Apro un cassetto, e il tempo mio rivedo;
la spiaggia muta giace ormai
perduta;
i Galatoti in cerchio ancor rivedo,
tra giochi ignari della
vita astuta.
Piramidi levavan sotto il sole,
tra risa vive e senza alcun pensiero;
quei giorni ormai non torneranno al cuore,
ma il loro palpito rimane
intero.
Felici fummo, e l’anima era lieve;
in coro uniti l’eco si levava;
radunarsi era un dono, un’ora breve
che senza pena il cuore accarezzava.
Gare sul mare, corse in campo aperto,
ogni sport ci vedea giovani e
forti;
Don Antonino al fianco, amico esperto,
ridea con noi nei giochi e
nelle sorti.
Or
che ripenso ai dì che furon dono,
scopro che il tempo fugge e mai
s’arresta;
così svanì quell’età senza suono,
lasciando in cuore un’eco
sempre desta.
Negli anni Cinquanta presi il mio cammino,
cercando un pane e un fato
più sereno;
Torino m’accolse come un buon vicino,
e ancor vi vivo, grato
al suo terreno.
Ora
che il giorno quieto mi circonda,
e in pensione ho tempo e pensamenti,
Galati torna, e l’anima s’inonda
d’un dolce pianto e d’immortali
accenti.
Sempre nel cor rimane il suo splendore,
terra che chiama chi l’ha un dì
lasciata;
e mentre scrivo, sento il suo calore
che mai s’estingue e mai
sarà scordata.