da docenti universitari in occasione di convegni per la celebrazione del trecentesimo anniversario del terremoto del 1693.
Un altro mito è quello secondo cui durante il terremoto il buon re Guglielmo avrebbe detto a tutti quelli che pregavano nel suo palazzo di rivolgersi ciascuno al dio in cui credeva, secondo il proprio credo. Tale mito risale al racconto tramandatoci da Ibn Giubair, nel quale si legge: “Ci narrò Giovanni (un eunuco saraceno della corte reale che una volta, mentre era la Sicilia scossa da forti terremoti, questo politeista [Guglielmo II] andando attorno tutto spaventato per la sua reggia, non sentiva altro per ogni luogo se non che le voci delle donne e dei paggi che pregavano Allah ed il suo profeta Maometto. Al vedere il re ebbero tutti paura; ma egli li confortò, dicendo: "Che ognuno di voi invochi l'Essere che adora e in cui crede"
L'episodio è narrato non tanto per evidenziare la tolleranza di Guglielmo II, quanto per mettere in risalto la potenza di Allah, capace di ispirare e, in altri casi, di confondere il re normanno, definito (non certo benevolmente) politeista.
Nonostante l'umanità e l'indulgenza dimostrate a livello personale dalla Corona, dopo la morte di Guglielmo I la situazione dei musulmani si andò facendo più difficile. Nel la stessa pagina in cui si legge l'episodio del terremoto un altro eunuco regio lamenta che paggi ed ancelle di corte dovevano fingere di essere cristiani: fatto che è confermato anche dal panico da essi provato nel momento in cui vennero sorpresi dal re nell'atto di pregare il loro dio. Nel testo non è detto di quale terremoto si tratti. Amari mise in relazione l'episodio con il sisma del 1169.
Era questa tuttavia una sua opinione personale, condivisa recentemente anche da Ludovico Gatto e da Johns: quest'ultimo, essendo risaputo che il terremoto del 1169 non colpì la Sicilia occidentale, formulò l'ipotesi che la reggia di cui si parla fosse quella di Messina.
Attenendosi strettamente al testo, Francesco Gabrieli raccontò l'episodio senza indicazioni cronologiche. Non molto tempo fa formulai l'ipotesi che l'episodio narrato da Ibn Giubair si potesse riferire ad un altro sisma avvenuto in
quegli anni. Sono ora persuaso che si tratti del terremoto della valle del Crati del1184, concordandfo con un'ipotesi formulata in un articolo scritto a tre mani da Enzo Boschi, Emanuela Guidoboni e Dante Mariotti. Non mi ha mai convinto il fatto che l'eunuco Giovanni narrasse ad un visitatore straniero un episodio avvenuto sedici anni prima, quando Guglielmo II era minorenne, avendo solo sedici anni, e la reggenza era tenuta dalla madre, la regina Margherita di Navarra. Ibn Giubair giunse in Sicilia nel dicembre del1184. È quindi più probabile che il suo correligionario gli abbia parlato di un evento accaduto soltanto pochi mesi prima. La difficoltà maggiore consisteva nel fatto che i sismi siciliani del 1183 e 1184 non sono riferiti da fonti attendibili, mentre il terremoto calabrese del 1184 non è stato messo in relazione con la Sicilia. Il sisma, avvenuto il 24 maggio 1184, ebbe l'epicentro in val di Crati ed  “in vallem de Sinu”, distruggendo in particolare Cosenza; ma secondo la variante del Codice, esso fu sentito in tutta la Calabria e secondo Camillo Pellegrino, che invece della non localizzata  “vallem de Sinu”  propone di leggere “vallem de Salina” o “ Salinarum” di cui parla Malaterra, si farebbe menzione delle saline di Reggio. Sebbene l'identificazione proposta dal Pellegrino sia tutt'altro che sicura, trattandosi più verosimilmente della valle del Sinni o della foce del Crati che sbocca nel golfo di Taranto (Sinus Tarentinus), è lecito pensare che il sisma sia stato avvertito anche a Messina, perché proprio mentre parla di tale città Ibn Giubair riferisce il citato episodio di Guglielmo Il.
Altro mito di cui occorre fare giustizia è quello dell'eruzione che avrebbe accompagnato le scosse telluriche, come nel 1693. La colata lavica è stata descritta con precisione: propagatasi per il versante orientale del vulcano, essa sarebbe giunta al mare, arrivando sino a Monte Ferro, costeggiando le alture di Nizeti, modellando la gigantesca rupe di contrada Corvo tra Acicastello ed Ognina, ed unendo alla terraferma l'isolotto del castello di Aci. Carlo Gemmellaro (1787-1866) affermò che l'eruzione sarebbe avvenuta il
febbraio, traendone come conseguenza che il sisma fosse di origine vulcanica. Non è chiaro in che modo Gemmellaro abbia creduto di poter desumere la data del febbraio. L'illustre geologo, che per sua stessa ammissione non aveva padronanza delle lingue antiche ha forse confuso con il supposto sisma siracusano attribuito in genere al febbraio 1140, o, più probabilmente, ha desunto tale interpretazione da Giuseppe Mercalli, che non aveva però precisato esplicitamente il giorno.
Secondo Salvatore Raccuglia, che si rifece a Gemmellaro e ad Alessi, l'eruzione sarebbe cominciata sin dal dal mese di gennaio .
Le uniche fonti medievali a parlare di un'eruzione che avrebbe distrutto Catania sono arabe e posteriori all'evento. Si tratta di due tardi compilatori, vissuti a cavallo dei secoli XIII e XIV, che, per adoperare le parole di Amari, scrissero senza tanta critica.
Il suo è un topos letterario, che non va preso troppo sul serio: com'è noto i geografi arabi furono impressionati dal vulcano dell'Etna, ma non fecero generalmente menzione di terremoti in Sicilia. 'Ad Dimisqi affermò che Catania fu distrutta da un'eruzione, senza indicare l'anno, e che al suo posto l'imperatore Federico II fondò Augusta: quest'ultima asserzione ci conferma la misura dell'attendibilità della fonte. Tali notizie furono poi riprese quasi con le stesse parole da an-Nuwayri  (1278 o 1283-1332). Né il fatto sorprende conoscendo "la versatile - e spesso priva di scrupoli attitudine compilatoria" di molti eruditi arabi, non troppo diversi in questo dai cronisti europei, i quali «si ripetono con la loro consueta monotonia nel plagiarsi"
Secondo la Jamison, nella Profezia della Sibilla eritrea vi sarebbe riferimento all'eruzione ed al terremoto del 1169. Ma si tratta di riferimenti assolutamente letterari e generici ad eruzioni dell'Etna ed alcuni passi non riguardano nemmeno la Sicilia, tanto che l'editore del testo li riferì al terremoto avvenuto a Chambéry nel 1248.
Le fonti coeve più autorevoli escludono esplicitamente l'eruzione. La cronaca delle gesta dei re d'Inghilterra Enrico II (1154-1189) e Riccardo I (1189-1199), narrando avvenimenti che si riferiscono al 1190, asserisce che il fuoco di Mongibello era estinto da più di quarant'anni grazie alle preghiere di Sant'Agata. Queste informazioni furono poi ripetute da Ruggero di Hovenden.
Nell'Historia Falcando dice che fu visto abbassarsi alquanto il versante dell'Etna che è rivolto verso Taormina, ma non parla di fuoriuscita di magma. Nell'Epistola egli ricorda che Catania fu distrutta varie volte dalle colate laviche e contrappone tali mali del passato a quelli presenti, provocati dal terremoto. Le sue parole sono inequivocabili: “Se rileggiamo le antiche storie tramandate dagli annali troveremo ... che dalle cavernose fornaci dell'Etna la lava è emanata più volte verso di te [Catania] a guisa di fiume. Se invece guardiamo i mali del nostro tempo, che abbiamo osservato con i nostri occhi, un violento terremoto ti ha travolto con grande veemenza”.
Nemmeno dalle parole infervorate di Pietro di Blois è lecito desumere che vi sia stata allora un'eruzione. Esse costituiscono un topos letterario. Per dare sfogo all'ostilità nei confronti dei siciliani nulla poteva essere più efficace del ricordo del fuoco infernale che emanava dai monti della Sicilia, definiti vere e proprie porte degli inferi. Le fiamme servivano a punire la popolazione, “poiché gli abitanti delle isole sono tutti infedeli (Pietro scriveva dall’Inghilterra!) e quelli della Sicilia sono amici sofistici e occulti  e perdutissimi traditori”.
La menzione che egli fece delle frequenti eruzioni dell'Etna unitamente a quella del terribile sisma ha indotto gli scrittori di età moderna a credere che i due fenomeni fossero stati concomitanti. Primi tra questi furono Selvaggio, Wolffhart e Fazello. Dopo di essi, o per conoscenza diretta delle fonti medievali o per successive citazioni indirette, parlarono dell'eruzione Baronio, Cluvier, Filoteo, Carrera, frate Timoteo da Termini (1608-1680), Bonito, Mongitore, Amico, Rosario Gregorio (1753-1809), Giuseppe Alessi (1774-1837), Francesco Ferrara (1767-1850), Karl Ernst Adolf Von Hoff, Gemmellaro, Sciuto Patti, Mercalli, Sartorius von Waltherhausen e gli eruditi che dissertarono della distruzione di Aci, dei quali si dirà più avanti. L'unica voce, destinata a rimanere inascoltata, che si levò contro l'opinione corrente fu nel Seicento Bolland, il quale, dopo aver riferito i testi di Fazello e di Filotea, in cui si fa menzione di attività vulcanica, si rese conto che Falcando aveva parlato solo di sconvolgimento tellurico e dubitò pertanto dell'eruzione.
Nel nostro secolo si è proseguito a parlare di eruzione, a cominciare da Giuseppe Imbò, continuando con Fréderic Montandon, che si rifece ad Imbò e a John Milne, per terminare con la Jamison, che fraintese il testo di Falcando, Adalgisa De Simone, l'Atlante del C.N.R.\Johns, Boschi-Guidoboni-Mariotti  ed il Catalogo dei forti terremoti per non citare che alcuni tra repertori e studiosi più noti.
Altro mito vuole che il maremoto si sia schiantato contro le coste della Sicilia, mietendo molte vittime. Tale fenomeno è attestato soltanto per Messina, come si dirà più avanti. Forse contaminando il testo di Falcando con notizie desunte dagli annali di Enrico II e Riccardo I, Ruggero di Hovenden immaginò che a Catania, subito dopo le scosse telluriche, il mare si fosse ritirato di trenta stadi, inghiottendo poco dopo gli sventurati che si erano recati a raccogliere i pesci rimasti arenati sulla spiaggia. Anche secondo Petrarca e la traduzione trecentesca del testo di Martino di Troppau effettuata da Bartolomeo della Pugliola, il maremoto avrebbe sommerso Catania. Tale interpretazione è stata riferita anche di recente, con la precisazione che il mare penetrò anche dentro le mura della città. Martino, di cui si è contestata più volte l'attendibilità, riferì che   un’onda retrograda si riverso allora e cinquemila uomini morirono in Sicilia. Da qui a sommare i morti per il sisma con quelli delle onde giganti o a sostenere che tutte le coste della Sicilia patirono il maremoto il passo era breve. Per la prima deduzione basti ricordare Alberto di Bezano, che, abbreviando la parte finale del brano di Martino, fece  morie sommerse ventimila  persone.
La seconda interpretazione, desumibile già dai testi di Foresti e di Coccio, fu asserita esplicitamente, fra gli latri, da Tarcagnota, il quale parlò del gran numero di morti “che il crescere d’un subito per tutte le marine della isola il mare  a sé tolti ne avea”, e da Carmelo Sciuto Patti, che addusse inesattamente come fonte Falcando.
Da questo mito ne deriva un altro, riferito ultimamente dall'Atlante del C.N.R., secondo cui un'onda retrograda sarebbe risalita lungo il fiume Simeto, distruggendo il villaggio di Casal Simeto, con danni che supporrebbero un'intensità dell'undicesimo grado della scala Mercalli-Cancani-Sieberg.
Non vi è cenno di ciò nelle fonti medievali. A parlare di un fiume, lungo il cui corso le acque sarebbero risalite indietro furono alcuni autori moderni. L'inattendibile Bardi asserì che nel1185 “in Sicilia  un fiume tornò indietro".
Paolo Morigia, Maurizio De Gregorio, Rutilio Benincasa e Gioffredo interpretarono in tal senso il testo di Foresti, che a sua volta deriva da Martino di Troppau, in cui si dice che nell'isola “il mare  si ritirò contro la natura delle acque, facendo affogare circa cinquemila uomini". A desumere che il Simeto fosse il fiume menzionato da Morigia, citato attraverso il Mongitore, fu Sciuto Patti, il quale ritenne che in tale occasione sarebbe stato distrutto l'antico casale Simeto o Ximet . Altri hanno invece ritenuto si trattasse dell'Aci, le cui acque sarebbero diventate rosse.
Nessuna fonte medievale mette questo fenomeno in relazione al terremoto del 1169. La leggenda risale ad età antica e va ricollegata al mito di Aci, Galatea e Polifemo. Basti ricordare al proposito che secondo Giovanni Boccaccio (1313-1375) Galatea sarebbe una metafora della spuma del mare che viene a trovarsi a contatto con le acque del fiume Aci. Per Marmocchi  “la favola poté nascere anche da una particolare condizione del suolo, dal quale sgorgano alcune sorgenti che si mescolano con le acque dell'Aci. Scorrendo sopra un terreno rossastro, fra gli strati delle lave dell'Etna, quelle acque ne prendono il colore ed il volgo o i poeti ravvisarono in esse, così tinte, il sangue d'Aci trasformato in fonte”.
Infine, una consolidata tradizione storiografica racconta che il castello di Aci, fondato in età normanna (una fortificazione sarebbe stata costruita dai bizantini nel secolo VIII), fu distrutto nel1169 ed i suoi abitanti, atterriti, si rifugiarono alcuni nel luogo dell'antica Aquilia, che diventerà Acireale, ed altri nelle campagne circostanti, ove avrebbero fondato gli altri paesi recanti il nome di Aci. La lava avrebbe anche unito alla terraferma l'isola su cui sorgeva il castello.
De Simone ha dovuto ammettere di non conoscere la fonte o le fonti da cui le notizie sono ricavate.
In termini analoghi si espresse nel secolo scorso Lionardo Vigo, che, dopo aver riferito l'episodio ed aver parlato del sisma e della colata lavica, riconobbe che "
in questo io seguo più la tradizione e le antiche carte acitane della testimonianza degli storici, i quali tacciono, e assennatamente, queste particolarità di municipio".
E gli esempi potrebbero continuare.
Per addurre una prova della colata lavica è stato citato Simone da Lentini. Ma costui descrisse soltanto le eruzioni del 1381 e del 1408. Non è il caso di contestare una per una le asserzioni prive di fondamento e spesso fantastiche proferite dagli eruditi. Ci si limiterà a qualche puntualizzazione.
Nel suo trattato di geologia Gemmellaro datò la lava di Aci al 1129, ma si tratta evidentemente di un errore di stampa. Dal racconto di Edrisi sembra che, nonostante l'uso del plurale, Aci fosse un unico centro abitato prima del terremoto. Dai passaggi di proprietà successivi al 1169 si avrebbe inoltre prova che esso non sia stato distrutto, com'è stato sostenuto. È noto infine che molte Aci risalgono ad età moderna e d'altro canto in alcune di tali località sono attestati insediamenti anteriori al sisma.
Concludendo la rassegna dei miti, mi sembra che si dovrebbe portare maggior rispetto ai compilatori delle cronache medievali, i quali copiavano generalmente di sana pianta gli autori a cui attingevano. La maggior parte degli eruditi moderni e contemporanei si rifanno più liberamente alle fonti, interpretandole a loro piacimento ed integrandole qua e là con vivaci considerazioni. Ciò non solo favorisce il proliferare di inesattezze ma rende più problematico ricostruire la diramazione delle notizie e dipanare le informazioni attendibili da quelle prive di fondamento.
Non ancora miti, forse anche perché troppo recenti, ma potenzialmente destinati a diventarlo in quanto parti di fantasia sono i ragguagli tratti da un libro di alcuni anni fa su Catania dalla preistoria alla dominazione normanna: il sisma “ebbe il suo epicentro nella zona in cui nel 1687 Ferdinando di Gravina, principe di Palagonia, fonderà Piedimonte Etneo... Il terremoto provocò vasti incendi... In questa occasione Guglielmo II, detto il Buono, dispose aiuti cospicui verso i terremotati che furono prontamente soccorsi. Il re inviò subito i suoi funzionari di corte per organizzare l'opera di assistenza e affidò gran parte del lavoro ai musulmani, la cui abilità seppe apprezzare ed anzi sfruttò negli affari del regno e della Corte."

La conoscenza storica del terremoto
All'alba del 4 febbraio 1169 il terremoto scosse la Sicilia orientale e fu sentito in Calabria: a Reggio e nei dintorni. Catania fu distrutta totalmente; Lentini, Piazza Armerina e Modica patirono gravi danni. A Siracusa vi furono crolli e rovinò il castello. A Messina il terremoto fu molto forte e a causa del maremoto le onde circondarono le mura, penetrando nella città. Il livello del mare sotto la torre del faro si abbassò di oltre cinque metri, ma poi ritornò all'altezza normale. Subirono danni molti paesi, villaggi e castelli del Catanese e del Siracusano. Si inaridirono temporaneamente alcune sorgenti, come la fonte Aretusa e quella del monte Tavi presso Assoro. Crollò per un tratto il fianco dell'Etna rivolto verso Taormina.
Il terremoto avvenne il 4 febbraio 1169. Falcando indicò esplicitamente il giorno (Quarta die februarii) ma non l'anno, per cui la cronologia è stata interpretata variamente. Gli anni a cui scrittori medievali e moderni hanno attribuito l'evento sono molto numerosi (1082, 1135, 1137, 1157, 1158, 1159, 1160, 1164,1165, 1166, 1167,1168, 1170, 1171, 1172, 1173, 1175, 1176, 1179, 1183, 1184, 1185), dando spesso a credere  che si tratti di eventi diversi.
La data è indicata per esteso da Guarna, il quale precisa che il sisma avvenne nell'anno dell'incarnazione 1168, indizione seconda, di febbraio, alla vigilia di S. Agata. L'anno dell'incarnazione, l'indizione seconda e la vigilia di S. Agata, cioè il 4 febbraio, corrispondono all'anno 1169 del calendario giuliano. La data del 4 febbraio («Pridie Nonas Februarii») 1169 è indicata con chiarezza dagli Annali di Pisa e dalle fonti più attente ed informate. Il giorno è indicato in genere esattamente, essendo un punto di riferimento sicuro la vigilia di S. Agata. Tuttavia Selvaggio indicò sia la data del 4 febbraio che quella del 10 febbraio (4 Idus Februarii), potendo far insorgere così l'impressione che si tratti di due scosse diverse. Egli sbagliò anche l'indizione, che non è la prima ma la seconda. Come ho avuto già modo di chiarire,  il sisma avvenne di prima mattina, verso le 7,45 e non nel pomeriggio, come ritenuto comunemente. La prima ora del giorno, riferita da Falcando, coincide col levare del sole, che il quattro febbraio corrisponde all'incirca alle ore 7,45. L'ora è confermata dalla cronaca coeva di Godei, il quale dice chiaramente che il sisma avvenne all'alba (diluculo ante horam primam). Ferrara interpretò correttamente il testo di Falcando, asserendo che il terremoto era avvenuto “verso lo spuntar del giorno” ; ma generalmente gli storici ed i sismologi compilatori dei vari cataloghi hanno seguito l'opinione più suggestiva, adottata da Mongitore. Questi tradusse “circa ora una della notte” il “circiter horam primameiusdem dei di Falcando, probabilmente perché l'ora vespertina si prestava meglio a giustificare il racconto, retoricamente efficace ma favoloso, narrato con astio polemico da Pietro di Blois, secondo cui il vescovo sacrilego di Catania fu ucciso, assieme al popolo, mentre celebrava la messa; anche se altro motivo dell'errore potrebbe  essere l'aver assimilato inconsciamente il termine vigilia, usato da Guarna per indicare il giorno prima della festa di Sant'Agata (5 febbraio), con la vigilia quale modo di computare le ore, per cui la vigilia prima corrisponderebbe alla prima ora della notte, e cioè approssimativamente alle 18. L'ora diventò 18 di Greenwich nel catalogo dell'ENEL e 18,30 di Greenwich nel Catalogo dei terremoti italiani dall'anno 1000 al 1980 del C.N.R..
La cartina isosismica pubblicata dal C.N.R. è inadeguata per vari motivi. Mi limito qui a sottolineare che Messina e Reggio Calabria, pur menzionate nel testo, non sono incluse nelle isosisme. Lo stesso dicasi per la cartina isosismica edita da Boschi, Guidoboni e Mariotti. Inoltre nella cartina del C.N.R. Acicastello è designata come totalmente distrutta, ma non vi è alcuna menzione esplicita di tale devastazione nelle cronache medievali.
Per quanto riguarda i singoli centri, la città colpita più gravemente fu Catania. Le fonti sono drastiche. Nella città non rimase edificio integro. Nel crollo della cattedrale di S. Agata morirono il vescovo Giovanni Aiello e la maggior parte dei monaci, quarantacinque secondo Guarna e quaranta secondo Godei. Selvaggio, di cui si è evidenziata la scarsa attendibilità, riferisce i nomi ed i cognomi di molti di essi, traendoli da un non precisato manoscritto catanese. Secondo gli Annali di Pisa, in genere bene informati, non rimase vivo ne maschio né femmina.  Anche se tale asserzione non può essere intesa alla lettera è certo che perì la maggior parte della popolazione. Il numero di quindicimila morti riferito da Falcando è approssimativo, verosimilmente per eccesso: egli stesso infatti dichiarò che il numero delle persone travolte dalla caduta delle pietre e delle travi lignee degli edifici non era quantificabile facilmente,  anche se con esso egli volle presumibilmente indicare la quasi totalità della popolazione di allora. Selvaggio parlò di sedicimila morti: il che sembra un arrotondamento dei quindicimila enunciati da Falcando, aggiungendo il vescovo ed i quarantacinque monaci di cui parla Guarna. Il numero dei morti diventò ventimila nella cronaca duecentesca di Martino di Troppau ed in quelle che da essa dipendono. Secondo alcuni autori, i morti a Catania sarebbero stati venticinquemila, somma desunta forse sommando i ventimila catanesi con i cinquemila siciliani morti per il maremoto di cui parla Martino di Troppau. Secondo la cronaca di Ruggero di Hovenden i morti sarebbero stati addirittura trentamila, senza contare le donne e i bambini. Secondo Godei Catania fu desolata
come se non fosse stata abitata per cento anni .
Enrico Pispisa ha osservato che la sottomissione del vescovado di Catania all'arcivescovo di Monreale nel 1183 contrassegnò il declino della città, ma forse anche l'inizio della ripresa.
La città di Siracusa soffrì crolli e lesioni di una certa consistenza, ma non fu rasa al suolo, come Catania. Si sono tentate valutazioni dei danni. Sulla scorta degli Annali di Pisa, Baratta asserì che la città rimase per metà distrutta. Boschi, Guidoboni e Mariotti si sono chiesti se sia crollata o se sia stata resa inagibile una parte o la maggior parte della città, ed hanno proposto di considerare danneggiate al massimo cinquecento o seicento case, il cinquanta o sessanta per cento di quelle abitabili da una popolazione stimata in poco più di tremila anime. Maragone, che è l'unico a quantificare i danni dell'abitato, dice che quedam pars  di Siracusa, cioè "una qualche parte" perì a causa del sisma.
Perciò i dati proposti, calcolati ipoteticamente, possono essere utili indicativamente a livello divulgativo, ma in sede scientifica occorre rassegnarsi ad ammettere l'impossibilità di certezze in proposito; e, conoscendo come si propagano le notizie in storiografia, si corre il rischio che essi vengano considerati fatti accertati. L'acqua della fonte Aretusa si intorbidì, diventando per un certo tempo salmastra: il fenomeno si ripeté in occasione dei terremoti del 1542 e del 1693. Il castello fu distrutto quasi completamente. Esso era ubicato nella zona dell'istmo, che era la più vulnerabile strategicamente e geologicamente, e va identificato nel forte che ebbe in seguito il nome di Marjeth. Data la scarsa consistenza geologica del terreno anche nel terremoto del 1542 il castello Marjeth e quello vicino di Casanova furono demoliti irrimediabilmente; mentre il castello Maniace, che poggia come la maggior parte di Ortigia su una solida piattaforma calcarea, non subì danni di rilievo, come pure durante il terremoto del 1693, che fece crollare un'altra volta il ricostruito forte Casanova. La diversa conformazione geologica del suolo spiega la differente risposta al sisma offerta dai castelli siracusani e, più in generale, la diseguaglianza dei danni subiti dalle varie locallità.
Lentini fu distrutta e perì nel crollo un gran numero di abitanti. Sorte non dissimile sembrano aver subito Modica e Piazza Armerina (corruerunt), anche se non è possibile precisare l'entità dei danni. Vi è persino qualche incertezza per quanto riguarda Modica, indicata, dopo Lentini, come Mahecum nelle edizioni di Muratori e Giuseppe Del Re  e nella più attendibile  Mohec nell'edizione di caruso ed in quella critica  di Carlo Alberto Gasrufi. Ma va ricordato che invece di Lentinum etiam Mohec (o Mahecum)  la variante del codice salernitano riporta  Lentinum etiam moliens, cioè  Anche Lentini crollando, la quale lezione sembrò più sicura a Del Re.

Furono colpiti molti centri abitati del Siracusano e del Catanese.
I termini "castra", "munitiones" e "castella", tradotti in genere semplicisticamente con "castelli", indicano di norma borghi cinti da mura. Ferrara parlò correttamente di città e paesi. Subirono danni anche i castelli veri e propri, e gli abitati non circondati da mura, indicati coi termini di "ville" o "casali". Il numero complessivo dei centri colpiti è difficilmente precisabile, anche se gli Annali di Pisa forniscono il numero di undici, che è il più verosimile tra quelli proposti dalle fonti coeve. Non sono fondate le notizie relative a danni patiti da Caltagirone, Palermo, Agrigento, Leonzio villaggio del Siracusano, Sortino, Taormina, Acicastello e Malta.
Non può escludersi naturalmente che alcune di queste località siano state effettivamente colpite dal sisma; ma, non essendo menzionate da fonti medievali, è inesatto metodologicamente inserirle nell'elenco delle località danneggiate senza addurre prove di alcun tipo, anche perché in questo modo la lista potrebbe accrescersi a dismisura. Ad esempio, Sortino è stata inclusa nel Catalogo dei forti terremoti, citando come fonte un libro di Sebastiano Pisano Baudo. In realtà l'autore espresse l'ipotesi che l'abitato di Pantalica fosse stato distrutto dal terremoto e che i superstiti avessero fondato successivamente Sortino. Si tratta di un'ipotesi condivisibile, ma proprio anche perché ribadisce che Sortino nel 1169 ancora non esisteva.
L'area di Caltagirone fu inserita nell'Atlante del C.N.R. tra le zone colpite con intensità di decimo grado della scala Mercalli-Cancani-Sieberg.  Le fonti medievali non fanno menzione della zona. Fu l'Aprile ad ipotizzare che le rovine da lui viste nella baronia di Camopetro presso Caltagirone potessero risalire al 1169 e far parte delle località comprese tra Catania e Piazza Armerina citate dagli Annali di Pisa.
Se è lecito ad uno studioso esprimere delle ipotesi, specie se ragionevoli, non è invece corretto considerarle fatti accertati. In casi come questi solo l'archeologia potrà dare risposte sicure. E sarebbe opportuno creare gruppi operativi costituiti da storici ed archeologi che scandaglino insieme le zone maggiormente interessate dal sisma. La menzione di Palermo fu fatta associando inesattamente, com'è stato notato, l'episodio narrato da Ibn Giubair col sisma del 1169 e con la reggia di Palermo.
Che Agrigento potesse essere stata colpita dal sisma fu congetturato con cautela da Paolo Collura: si tratta tuttavia di un'ipotesi da rigettare allo stato attuale delle conoscenze. Infatti nessuna fonte medievale, né tantomeno Falcando, menziona Agrigento.
Leonzio, villaggio del Siracusano, fu indicato per errore dal Capodieci, il quale non capì che le fonti  parlavano di Lentini.
Non è esatto anche che le fonti parlino di danni a Taormina: Falcando dice solo che fu visto abbassarsi alquanto il versante dell'Etna rivolto verso Taormina.
Acicastello è stata inserita a torto nell'Atlante del C.N.R., che parla di distruzione totale ed intensità dell'undicesimo grado della scala Mercalli-Cancani-Sieberg e nel Catalogo dei forti terremoti, che parla di decimo grado. Questi repertori hanno tenuto conto di quanto asserito dagli eruditi a proposito del castello di Aci; ma si è già mostrata l'inconsistenza di tale assunto.
È stato asserito che il sisma abbia interessato Malta, ma le fonti medievali tacciono in proposito.

A Messina il sisma fu «maximus et manifestus».
Boschi, Guidoboni e Mariotti, che tendono a limitare la portata dei danni, ipotizzano che le case distrutte menzionate in un diploma greco del 1176 possano essere messe in relazione al sisma e che in tale occasione possa essere stato distrutto il kastron della città. Nell'assoluto silenzio delle fonti, si può ritenere più probabile l'altra possibilità formulata dagli stessi, e cioè che il castello sia stato di strutto in occasione di una rivolta avvenuta in quell'anno. La circostanza che alcune case vicine furono incendiate sembra realizzabile con difficoltà in occasione del terremoto, dato che il centro urbano fu invaso dal mare. Infatti le acque dapprima si ritirarono per poi abbattersi con furia sulle mura, entrando all'interno della città attraverso le porte. Il livello del mare presso la torre del faro si abbassò di oltre cinque metri, ma poi ritornò all'altezza normale.
Il maremoto di Messina, riferito indipendentemente da due fonti coeve, è l'unico accertato storicamente.
Infine, varie sorgenti si prosciugarono ed altre scaturirono. Si è già detto della fonte Aretusa. Falcando riferisce inoltre che  la fonte del Tavi, che sgorga presso il casale dei saraceni, ai piedi del monte, dopo essersi disseccata per due ore, fece irrompere con grande furore per un'ora acque dal colore sanguigno. Da Fazello apprendiamo che il Tavi era un monte altissimo, che sorgeva quattro miglia a nord del castello di Assoro, alle cui falde si trovava una fortezza che era stata abitata da saraceni: quivi sgorgava la fonte da cui secondo lui avevano origine i fiumi Crisa e Teria, e si tramandava che essa avesse emesso flussi di sangue anche al tempo della conquista islamica.

Conclusione
Termino senza effettuare un esame comparativo dei due più grandi eventi sismici siciliani, che avrà maggiore probabilità di essere tentato con successo dopo questo convegno, !imitandomi per il momento a ribadire che le eventuali analogie riscontrabili e sinora riscontrate semplicisticamente devono essere accolte quali ipotesi di lavoro. Ho ritenuto più importante concentrare l'attenzione sullo stato >la fonte del Tavi, che sgorga presso il casale dei saraceni, ai piedi del monte, dopo essersi disseccata  per due ore, fece irrompere con grande furore per un’ora acque dal colore sanguigno>. Da Fazello apprendiamo che il Tavi era un monte altissimo, che sorgeva quattro miglia a nord del castello di Assoro, alle cui falde si trovava una fortezza che era stata abitata da saraceni: quivi sgorgava la fonte da cui secondo lui avevano origine i fiumi Crisa e Teria, e si tramandava che essa avesse emesso flussi di sangue anche al tempo della conquista islamica.

Conclusione
Termino senza effettuare un esame comparativo dei due più grandi eventi sismici siciliani, che avrà maggiore probabilità di essere tentato con successo dopo questo convegno, limitandomi per il momento a ribadire che le eventuali analogie riscontrabili e sinora riscontrate semplicisticamente devono essere accolte quali ipotesi di lavoro. Ho ritenuto più importante concentrare l'attenzione sullo stato delle conoscenze. Spero che l'ampio spazio dedicato all'indagine storiografica sia servito a mostrare come la conoscenza storica proceda a volte per convinzioni stratificatesi nel corso del tempo, pur se queste non hanno riscontro con quella che Machiavelli definì la realta efettuale delle cose.
Il progresso scientifico consiste spesso nel sapere
con esattezza meno cose di quante sapevamo fino ad ora, o meglio nel sapere con più precisione ciò che non conoscevamo con esattezza.
L'analisi delle fonti coeve è essenziale, ma non esaustiva, specie quando le informazioni immaginarie superano quelle reali. Perciò, come ammoniva Federico Chabod, non resta allo storico che leggere molto e controllare le note.

 

Giuseppe Giarrizzo

Note: Omesse, si rimanda al pdf originale
La Sicilia dei terremoti - Il terremoto del 1169 - Giarrizzo

 
 

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