Dalla mia città si fugge, non si arriva.
La mia città è di una bellezza naturale straordinaria, pari allo straordinario maltrattamento che subisce da parte dei
suoi abitanti. Il male della mia città sono i messinesi. Tutti. Compresa me, sia chiaro.
Tendenzialmente passivi di fronte ai forti e arroganti coi deboli. Incapaci di seguire alcuna regola, i
messinesi vivono all’insegna del “minni futtu”
(me ne frego), unica legge ben accetta. E sotto quest’unica legge la mia città è stata massacrata da
un surplus di automobili, dal parcheggio selvaggio in terza fila, dal
conferimento dei rifiuti eseguito nei luoghi, nei tempi e nei modi voluti da
ciascun messinese e dallo smaltimento degli stessi svolto nei luoghi, nei tempi
e nei modi voluti dagli operatori, dalle spiagge meravigliose usate come
discarica di laterizi e roba varia, dall’inesistenza di un programma di
accoglienza turistica, dal commercio ambulante non regolamentato, dal commercio
fisso non controllato, dal servizio pubblico inefficiente e dal pubblico che
evadendo tasse e pagamenti fa di tutto perché lo sia.
Poi c’è la divisione in classi sociali: i piccoloborghesi con la puzza sotto al naso, pronti a esprimere
giudizi non richiesti, che anche in tempi di crisi non rinunciano alla
gonnellina firmata, all’orologio alla moda, alle feste modaiole da jet set, al
posto in prima fila nel lido “in”; poi quelli che arrancano ma ce la
mettono tutta a vivere del proprio lavoro vivendo una vita di rinunce e infine
una massa indistinta di poveri diavoli che sbarcano il lunario oscillando fra onestà e disonestà.
Situazione differente gli emarginati. Ma si aprirebbe un
altro capitolo. Tutti hanno in comune due capacità: u
curtigghiu e u lamentu. I messinesi tutti
sono campioni del curtigghiu, cioè del pettegolezzo, tutti hanno qualcosa da
commentare, da riferire, da raccontare dei fatti degli altri, non rimanendo
esenti, peraltro, da bugie e illazioni senza fondamento. E tutti hanno una
capacità di lamento impressionante: mai propositivi, sempre disfattisti.
Ma c’è un giorno in cui una fetta abbondante di popolazione scende in piazza e
si appropria di una festa tutta messinese: ferragosto.
Il 15 agosto a Messina prende forma l’imponente tirata della Vara. I piccoloborghesi rimangono,
perlopiù, al balcone per non “tingersi” con
la folla, molti snobbano la festa andando fuori porta o rintanandosi a vedere la
diretta tv – e quest’anno gli è andata male – alcuni, pochi, riescono a farsi
inserire fra le corde o meglio ancora dietro la Vara per farsi notare, e poi c’è
il resto dei messinesi. Tanti messinesi, centinaia di migliaia.
Sul percorso della Vara, su chi tira e come tira, sulla storia della
machina non dirò, perché si trova tutto on line.
Vi dirò invece quel che accade ai bordi delle strade, mentre il fiume di braccia
e di gambe corre sudato tirando la Vara, perché non viene raccontato. Vi dirò
come nel giorno di Ferragosto accada un miracolo antropico straordinario e di
come dai più umili vengano fuori dei gesti silenziosi di grande umanità, senza
clamore. E la regola del “minni futto” per un giorno diventa altro.
Ne ho tanti da raccontare di questi gesti che nel corso degli anni ho visto e
sentito: extracomunitari che pregano e supplicano per poter porgere un mazzo di
fiori alla Madonna ai quali si fa strada aprendo i varchi con un gesto di
accoglienza straordinario, scambi di trecce biancoazzurre beneauguranti,
acquisto di acqua e limoni che volano verso i tiratori per il loro rinfresco
(quest’anno a dire il vero il lancio delle bottiglie è stato fatto dai tiratori
verso il comandante dei Vigili Urbani, e non per rinfrescarlo, giusto per nota
di cronaca), estranei che prendono in braccio i bambini per offrirgli una
visuale migliore, donne che pregano e piangono, la toccata della corda benedetta
concessa ai disabili e ai deboli, ragazzi che fanno fioretti veramente ben
intenzionati, carrozzelle di invalidi spinte e sollevate a braccia per superare
gli inevitabili ostacoli sulla strada e tanto altro ancora…
Ma quest’anno ho assistito a un gesto di grande potenza emotiva. E lo racconto a
riscatto della mediocrità dei messinesi descritta prima.
Poco prima della girata (per i non messinesi
è il punto di svolta da un lungo rettilineo per immettersi nella strada che
porta a Piazza Duomo, ed essendo la Vara “tirata”
e non trasportata a braccia o su ruote, per farla
“girare” è necessario che i tiratori facciano un gioco di corde a
intreccio geometricamente perfetto), poco prima della girata – dicevo – eravamo
fermi in attesa del movimento successivo. I tiratori di fronte a noi
tracannavano acqua, si sbracciavano a salutare parenti e amici, cercavano con
gli occhi fra la folla occhi conosciuti… insomma la tregua dopo il
Viva Maria! precedente.
Accanto a noi una famigliola, papà, mamma, due bambini, uno dei quali in braccio.
D’un tratto dalla fune si stacca uno dei tiratori e viene verso di noi. Si ferma
di fronte alla mamma con il bambino e lega al braccino il foulard azzurro che i
tiratori portano al collo: “Dovevo portarlo a mio
figlio, ma lo do a lui”. E sparisce.
La mamma che non ha proferito nemmeno una sillaba, nemmeno un “grazie”,
nemmeno un “cosa fa?”, scoppia a piangere, lacrime, tante, in silenzio.
Guarda il marito, guarda il bambino, cerca con gli occhi un conforto al suo
magone. Poi il nostro sguardo cade sul bambino, sul suo braccino infiocchettato
di azzurro, sul suo moncherino.
La Vara era ripartita e io ho ringraziato il caldo che mi faceva asciugare
lacrime e sudore con compostezza.