www.colapisci.it L'uomo che diventa pesce per necessità o per scelta


Gli occhi del mare

 - Ma secondo te, il mare ha gli occhi?
Così, a bruciapelo, chiesi a Uccio, mentre eravamo seduti sulla spiaggia nera, tra Vulcano e Vulcanello,  a guardare un tramonto  tra i faraglioni.

Era il nostro ultimo giorno di permanenza a Vulcano.
Avevamo piantato a Vulcanello la tenda canadese, presa in affitto al Domenico Savio, e ci eravamo suddivisi alcuni compiti per il soggiorno.  Fra questi, io dovevo andare ogni sera a prendere l'acqua nell'unica fontana presente vicino al porticciolo.
Ma, proprio nell'ultimo giorno, Uccio  mi disse che avrebbe provveduto lui al compito.  Nel tardo pomeriggio, infatti,  prese la tanica di 5 litri, che con accortezza la zia Rosetta ci aveva fatto comprare prima di partire, e si incamminò verso il porto,  mentre io cominciai   a sistemare tutti i bagagli per la partenza dell'indomani.
Dopo un'ora abbondante, terminai il mio compito, ma Uccio tardava a venire, perciò presi la Voigtlander, che mio fratello Cesare mi aveva prestato,  e  mi avviai verso le Sables noirs con l'intenzione di fotografare l'incipiente tramonto.

Giungendo nei pressi della spiaggia, vidi  una persona sola, accovacciata sulla rena, e intenta a guardare il mare. Man mano mi avvicinavo, mi resi conto che si trattava di Uccio.
In silenzio mi accostai  a lui e mi sedetti a fianco della tanica vuota.
Uccio mi diede uno sguardo sornione senza dire niente e subito riprese a guardare il mare.
Travolto dall'atmosfera mistica che si era creata, anch'io mi dedicai alla contemplazione  di un magnifico tramonto rosso, scordandomi di fotografarlo.
Sulla spiaggia eravamo noi due soli e l'unico suono era quello del leggero sciabordio di piccole onde, disturbato dal battito lontano di un motore a scoppio che alimentava un generatore elettrico di uno dei due alberghi allora presenti sull'isola.
Appena il sole sparì dietro i faraglioni e venne ingoiato dal mare, ci guardammo per lungo tempo e in silenzio, tramortiti dallo spettacolo naturale.
Il crepuscolo aveva una quiete tale da far fare pace al mondo intero.

Sapendo che ci saremmo inoltrati nell'ennesima discussione sul significato della vita, del dilemma della morte, dell'esistenza di un Dio  sempre più sconosciuto a noi, ruppi il silenzio dicendo:  - Ma secondo te, il mare ha gli occhi? -

Uccio dopo un lungo silenzio disse:
- Non so se ha gli occhi...
So però che ha un lungo respiro. Ascoltalo come è dolce, ricorrente, conciliante, quasi tenero, direi maternamente affettuoso.
So che ha il tatto...  Infatti, sa avvolgerti, accoglierti, cullarti, trattenerti, bagnarti donandoti gemme di sale. Anche se poi non si fa abbracciare e tanto meno trattenere. Fugge subito via dalle mani, dalle braccia, dal corpo per ridiventare mare.
Non so se ha l'olfatto, se annusa il nostro corpo, se riconosce gli odori emanati dalle alghe o dai pesci o da tutti gli altri esseri marini. E' più facile per noi sentire, nelle giornate di scirocco, il suo odore salmastro, a volte mescolato all'odore
bistinu di immaginifici predatori.
Ha pure l'udito. Pensa a quante urla  sente quando le persone si tuffano nelle sue acque e vi giocano come delfini impazziti o quando si strazia a sentire i gemiti dei naufraghi, il dolore delle solitudini inconsolabili, i sospiri affannati di amanti perduti nel buio delle profondità.
Ha pure il gusto. Pensa il  piacere che prova a diventare na cammaria comu l'ogghiu.
No..  Non so se ha gli occhi... Se ci guarda...

- Mah!  In qualche modo ci vede, però!
Forse il suo compito, grazie all'eidos con cui  struttura l'aspetto della realtà, è solo quello di catturarci e tenerci prigionieri per sempre. Altrimenti, come spiegheresti questa malia che ci prende l'anima, che ci costringe a cercare, con un desiderio sempre più struggente,  il significato della vita, della morte.
Forse il mare  è una forma aliena che si è insinuata nel nostro corpo, nel sangue...

- Non cominciare con le tue disquisizioni di fantascienza. Hai letto troppi libri di Urania. Quella tua teoria dei mondi paralleli, a volte mi lascia perplesso. 
Infiniti mondi paralleli che si strutturano con le nostre scelte e ogni scelta che genera un nuovo mondo... E poi  i salti da una vita parallela all'altra...
E' una teoria disturbante...


- Fosse vera, pensa che mistero... Tante vite parallele e, ognuna per conto suo, che generano tante vite. Tutto e noi nel tutto, replicati per infinite volte

Ci fu un breve silenzio, poi Uccio disse:
- C'è un inconveniente, se ci pensi.  Potremmo vivere ma anche morire infinite volte...

Erano queste battute  che sparigliavano la continuità di ogni discorso e che rendevano unico Uccio. Trovava sempre il modo per stemperare le situazioni emotive, per innescare un sorriso in più.

- Uno a zero per te!...
  -  ripresi -
Ma ci pensi alla morte, a questa assurdità che dovremo morire? Potremmo avere la scelta di decidere come morire? ...
Per me, ogni volta che varco la soglia del mare è un morire lieve, mi spengo come una scintilla che torna alla sua notte, come un’eco che si stacca dal mondo.

- Il mare é il luogo in cui il tempo si piega per farmi morire senza accorgermene e svanire in un respiro che non ha nome, dove persino la luce sembra ricordarmi appena...
Magari l'alieno è già entrato nel nostro sangue sostituendolo e, senza saperlo, siamo diventati mare.  Ma, più che morire in mare, vorrei essere disperso nel mare. Sarebbe l'unico modo di sentirsi mare per sempre.


- A proposito di aldilà. Ricordi, nella vigilia di Pasqua,  le nostre battaglie navali, con aerei e barchette di carta, fatte nel fonte battesimale? Era una forte provocazione nei confronti di una moltitudine di credenti,  che nascondeva la nostra voglia di sondare il dilemma  dell'aldilà, della resurrezione...

- Si, si...
Basta! Andiamo a prendere l'acqua.
- così Uccio troncò la discussione.

Per strada, al buio, sentendo in lontananza delle voci femminili di una comitiva  francese, con allegria si scatenarono le nostre fantasie erotiche, ma come sempre restammo "all'asciutto".  L'indomani partimmo per raggiungere Milazzo e un tramonto rosso porpora ci accompagnò fino all'arrivo.

Per molte altre volte parlammo di mare, di vita e di morte, ma mai in compagnia di altri. E' stato sempre come se queste discussioni avessero una matrice solo nostra, fortemente legata al mare, sempre più scevro del simbolismo o del luogo.
Mare come vita intima o, come spesso Uccio diceva, desiderio di un altro mondo possibile.

Ora, mi porto addosso il rimpianto infinito, figlio di un dolore altrettanto infinito, di non esserci stato nel momento in cui  Uccio ci ha lasciato.
L'avrei voluto accompagnare a bagnarsi i piedi nel mare, ad affondare le mani nel mare, a portarsi l'acqua di mare sulla faccia, ad aiutarlo a scuotere i suoi ricci ostinati per abbandonare le ultime gocce di mare.  Ogni goccia un ricordo  lanciato in aria per farlo cadere in mare, dove poterlo andare a ritrovare.
Ciò, con mio rammarico, non è accaduto. Uccio non è potuto andare a trovare per l'ultima volta il mare.  Ma, grazie ad un gesto pietoso di un figlio amato,  è accaduto, invece,  che sia stato il mare a dare l'ultimo saluto.
 
La mattina che Uccio è morto, suo figlio Alberto con calma lo ha preparato per l'estrema unzione. Nell'attesa che arrivasse il prete, era uscito nel terrazzo e, stremato da un dolore composto, si era seduto a guardare smarrito quel mare stretto che raccontava di famiglia, di radici profonde, che sapeva di nonno Matteo, di nonno Alberto e di Uccio e di un altro Alberto ancora e di fratelli, di cugini e di zii, di vite che sono passate e che passeranno ancora.
Ad Alberto era sembrato che Il mare avesse avuto gli occhi per scrutarlo in quel momento di dolore, tanto da sentirsi consolato e chiamato.  Mentre il prete finiva di dare l'estrema unzione, Alberto ha avvertito che mancava qualcosa...
Ha aperto il cancello sulla spiaggia, si è arrampicato su quei massi posti a barriera dalle intemperie, è giunto a riva e ha immerso le mani nel mare. 
Tornato a casa, con tenerezza, ha posato le  mani bagnate sulla testa del padre... 

E' stato così che il mare si è ricongiunto a Uccio,  che gli ha posato sulla fronte un’ombra di sale e d’amore, leggera come un pensiero che non osa restare,  e che lo ha affrancato dalla necessità di  fare l'estremo tuffo, come se tutto fosse già accaduto nel silenzio dell'ultimo respiro.


Alberto e Alberto

   

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