Miti e... legende
Articolo pubblicato in "Terra Inquieta" autori Egidio Marisca e Francesco Spadaro
(Minime variazioni)

La legenda di Colapesce

 


Ritratto di pescatore, (Colapesce?), particolare.
Attribuito ad Alonzo Rodriguez (Messina 1578? - 1648). Messina, Museo Regionale.

 

Nicola (Colapesce) viveva con la sua famiglia a Messina, in una capanna vicino al mare, e fin da ragazzo prese dimestichezza con le onde.
Quando crebbe e divenne un ragazzo svelto e muscoloso, la sua gioia era d’immergersi profondamente nell’acqua e, quando vi si trovava dentro, si meravigliava anche lui come non sentisse il bisogno di ritornare in superficie se non dopo molto tempo.
Poteva rimanere sott’acqua per ore e ore, e quando tornava su, raccontava alla madre quello che aveva visto: dimore sottomarine di città antichissime inghiottite dai flutti, grotte piene di meravigliose fosforescenze, lotte feroci di pesci giganti, foreste sconfinate di coralli e cosi via.
Una volta egli tornò dal fondo recando alcune monete d’oro e cosi continuò per parecchio tempo, finché ebbe recuperato il tesoro di un’antica nave affondata in quel luogo.
La sua fama crebbe tanto che, quando venne a Messina l’imperatore Federico, questi volle conoscere immediatamente lo strano essere mezzo uomo e mezzo pesce. Egli si trovava su di una nave al largo quando Cola fu ammesso alla sua presenza.
- Voglio esperimentare - gli disse l’Imperatore, - quello che sai fare. Getto questa coppa d’oro nel mare; tu riportamela.

- Una cosa da niente, maestà - disse Cola, e si gettò elegantemente nelle onde.

Di lì a poco egli tornò a galla con la coppa d’oro nella destra.
Il sovrano fu cosi contento che regalò a Cola il prezioso oggetto e lo invitò a restare con lui. L’Imperatore volle infine sapere com’era fatto il fondo del mare e come vi poggia sopra l’isola di Sicilia.
Cola s’immerse, stette via parecchio tempo, e quando tornò, informò l’Imperatore che la Sicilia era sostenuta da tre colonne, due intatte e forti e una terza vacillante, perché il fuoco la consuma, tra Catania e Messina.
Il sovrano volle sapere com’era fatto questo fuoco e ne pretese un poco per poterlo vedere. Cola rispose che non poteva portar il fuoco nelle mani; ma il sovrano si sdegnò e minacciò oscuri castighi.
- Confessalo, Cola, tu hai paura.

- Io paura? - ribatté il giovane - anche il fuoco vi porterò. Tanto, una volta o l’altra, bisogna ben morire. Se vedrete salire alla superficie delle acque una macchia di sangue, vuol dire che non tornerò più su.
 

Si gettò a capofitto nel mare; la gente stava ad attendere col cuore diviso tra la speranza e la paura.
Dopo una lunga, inutile attesa, si vide apparire una macchia di sangue. Cola era disceso fino al fondo, dove l’acqua prende i riflessi del fuoco, e poi più avanti dove ribolle, cacciando via tutti i pesci.
Che cosa successe laggiù? Non si sa: Cola non riapparve mai più.
Qualcuno sostiene ch’egli non è morto e che è restato in fondo al mare, perché si era accorto che la terza colonna su cui poggia la Sicilia stava per crollare e la volle sostenere, cosi come la sostiene tutt’ora.

 

 

Tratto da
“Fiabe popolari siciliane”

www.terremotodimessina.org
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Colapesce, 1985, B. Madaudo, opera realizzata per conto delle Edizioni Novecento. In questo quadro viene rappresentato Colapesce, mezzo uomo e mezzo pesce, mentre si tuffa nello Stretto di Messina (l’
Colapesce, 1985, B. Madaudo, opera realizzata per conto delle Edizioni Novecento.
In questo quadro viene rappresentato Colapesce, mezzo uomo e mezzo pesce, mentre si tuffa nello Stretto di Messina (l’Etna sullo sfondo

 

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