- Ma secondo te,
il mare ha gli occhi? Così, a bruciapelo,
chiesi a Uccio, mentre eravamo seduti sulla spiaggia nera, tra Vulcano e Vulcanello, a guardare un tramonto tra i faraglioni.
Era il nostro ultimo giorno di permanenza a Vulcano.
Avevamo piantato a Vulcanello la tenda canadese, presa in affitto al Domenico Savio, e
ci eravamo suddivisi alcuni compiti per il soggiorno. Fra questi,
io dovevo andare ogni sera a prendere l'acqua nell'unica fontana
presente vicino al porticciolo.
Ma, proprio nell'ultimo giorno, Uccio mi disse che avrebbe
provveduto lui al compito.
Nel tardo pomeriggio, infatti, prese la tanica di 5 litri, che con
accortezza la zia Rosetta ci aveva fatto comprare prima di partire, e si incamminò verso il
porto, mentre io cominciai a sistemare tutti i bagagli
per la partenza dell'indomani.
Dopo un'ora abbondante, terminai il mio compito, ma Uccio tardava a
venire, perciò presi la Voigtlander, che mio fratello Cesare mi aveva
prestato, e mi avviai verso le Sables noirs con l'intenzione
di fotografare l'incipiente tramonto.
Giungendo nei pressi della spiaggia, vidi una persona sola,
accovacciata sulla rena, e intenta a guardare il mare. Man mano mi
avvicinavo, mi resi conto che si trattava di Uccio.
In silenzio mi accostai a lui e mi sedetti a fianco della
tanica vuota.
Uccio mi diede uno sguardo sornione senza dire niente e subito riprese a
guardare il mare.
Travolto dall'atmosfera mistica che si era creata,
anch'io mi dedicai alla contemplazione di un magnifico tramonto
rosso, scordandomi di fotografarlo.
Sulla spiaggia eravamo noi due soli e l'unico suono era quello del
leggero sciabordio di piccole onde, disturbato dal battito lontano di un
motore a scoppio che alimentava un generatore elettrico di uno dei due alberghi allora presenti sull'isola.
Appena il sole sparì dietro i faraglioni e venne ingoiato dal mare, ci
guardammo per lungo tempo e in silenzio, tramortiti dallo
spettacolo naturale.
Il crepuscolo aveva una quiete tale da far fare pace al mondo intero.
Sapendo che ci saremmo inoltrati nell'ennesima discussione sul
significato della vita, del dilemma della morte, dell'esistenza di un
Dio sempre più sconosciuto a noi, ruppi il silenzio dicendo: - Ma secondo te, il mare ha gli
occhi? -
Uccio dopo un lungo silenzio disse: - Non so se ha gli occhi...
So però che ha un lungo respiro. Ascoltalo
come è dolce, ricorrente, conciliante, quasi tenero, direi maternamente
affettuoso.
So che ha il tatto... Infatti, sa avvolgerti, accoglierti, cullarti,
trattenerti, bagnarti donandoti gemme di sale. Anche se poi non si fa
abbracciare e tanto meno trattenere. Fugge subito via dalle mani, dalle
braccia, dal corpo per ridiventare mare.
Non so se ha l'olfatto, se annusa il nostro corpo, se riconosce gli
odori emanati dalle alghe o dai pesci o da tutti gli altri esseri
marini. E' più facile per noi sentire, nelle giornate di scirocco, il suo odore salmastro, a volte
mescolato all'odore
bistinu di immaginifici predatori.
Ha pure l'udito. Pensa a quante urla sente quando le persone si
tuffano nelle sue acque e vi giocano come delfini impazziti o quando si
strazia a sentire i gemiti dei naufraghi, il dolore delle solitudini
inconsolabili, i sospiri affannati di amanti perduti nel buio delle profondità.
Ha pure il gusto. Pensa il piacere che prova a diventare na
cammaria comu l'ogghiu.
No.. Non so se ha gli occhi...
Se ci guarda...
- Mah! In qualche modo ci vede, però!
Forse il suo compito, grazie all'eidos con cui struttura l'aspetto
della realtà, è solo quello di catturarci e tenerci prigionieri
per sempre. Altrimenti, come spiegheresti questa malia che ci prende
l'anima, che ci costringe a cercare, con un desiderio sempre più
struggente, il significato della vita, della morte.
Forse il mare è una forma aliena che si è insinuata nel nostro
corpo, nel sangue...
- Non cominciare con le tue disquisizioni di fantascienza. Hai letto
troppi libri di Urania. Quella tua teoria dei mondi paralleli, a volte
mi lascia perplesso.
Infiniti mondi paralleli che si strutturano con le nostre scelte e ogni
scelta che genera un nuovo mondo... E poi i salti da una vita
parallela all'altra...
E' una
teoria disturbante...
- Fosse vera, pensa che mistero... Tante vite
parallele e, ognuna per conto suo, che generano tante vite. Tutto e noi
nel tutto, replicati per infinite volte
Ci fu un breve silenzio, poi Uccio disse:
- C'è un inconveniente, se ci pensi.
Potremmo vivere ma anche morire infinite volte...
Erano queste battute che sparigliavano la continuità di ogni
discorso e che rendevano unico Uccio. Trovava sempre il modo per
stemperare le situazioni emotive, per innescare un sorriso in più.
- Uno a zero per te!... -
ripresi -
Ma ci pensi alla morte, a questa assurdità che dovremo morire? Potremmo
avere la scelta di decidere come morire? ...
Per me, ogni volta che varco la soglia del mare è un morire lieve, mi spengo come una scintilla che torna alla sua notte, come un’eco
che si stacca dal mondo.
- Il mare é il luogo in cui il tempo si piega per farmi morire senza
accorgermene e svanire in un respiro che non ha nome, dove
persino la luce sembra ricordarmi appena...
Magari l'alieno è già entrato nel nostro sangue sostituendolo e, senza saperlo, siamo
diventati mare. Ma, più che morire in mare, vorrei essere disperso
nel mare. Sarebbe l'unico modo di sentirsi mare per sempre.
- A proposito di aldilà. Ricordi, nella vigilia
di Pasqua, le nostre battaglie navali, con aerei e barchette di
carta, fatte nel fonte battesimale? Era una forte provocazione nei
confronti di una moltitudine di credenti, che nascondeva la nostra
voglia di sondare il dilemma dell'aldilà, della
resurrezione...
- Si, si...
Basta! Andiamo a prendere l'acqua. - così Uccio troncò la discussione.
Per strada, al buio, sentendo in lontananza delle voci femminili di una
comitiva francese, con allegria si scatenarono le nostre fantasie
erotiche, ma come sempre restammo "all'asciutto". L'indomani partimmo
per raggiungere Milazzo e un tramonto rosso porpora ci accompagnò fino
all'arrivo.
Per molte altre volte parlammo di mare, di vita e di morte, ma
mai in compagnia di altri. E' stato sempre come se queste discussioni
avessero una matrice solo nostra, fortemente legata al mare, sempre più
scevro del
simbolismo o del luogo.
Mare come vita intima o, come spesso Uccio diceva,
desiderio di un altro mondo
possibile.
Ora, mi porto addosso il rimpianto infinito, figlio di un dolore altrettanto
infinito, di non esserci stato nel momento in cui Uccio ci ha
lasciato.
L'avrei voluto
accompagnare a bagnarsi i piedi nel mare, ad affondare le mani nel mare, a portarsi l'acqua di mare sulla faccia, ad aiutarlo a scuotere i suoi ricci
ostinati per abbandonare le ultime gocce di mare. Ogni goccia un ricordo
lanciato in aria per farlo cadere in mare, dove poterlo andare a
ritrovare.
Ciò, con mio rammarico, non è accaduto.
Uccio non è potuto andare a trovare per l'ultima volta il mare. Ma,
grazie ad un gesto pietoso di un figlio amato, è accaduto, invece, che sia
stato il mare a dare l'ultimo saluto.
La mattina che Uccio è morto, suo figlio Alberto con calma lo ha
preparato per l'estrema unzione. Nell'attesa che arrivasse il prete, era
uscito nel terrazzo e, stremato da un dolore composto, si era seduto a
guardare smarrito quel mare stretto che raccontava di
famiglia, di radici profonde, che sapeva di nonno Matteo, di
nonno Alberto e di Uccio e di un altro Alberto ancora e di fratelli, di
cugini e di zii, di vite che sono passate e che passeranno ancora.
Ad Alberto era sembrato che Il mare avesse avuto gli occhi per scrutarlo
in quel momento di dolore, tanto da sentirsi consolato e chiamato.
Mentre il prete finiva di dare l'estrema unzione, Alberto ha avvertito che mancava qualcosa...
Ha aperto il
cancello sulla spiaggia, si è arrampicato su quei massi posti
a barriera dalle intemperie, è giunto a riva e ha immerso le mani nel mare.
Tornato a casa, con tenerezza, ha posato le mani bagnate sulla testa del padre...
E' stato così che il mare si è ricongiunto a Uccio, che gli ha
posato sulla
fronte un’ombra di
sale e d’amore,leggera come un
pensiero che non osa restare, e che lo ha affrancato
dalla necessità di fare l'estremo tuffo,
come se tutto
fosse già accadutonel silenzio
dell'ultimo respiro.