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Enalos, Il rgazzo del mare

Enalos è il nome che il mare pronuncia quando vuole ricordare agli uomini
che l’onda non è solo acqua, ma memoria. È il giovane che non teme l’abisso,
perché nell’abisso vede una porta. Il suo tuffo non è gesto: è vocazione.
Si dice che Poseidone lo abbia guardato scendere tra le onde come si guarda
un figlio che finalmente comprende il linguaggio del padre.
Enalos non cade:
entra. E nell’entrare
diventa altro, diventa ciò che il mare custodisce per chi sa ascoltare.
Il mare lo avvolge, lo riconosce, lo chiama con il nome che dà ai suoi
prescelti. Le foche sacre gli nuotano accanto come ancelle silenziose, e le
ninfe lo sfiorano come si sfiora un sogno che non si vuole svegliare.
Enalos emerge diverso: non più uomo, non ancora dio, ma
ponte.
Il suo tuffo è un atto d’amore: amore per la sacerdotessa che voleva
salvare, amore per la vita che rischiava, amore per il mare che lo
reclamava.
E quando riemerge, porta negli occhi la stessa luce che brilla negli eroi
che hanno visto ciò che non si può raccontare.
Enalos è il primo tuffatore, il primo iniziato, il primo che ha capito che
il mare non è confine ma
passaggio.
Chi oggi guarda un tuffatore antico - quello di Paestum, sospeso tra cielo e
acqua - vede in lui l’ombra di Enalos: la promessa che ogni salto
nell’ignoto è un ritorno a sé stessi.
ia

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