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23 aprile 2018

LA PSICOANALISI, LA LEGGENDA DI "COLAPESCE", LA "LEZIONE" DI FREUD A ROMAIN ROLLAND.

Una nota di Federico La Sala
 

All’interno di un lavoro portata avanti da più Autori, sul tema “L’India della psicoanalisi. Il subcontinente dell’inconscio” (IPOC, Milano 2014), Livio Boni, a conclusione del suo contributo specifico, dedicato a “Freud e l’India: un percorso ermeneutico lungo/un itinerario mancato”, e, in particolare, allo sforzo di fornire chiarimenti sul “dialogo con Romain Rolland” e sulla “equazione freudiana: India = misticismo”, scrive:

  • A mo’ di epilogo riportiamo infine, per dovere di esaustività, la testimonianza del poeta tedesco Bruno Goetz circa le proprie conversazioni con Freud (1904-1905), che avrebbero avuto l’India quale soggetto privilegiato. Ne trascriviamo qui di seguito il brano concernente la critica rivolta dal fondatore della psicoanalisi a una certa fascinazione esercitata dal pensiero indiano, e più in particolare dalla Bhagavadgita, premettendo che non ci pare opportuno conferire a questo testo lo statuto di un documento a pieno titolo, non tanto per i problemi di attendibilità che esso pone (Goetz pretende di aver ritrovato, a mezzo secolo di distanza, degli appunti dell’epoca, nei quali si era sforzato di riportare alla lettera il resoconto dei propri incontri con Freud), ma in quanto tanto il contenuto che il tono di questo testo sono in aperto contrasto con tutto ciò che Freud afferma altrove, non solo circa l’India, ma riguardo al misticismo più in generale. Passiamo dunque la parola, in ultimo, a questo dialogo Freud-Goetz, senza però lasciargli l’ultima parola.

  • Dispose dunque [Freud] di vederci alle nove della sera. Dopo essersi interessato al mio stato di salute mi interrogò circa i miei studi, e io gli parlai entusiasticamente delle letture della Bhagavadgita svolte all’Università da Leopold von Schroeder. Non appena cominciai a parlare Freud balzò in piedi e cominciò ad andare avanti e indietro per la stanza.
    -  “Fai attenzione ragazzo mio, fai attenzione” esclamò non appena ebbi finito di parlare. “Hai certo le tue ragioni a mostrarti entusiasta, le tue parole testimoniano del tracimare del tuo cuore. Il cuore ha sempre la meglio, ma cerca di mantenere la testa fredda, come finora, fortunatamente, mi pare tu sia riuscito a fare. Non abbassare la guardia. Un’intelligenza chiara e limpida è il più grande dei doni. Il poeta della Bhagavadgita sarebbe il primo a confermarlo. Resta guardingo, tieni sempre gli occhi ben aperti, prendi coscienza di ogni cosa, sii di un coraggio indefettibile, non lasciarti mai abbagliare, non imbrogliarti. La Bhagavadgita è un poema grande e profondo che apre però su dei precipizi.
    -  E ancora giace sotto di me celato nella purpurea tenebra afferma il tuffatore di Schiller, che mai rivenne dal suo secondo temerario tentativo. Se invece, senza la guida di un intelletto lucido ti immergi nel mondo della Bhagavadgita, laddove nulla sembra costante e ogni cosa si confonde con ogni altra, allora ti troverai improvvisamente di fronte al nulla. Sai cosa vuol dire trovarsi di fronte al nulla? Te lo puoi immaginare? Eppure questo nulla è solo il frutto del fraintendimento di noi Europei: il Nirvana indù non è il nulla, è ciò che trascende ogni contraddizione. Esso non è, come gli Europei spesso tendono a credere, un’estasi dei sensi, ma l’ultimo gradino dell’intendimento umano. Un’intuizione raggelante,onnicomprensiva e difficilmente rappresentabile. Ora, se frainteso, esso conduce alla follia. Che cosa conoscono mai questi sedicenti mistici d’Europa della profondità dell’ Oriente? Fantasticano, ma non sanno nulla. E poi si stupiscono quando perdono la testa e non di rado escono di senno - sono trasportati letteralmente fuori di sé”.
    -  Tacque e tornò a sedere.“Spero mi perdoniate”, cominciai io dopo una breve pausa, “ma c’è una domanda che mi assilla. Posso porvela?” “Senza esitazione”, mi rispose. “La cosa più importante è non esitare a porre domande. In questo momento voi vi interessate alla filosofia indù. Quest’ultima si spinse spesso tanto lontano da formulare le proprie risposte in forma di domande. I filosofi indiani sapevano perché.”

 

LA PAURA DELLA "GIOIA ECCESSIVA". Alla luce di un “vecchio” lavoro di Giampaolo Lai (“Due errori di Freud”, Boringhieri, Torino 1979), di Elvio Fachinelli (“La mente estatica”, Adelphi, Milano 1989) e, mi sia consentito, di una altrettanto mia “vecchia” analisi della “provocazione” fachinelliana di portarsi oltre Freud (si cfr. “La mente accogliente. Tracce per una svolta antropologica”, Antonio Pellicani Editore, Roma 1991, pp. 138-161), pur volendo accogliere l’opinione della lettura di Boni (2002/2014) sul valore della “soprendente” testimonianza di Goetz relativa alle dichiarazioni di Freud sull’India, con tutte le implicazioni che esse hanno anche sul dialogo con Rolland, è da dire che nel testo di Goetz c’è un elemento, che sollecita attenzione e invita non a semplificare (“Questo riduzionismo - scriveva Fachinelli - non ci serve: ci serve piuttosto un adduzionismo”) ma ad “approfondire” ulteriormente la lettura della “lezione” di Freud a Goetz, proprio per fare possibilmente più chiarezza sul “percorso ermeneutico lungo" e su "l’itinerario mancato".

L’elemento è la citazione ripresa dalla ballata di Schiller - un vero e proprio “iceberg” del “mare” interno di Freud: “La Bhagavadgita è un poema grande e profondo che apre però su dei precipizi. E ancora giace sotto di me celato nella purpurea tenebra afferma "il tuffatore" di Schiller, che mai rivenne dal suo secondo temerario tentativo” (sul tema, si cfr. la brillante tesi di laurea di Malvina Celli, "La simbologia di Friedrich Schiller nella ballata "Der Taucher": amore o ambizione?", Università di Pisa "014/2015).

Tale elemento illumina con molta forza un “impensabile” ancora da pensare: esso non è affatto “in aperto contrasto con tutto ciò che Freud afferma altrove” ma, al contrario, esprime solo e già tutto “il disagio della civiltà”, quella occidentale, nei confronti dell’altra civiltà, quella orientale in questo caso e, in particolare, dell’India.

Nel 1904-1905, a pochi anni dalla pubblicazione della Interpretazione dei sogni, avvenuta nel 1899 (con la data “1900”), e con la consapevolezza che la sua autoanalisi - interminata e interminabile - non è affatto finita, egli sa bene in quale impresa si è “tuffato”! Il motto virgiliano, “Flectere si nequeo Superos, Acheronta movebo” («Se non posso muovere gli dei superiori, muoverò quelli degli inferi»), posto ad esergo dell’opera, già dice bene a se stesso di quali e quanti pericoli e difficoltà dovrà affrontare il “conquistador” nel suo cammino.

Un’ombra lo seguirà fino alla fine: è quella di Josef Popper-Lynkeus (1838-1921), ingegnere, filantropo, e scrittore, che con le sue “Fantasie di un realista”, opera pubblicata a Vienna nel 1899, contemporaneamente a “L’interpretazione dei sogni”, che lo "tormenterà" a non rassegnarsi (“I miei rapporti con Josef Popper-Lynkeus”, 1932) e ... a non perdere il coraggio degli inizi!

Nel 1929, nel “Disagio della civiltà”, «un’opera essenziale, di primo piano per la comprensione del pensiero freudiano, nonché il compendio della sua esperienza» (J. Lacan), nella parte finale del primo capitolo, a Romain Rolland, chiudendo con modi da “animale terrestre” la porta in faccia al “suo amico oceanico” (così dalla dedica sulla copia del libro inviatagli), ripete la “lezione” data a Goetz nel 1904-1905, con altri versi dalla stessa ballata: -“(...) ancora una volta sono indotto ad esclamare con le parole del Tuffatore di Schiller: “... Es frue sich, / Wer da atmet im rosigten Licht. [...Gioisca, / Chi qui respira nella luce rosata.]” (S. Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi, Boringhieri, Torino 1971, p. 208).

A ulteriore precisazione, per chi ancora possa avere qualche dubbio sul senso del suo discorso e del suo percorso, alla fine del capitolo 7 del "Disagio", richiama alcuni versi dalla canzone dell’arpista nel “Wilhelm Meister” di Goethe e commenta:

“Ricordate la commovente accusa del grande poeta contro le “potenze celesti”?

Voi ci sospingete nella vita,
Voi fate il misero divenir colpevole,
Poi alla sua pena lo lasciate,
Perché ogni colpa s’espia sulla terra
.

 

E ci sia consentito trarre un sospiro di sollievo vedendo che a singoli uomini è dato ricavare senza una vera fatica dal vortice dei propri sentimenti le più profonde intuizioni, mentre a noialtri non resta che farci strada a tastoni, senza posa, in tormentosa incertezza, verso le medesime verità” (op.cit., p. 268).

 

 

Il Conquistador comincia a deporre le armi e ammette:
“(...) mi manca il coraggio di erigermi a profeta di fronte ai mei simili e accetto il rimprovero di non saper portare loro nessuna consolazione, perché in fondo questo è ciò che tutti chiedono, i più fieri rivoluzionari non meno appassionatamente dei più virtuosi credenti” (op. cit., p. 280).

 

Nel 1930, a Freud viene conferito l’ambito “Premio Goethe”. Il riconoscimento segnava per lui, come dichiarò, la vetta più alta della sua vita. Nel “Discorso nella casa natale di Goethe a Francoforte”, (S. Freud, Opere, XI, Torino 1979, pp. 7-12), egli scrive:
“Io penso che Goethe, a differenza di tanti altri nostri contemporanei, non avrebbe respinto di malanimo la psicoanalisi”.
Certamente non si sbagliava, ma forme di immaginario “prometeico”, condiviso sia con Goethe sia con gli “altri nostri contemporanei”, lo accecano ancora. I suoi “sogni” personali erano più le “fantasie” di un idealista (platonico-hegeliano ), che di un realista, alla Popper-Lynkeus e alla Rolland!
 

Nel 1931, alla fine dell’ultimo capitolo del “Disagio della civiltà”, dopo l’ultima frase:
“Gli uomini adesso hanno esteso talmente il proprio potere sulle forze naturali, che giovandosi di esse sarebbe facile sterminarsi a vicenda, fino all’ultimo uomo [...]. E ora c’è da aspettarsi che l’altra delle due potenze celesti, l’Eros eterno, farà uno sforzo per affermarsi nella lotta con il suo avversario altrettanto immortale.”, aggiungerà: “Ma chi può prevedere se avrà successo e quale sarà l’esito” (op. cit., p. 280).

 

Nel 1938, con grandissime difficoltà, a stento riesce a lasciare Vienna e a raggiungere, sognando "Guglielmo il Conquistatore", l’Inghilterra - un’isola in mezzo all’oceano! Morirà a Londra il 23 settembre 1939.

A sua memoria e gloria, è da ricordare che, se il suo primo lavoro "L’interpretazione dei sogni" richiama alla memoria la figura di Giuseppe, e il suo lavoro di interpretatore dei sogni del Faraone, l’ultimo lavoro risollecita a riflettere su “L’uomo Mosè e la religione monoteistica” e a proseguire il suo lavoro, quello di interpretatori e interpretatrici dei sogni dell’intera umanità. Uscire dallo Stato di minorità è possibile, non è “l’avvenire di un’illusione”. Non dimentichiamo di «coltivare il nostro giardino»!

 

Sul tema, nel sito, si fr.:

- L’INCONSCIO, OGGI: FREUD, LA ’SFIDA’ DI POPPER-LINKEUS, E L’INDICAZIONE DI ELVIO FACHINELLI.

- FILOSOFIA, PSICOANALISI E MISTICA. Indicazioni per una seconda rivoluzione copernicana ..
-  FREUD, IL MARE, E "LA MENTE ESTATICA". Un invito a ripensare il lavoro di Elvio Fachinelli

VITA, FILOSOFIA, STORIA E LETTERATURA...
- FREUD, KANT, E L’IDEOLOGIA DEL SUPERUOMO. ALLA RADICE DEI SOGNI DELLA TEOLOGIA POLITICA EUROPEA ATEA E DEVOTA.

Federico La Sala

 

     

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