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Dalla spiaggia di settembre

Spesso, in questo periodo, stormi di uccelli fanno ombra su di noi, sul nostro mare e
sulle nostre anime.
Sembra che oltrepassino i confini delle banalità e che ci sorprendano con i loro
tagli d'ala. Allora, lo sguardo si alza e il loro migrare diventa la nostra
ansia, la nostra triste, vergognosa incapacità di essere coraggiosi guerrieri
del cielo, la nostra bramosia piagnucolosa di sentirci liberi.
Lo stormo realizza il nostro incessante, ma silenzioso e nascosto, urlo di dolore e
di amore. Per qualche secondo, afferriamo le ali degli uccelli in volo e,
disperatamente, ci facciamo trascinare dal loro anarchico transito nel mondo.
Da lassù, il vento ostenta la sua supremazia e ci sbatte in faccia gli odori di
un universo che si intreccia ai nostri capelli e che si spinge nelle nostre
narici. Assaggiamo le nuvole, le mordiamo, ci addormentiamo tra le loro
braccia di ovatta, sprofondiamo in mezzo alle loro facce di pupazzi, mostri,
animali e continenti e al di sopra della loro maestosità, osserviamo la sublime
melodia dell'azzurro che incastona il sole.
Domandando perdono delle nostre meschinità, affannandoci a rintracciare nei sentieri della
nostra anima una sorgente di semplice accettazione della vita, sussurriamo al
sole e al vento di avere pietà della nostra presunzione.
E così, oceani, fiumi, montagne, città e deserti riempiranno i nostri vuoti,
inonderanno i nostri sguardi, toccheranno i nostri sensi e le ali dello stormo
non ci apparterranno più.
Dobbiamo solo piangere.
Aretusa
DM


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