La leggenda di Colapesce

La Leggènda orale

 

 

Poche leggende popolari son tanto diffuse in Sicilia quanto questa di Cola Pesce. Da Messina a Siracusa, da Siracusa a Pachino, da Pachino a Girgenti, a Trapani, a Palermo si racconta ora nei suoi tratti principali, ora nei suoi minuti particolari.
Né la popolarità è solo nelle coste, ma si estende anche nell' interno dell'Isola, tra' comuni più montuosi ed i luoghi più lontani dal mare. Delle diciotto versioni che io ho raccolte e delle altre che ho udite e spigolate per qualche circostanza, o non messe a profitto per la medesimezza che hanno con quelle da me possedute, ve ne sono, e non ispregevoli per circostanze attraenti, di Borgetto (provincia di Palermo) e di S. Cataldo, nel centro della Sicilia; ed io ne ho tralasciate di Misilmeri e Montemaggiore (Palermo), di Castrogiovanni (Caltanissetta), di Alcamo e Salaparuta (Trapani), di Naro (Girgenti).
La quale popolarità ha una ragionevole spiegazione nella curiosità della leggenda, nella maraviglia del protagonista ed in un fatto che solo la leggenda popolare ci offre: la conformazione subaquea di Messina, che, come vedremo, ha del poetico e del pauroso.
Ed il popolo racconta:
C'era una volta in Messina un uomo, che sin da fanciullo era stato sempre in mare, dove passava le intere giornate nuotando e raccattando ostriche ed altri frutti marini. La madre, stanca di questa sua condotta e disperando di ridurlo al dovere, un giorno, adirata, gli mandò questa imprecazione: "Che tu possa diventare pesce!”  e detto questo, il figliuolo diventò mezzo uomo, mezzo pesce, con le squame alle carni e la pelle tra le dita delle mani e dei piedi come quella delle anitre e delle oche. Egli si chiamava Nicola, e per questo tutti lo chiamavano Cola Pesce, o Pescecola.

Una volta il re di Sicilia andò a Messina e saputo di quest'uomo stranissimo, volle conoscerlo; e per far la prova della valentia di lui, desideroso di sapere i segreti del Faro, gli ordinò di buttarsi alla sua presenza in mare e di riportargli un anello o una coppa d'oro che egli vi lancerebbe e di sapergli dire che cosa vedrebbe. Cola, conoscendo il pericolo, tituba un istante, ma poi o pel timore di una punizione, o per l'avidità del premio, si slancia e riporta l'oggetto prezioso, descrivendo quel che ha visto: e monti e caverne e fuoco e mostri terribili.
Messina poi - altri dicono la Sicilia – poggia su tre colonne: una rotta del tutto, una quasi rotta, l'altra intera e intatta; sicché quando la seconda si spezzerà, per Messina sarà finita:
Ora si chiama Missina,
Ma domani si chiamirà mischina.

Ma il re non è soddisfatto ancora e vuole che Cola ridiscenda nell'abisso, e gli tolga altri dubbi intorno ad esso. Il povero Cola esita ancora più che la prima volta, ma finalmente, obbligato dal re, si provvede di una ferula, o di palle di sughero di differenti colori, o di un pugno di lenticchie, per servirsene come di segni, da lì a non molto, invece di lui verrà a galla la ferula, o la palla di sughero nera, o le lenticchie, segno che egli si sarà perduto. E si sprofonda nel gorgo.
La ferula ricomparisce con una estremità bruciata; non v'è dubbio quindi che Cola perì nella caverna del fuoco.
Secondo altri, vengono a galla le l
enticchie, o il sughero: segno certo che egli fu inghiottito da qualche mostro.


Questa la leggenda in generale; ma quante circostanze di meno o di più, differenti e diverse, non presenta essa da comune a comune, da bocca a bocca!

Cominciando dal nome, esso varia dalla Sicilia orientale alla Sicilia occidentale. In Messina e nelle province di Catania e Siracusa, è Cola Pisci; ma in Palermo, Termini, Borgetto, Trapani, Mazzara è Piscicola: e Piscicola è anche in S. Cataldo e, per rara eccezione, in S. Agata di Militello. La sua conformazione e figura è naturale fino alla imprecazione; la quale comparisce in una variante di Napoli non riferita nei testi che seguono al presente studio e nelle versioni di Termini (n. VI) e di Palermo (n. VIII), nell'ultima delle quali si può trovare la ragione popolare del compimento della imprecazione. La ragione è questa: che le imprecazioni delle madri sortiscono il loro effetto (li gastìmi di li matri jùncinu), perchè in quel momento il cielo si apre e la madre è sentita da Dio, e se non lo è, un angelo che si trovi a passare, all'udire la tremenda parola, risponde: Amen! e vola a portarla a Dio: credenza odiosa, se si vuole, ma di altissimo insegnamento pel popolo, in cui i figli sanno che la parola materna è parola di Dio, e le madri imparano che essa può chiamare le benedizioni o le maledizioni, le gioie o i dolori della vita sul figliuolo secondo che egli sia buono o cattivo. Né ciò, come vedremo, è solo in Sicilia.

Con o senza la imprecazione, Cola partecipa dell'uomo e del pesce (S. Agata, Borgetto, Siculiana, Termini, Messina-Palermo, Trapani, Mazzara), ma se in Borgetto, Siculiana, Messina, Roccalumera, Trapani, Palermo, è mezzo uomo e mezzo pesce, una specie di sirena mascolina; in Borgetto ha la pelle come aragosta, in Termini (VI) di squadro (squalus squatina di L.); in S. Agata (IV) Trapani (XI), Mazzara (XIV) ha la gola come i pesci, in Palermo (VIII) come le rane; in Termini (VI) e Palermo (Vili) le dita di anitre ed in Trapani (XIII), identificandosi col bue marino, ha faccia di vitello senza corna, collo lungo e coda, conservando nel restante del corpo abito umano.
Per siffatta natura egli nuota sott'acqua da Messina a Catania (Messina, I), o fa il corriere da Messina a Reggio di Calabria (Messina-Palermo, V), e si dice che abbia molto esplorato attuffandosi in tutti i golfi del mondo (Siciliana, XV); donde la conoscenza piena di tutti i mari, che lo rende in grado di disegnare la carta navigatoria e d' inventare la bussola (Borgetto, IX).
Ma il suo campo di azione è sempre Messina, dove egli nacque (IV, Vili, X, XVI) non ostante che alcuni lo dicano faroto (II, III, VII). Solo una versione trapanese (XII) lo dice figlio d'una lavandaia; ma nessuno sa della madre, neppur coloro che alla madre attribuiscono la odiosa imprecazione. Cola nuota tutto il giorno (Termini, VI), o un intero giorno (Trapani, XII, XIII), o poche ore (Mazzara, XIV), od anche quanto gli pare e piace (Trapani, XI), e dove un pesce lo inghiotta inaspettatamente (XII), o dove egli, per sicurezza di se stesso, si lasci da quello inghiottire come dice il popolino di Napoli, il suo coraggio e la sua agilità son tali da permettergli di uscirne cavando un coltello che egli porta legato addosso, e sventrando il malcapitato pesce. Tanto basta perchè il re abbia voglia di conoscerlo (Messina, I; Termini, VI; Trapani,XI, XIII; Palermo, VIII). Dico il re, perchè su questo nome e personaggio convengono la maggior parte delle versioni edite ed inedite; ma secondo le versioni di Sant’Agata (IV) e di S. Cataldo (XVI), non si tratta di re, ma di regina; secondo quella di Mazzara (XIV), di  un gran principe; secondo l'altra del Faro (II), di un governatore e secondo una di Trapani (XII), di uno scienziato.

Re o regina, principe o scienziato ch'egli sia, la curiosità di conoscere appieno i segreti della natura, od il capriccio di veder compiuta un'impresa straordinaria e, per ciò stesso, piena dei più gravi pericoli, spinge, anzi obbliga Cola a tentarla. La volontà del re o del principe (Mazzara, XIV) s'impone sulla volontà di Cola (S. Agata, IV), (Termini, VI), (Trapani, XI), (Palermo, XIII); e la ostinazione di quello trionfa della ripugnanza e dubbiezza di questo (Messina, I). Anche nella tradizione di Napoli prevale il regio volere; e Niccolò Pesce, come là si chiama, perchè partecipa della natura dei pesci, si rassegna non per amore ma per forza ad ubbidire. Ma il volere del re è desiderio ne' Messinesi (Trapani, X; S. Cataldo, XVI) impazienti di sapere quali siano le fondamenta della loro patria; ed è naturale tendenza, inclinazione prepotente dello stesso Cola il vedere, l'osservare quel che sia tra Scilla e Cariddi (Borgetto, IX) o il darsi ragione delle correnti che costituiscono il Galofaru, segno d'un fuoco sottomarino come quello sotterraneo dell'Etna (Messina, V).

Due racconti della riviera peloritana, l’una del Faro, l'altra di Roccalumera (prov. di Messina) hanno circostanze di non lieve importanza. Nel racconto faroto Cola è adescato a sprofondarsi due volte nel vortice dal premio d'una coppa d'oro, ed una terza volta dalla prospettiva della mano d'una ragazza, la figlia del governatore (…). Quando Cola supera la terza pericolosissima prova, il fedifrago governatore lo fa uccidere.
Nel racconto di Roccalumera Cola è un benefattore, dei suoi concittadini. Egli rimane sempre in acqua, e vi rimane per sorvegliare i mostri marini che possano lor nuocere: mostro singolare un grongo (Muraena canger), caratteristico per la simbolica posizione della sua coda a ponente e della sua testa a levante.
Questi mostri han paura di Cola!

Andiamo oltre nella rassegna dei particolari dei vari racconti. Il luogo della discesa in mare è vagamente affermato: Messina, in tre versioni di Trapani (X, XII, XIII) ed in una di S. Cataldo (XVI); ma in tutte le altre è costantemente il Faro, e del Faro il sito preciso dove rincontro delle correnti forma il vortice (S. Agata). E scendendo una, due, tre volte, secondo il capriccio altrui o proprio. Cola vede, secondo i Messinesi, fuoco sotto il fonte SS. Salvatore (I), due immense caverne che aspirano acqua marina e corrispondono col Mongibello, secondo dicono quei di S. Agata (IV); scogli, caverne, secondo quei di Borgetto (IX); monti, valli e pesci giganteschi e mostruosi, secondo alcuni narratori di Roccalumera, di Palermo e di Trapani (III, Vili, XI); tutti i Siciliani però convengono che la rivelazione più grave di Cola o la osservazione che più richiami l'attenzione di lui sono tre colonne sulle quali poggia la città di Messina (VIII, X, XII, XIII, XVI) o la Cittadella di (Messina-Palermo, V) o la Sicilia in genere (Trapani, XI). Queste colonne sono sempre in condizioni diverse: una intera e perfetta, un'altra fessa o corrosa, prossima a crollare; una consumata e rotta. Ora se si pensi che la seconda colonna potrà subire la sorte della compagna già rotta, il pericolo è tale che Messina può da un istante all' altro essere ingoiata dalle onde; e Cola, che lo vide e lo seppe, si lasciò andare, secondo i racconti di Trapani, ad una fatidica sentenza rivolta ai suoi concittadini:
La vostra patria si chiama Missina,
Ma vinirà un jornu chi si chiamirà misshina;

ovvero, come in un racconto di Palermo:
Un jornu sarai mischina; sentenza che corre proverbiale e che si sente dire tutte le volte che si parli di quella splendida città.
Noto qui di passaggio che non conoscendosi le antiche scandalose gare tra Palermo e Messina, non si potrà spiegare questo anticipato compianto: il quale e perché parte dalla regione occidentale della Sicilia e nominatamente dall'antica Capitale, e perché si conserva tuttora in forma ritmica, ho ragione di credere nato dopo la formazione della leggenda e non prima del cinquecento: aggiunta, intrusione, come vogliamo chiamarla, tutta siciliana, ma non messinese, d' una circostanza che la Sicilia intera, inclusa Messina, conserva nel racconto leggendario. E questo mi fa ricordare d'un'altra leggenda esclusivamente messinese, del ciclo di Cola Pesce, dove quel popolino mette in bocca al suo Giàlanti Pisci un motto di disprezzo contro i Calabresi:
Mei cari Missinisi,
Tegnu 'n testa è Calabrisi.


Dell'oggetto buttato in mare dal principe fanno menzione solo una metà dei racconti, e tutti in generale e vagamente discordi sulla natura di esso. La versione di Mazzara (XVI) parla, di brillanti e cose preziose; una quelle di Palermo (VIII), di corona, la quale il re si sarebbe tolta dal capo ed avrebbe, senz'altro, lanciata nell’abisso pregando Cola di andargliela a pescare; un'altra di Palermo (VIII) ed una di Messina parlano dell'anello, è quelle del Faro (II), di S. Agata (IV) e di Termini (VI), della coppa d'oro, che Cola riesce a prendere la prima volta , ma non la seconda , poiché perde la vita, come alla seconda volta la perde pure pescando l’anello, giusta la versione di Messina (I), o l'indefinito oggetto prezioso, di Mazzara. Cercando, secondo la versione napoletana, la palla da cannone, o secondo quella palermitana (VIII e VII) la corona o l'anello, egli soccombe alla prima prova. Nelle altre versioni Cola si mette allo sbaraglio senza premio, ed in quella di Palermo che va sotto il n. VIII, dove si parla della corona, le prove si spingono fino a sette quando nel Faro e quando in Napoli. Giova notare questo numero di prove, perchè in esso la leggenda si discosta dalla novella in quanto non istà al fatidico numero 3, sotto il quale vanno sempre i figli e le figlie di re, gli oggetti, i giorni imprescrittibili, e col quale si devono compiere e si compiono i viaggi disastrosi col consiglio dei tre romiti, con l'assistenza dei tre venti, con l’aiuto dei tre animali benefìci e con le tre famose prove umanamente impossibili e, per sovrumano intervento, facili per riuscire nella tale o tal'altra impresa.

E poiché mi è venuto fatto un cenno del motteggio di Cola ai Calabresi che fa parte d'una leggenda non tutta su Cola, ma al ciclo di Cola appartenente, non sarà inutile un richiamo delle leggende siciliane riferibili a questo personaggio.

Come accade per gli uomini insigni, la nascita e la dimora dei quali si localizza in un paese o in un altro, Cola percorre tutti i mari, entra in tutti i golfi. Nella leggenda napoletana, il popolino di Porto lo fa scendere nelle misteriose grotte di Castel dell'Uovo.  Da un pescatore palermitano ho sentito, essere stato Cola anche in quello di Palermo e di avervi compiuto le sue belle prove. Un marinaio cefalutano giurava di aver conosciute persone che gli avevano raccontato di non so quale apparizione di Cola presso Cefalù; ed un licatese, che quando il famoso nuotatore si recò in quelle parti sue, fu a un pelo di lasciarvi la vita soppozzando.
La leggenda di Siculiana lo fa nuotare in quel mare: e in una malandata scommessa con un argentiere, lo dice annegato presso lo Scogliu d' 'u russeddu, e, stando alle gocce di sangue che si videro dopo, probabilmente divorato da un mostro marino.

Nella leggenda: La marinara e la Sirena di lu mari di Palermo (VI) la parte di Cola è disimpegnata da una sirena, e quella del principe da un marinaio.
Questi sapendo che ella non è buona a star lungamente sott'acqua, le getta in mare un anello che egli si cava dal dito e vuole che essa glielo riporti; la sirena si tuffa; e indizio di sua disgraziata fine sono delle stille di sangue che vengono a galla senza sciogliersi nella acqua.

Un'altra storiella sul medesimo argomento della sirena anzi delle sirene in relazione con Cola Pesce sarà rilevata più in là (…).

Ho già notato come la leggenda di Cola si confonda con quella del pesce Cola, o semplicemente Cola. Il fatto non è privo d' importanza ed io mi vi fermo un poco per lumeggiare meglio la figura che vengo illustrando.

Lasciamo dunque per un momento il nostro nuotatore.
Il pesce Cola nella credenza popolare è il vitello marino, che potrebbe esser la phoca dei naturalisti. Esso originariamente era un uomo, ma un giorno, dopo di essersi buttato in mare e di avervi dimorato lungamente, ne uscì mezzo uomo e mezzo bue. Ma se Cola Pesce, come vuole la tradizione comune, morì, il pesce Cola vive sempre, ed è, dove un buono, dove un cattivo soggetto.
"Quest'animale, secondo che ne raccontano i marinai, vive in mare, ma dorme a terra, in luoghi punto frequentati, ove son grotte o larghi crepacci. Di state poi, nelle ore calde del meriggio, cerca riparo nelle spiaggie più silenziose; ed una delle dimore più predilette è forse la stupenda grotta di Levanzo, che da lui piglia il nome. Molestato, si difende tirando sassi; ed ha le braccia così esercitate e così diritta l'acutezza della vista, che rare volte non coglie nel segno. Usa della malizia per procurarsi il vitto; e quando i pescatori gettano in mare i tartanoni, egli ne sorveglia le gole, e mangia i pesci che sono per entrare.
Per il solito, quando i pescatori vedono questo animale presso alla bocca del tartanone, gli dicono:
- Lasciaci guadagnare il pane Cola. Le nostre famiglie sono affamate, e aspettano il ritorno. Per carità, Cola, non guastarci la pesca; ne abbiamo proprio bisogno.
A queste parole il bue marino, facile ad intenerirsi, va via. E per questo il marinaio trapanese lo lascia tranquillo, quantunque sappia che della sua pelle si possano fare de' cinturini; i quali, posti sul ventre delle donne travagliate dalla difficoltà del parto, agevolano le doglie, e fanno sì che le sofferenti possano dare alla luce il portato, senza che si ricorra al consiglio del medico o all'opera del chirurgo
"


Questa la tradizione di Trapani, la quale, mutatis mutandis, è tradizione di tutta Sicilia; e ci ricorda quello che del vitulo lasciò scritto il Cardano  e, quindici secoli prima , Plinio. Seguendo Aristotele, Plinio affermò che “vituli.... accipiunt disciplinam, voceque pariter et visu populum salutant; incondito fremitu, nomine vocati, respondent “.  Della foca disse Eliano: “Phocae circa vesperam magis exeunt, aliquando tal meri etiam meridie et extra mare somnum capiunt: probabilmente ricordandosi di non so qual passo di Omero nell'Odissea, dove Menelao cenna a Telemaco ed a Pisistrato qualche cosa del covile delle foche a proposito dei cari loro nel Faro.

Diversamente fuori Sicilia.

Nel 1838 uno scrittore napoletano, in un modesto articoletto col titolo: Pesce Nicolò, Nicola Pesce, principiava dicendo:
“La identica nomenclatura sospinge a favellare in un solo articolo del famoso nuotator siciliano Persecola (sic), detto altrimenti Pesce Niccolò, e di una vera specie di pesce addimandato Nicola”
Dopo di aver ripetuto la solita leggenda, quale si legge in D'Alessandro, raccontava:
“Circa 12 anni dietro cioè verso il 1826) i pescatori della costa di Francia da S. Brieux fino a S. Malo ebbero molto a soffrire per più di 8 mesi da un grosso pesce. Le innumerevoli prodezze di Nicola, che così veniva addimandato, sono tutt' ora il subbietto delle conversazioni fra' marini di quel littorale. Non poteasi più pescar con sicurezza; Nicola attraversava e scompigliava le reti; talvolta sì forte tiravale, che seco le strascinava; il perchè facea d'uopo legarle ai banchi della scialuppa, aspettando che piacesse a Nicola di rivolgere a qualche altro oggetto i suoi scherzi villani; spesso saltava in mezzo ai piccoli pesci colti alla rete, e facendo delle aperture nelle maglie liberava i poveri captivi. Dilettavasi ancora di alzare le àncore dei grandi battelli destinati alle pesca delle ostriche , mentre i marinai dell' equipaggio stavano nelle barchette leggiere a pescare; e costoro a malo stento potevano accorrere per raggiungere il battello in deriva strascinato dalla corrente o dal vento. Spesso eziandio Nicola apprendevasi al capo da pescar le àncore, ed avviluppavalo nella rete.
In S. Casto, vicino a San Malo, le furfanterie di Nicola erano sì frequenti, che i pescatori non osavano scender da bordo per dormir fuori la notte, imperciocché il pesce afferrava le gomene, e portava le barche nella grande rada. Talvolta condusse così l'un dopo l'altro dal posto alla rada quattro a cinque battelli i cui padroni erano assenti. Quando le barche erano così pesanti da non poterle trascinare afferrava la gomena del segnale, e ravvolgeala a quella dell'ancora, annodando e mescendo queste due funi, perturbando ogni cosa, e immergendo in tal guisa i marinai in lungo e noioso travaglio.
Questo strano pesce venne in quei paraggi detto Nicola dal nome di un uffiziale, che durante la guerra comandava ed erasi mostrato verso i pescatori austero di troppo e scrupoloso nell'osservanza dei regolamenti talvolta inumani, e vigilante rigidissimo perchè i loro battelli si ritirassero nelle ore prefisse sotto pena di star tutte le notti al di fuori. I marini memori della immane severità dell'uffiziale, diceano per ischerzo, ch'era Nicola divenuto pesce, il quale dilettavasi ancora di tormentarli e di impoverirli.
Nicola giunse fino alla rada di San Malo, e fu impossibile prenderlo o ammazzarlo, ne facilmente spaventavasi. Venne inseguito con molte barche e gli trassero de' corpi di archibugio, ma, sempre indarno. Dicono che fosse un grosso porco marino, il quale andava sempre solo. Dopo tre mesi e mezzo disparve e non si è mai più veduto”


Così scrivea l'anonimo napoletano del Poliorama pittoresco senza far sapere a nessuno che questa leggenda la prendeva di peso dal Magasin pittoresque del 1835, traducendola un po' a modo suo. Sébillot, rilevando l'articolo francese, riporta il fatto al 1823, ed osserva che l’apparizione di Nicola non è anteriore ai primi anni della Restaurazione. Ciò può essere per il tempo in cui la leggenda fu udita e pubblicata, ma non toglie che la leggenda esistesse già nella memoria e nella bocca dei pescatori dell'Alta Bretagna. Le varie notizie che si collégano allo stesso pesce danno a credere trattarsi di credenza molto più antica. Un vecchio marinaio parlando dell'esistenza di Nicola in Erquy, raccontava che Nicola "mélait les lignes, enlevait les grelins, faisait dériver les bateaux, s' attachait à l'un piùtòt qu' à l'autre, et ne faisait ancun cas des balles, parce qu' il était invulnérable. Heureusement, enfìn, il s' attacha à un navire di Terre-Neuve, et oncques depuis on ne l'a revu”.  Aggiunge certo Habasque: "Notre conducteur nous fit, à l'occasion de Nicole, toutes sortes de contes plus amusants les uns que les autres, et il nous entretint de 1' homme de mer, que tous ont toujours vu, excepté celui qui vous raconte l'histoire”

Nicola a Saint-Briac avea le mani, e faceva nodi che solo marinai di molta abilità potevano fare. In Saint-Cast apparve nel giorno dell'Ascensione. Una volta, come nel racconto siciliano di Trapani, avendone fatta, una delle sue ad un pescatore, pregato da questo, si commosse e lo ricondusse a porto dopo avergli fatto cadere a mare i remi e resolo inabile a salvarsi.
Un'altra volta, dopo uno di questi tiri, pieno di buon umore alla rabbia del pescatore, correva dietro alla barca di lui sganasciandosi dalle risa.

Secondo la tradizione di Plévenon, sopra una barca andava in cerca di Farnel e Ménard - due persone che la leggenda non ci fa conoscere -, e li conduceva fino alla Fresnaye. E si narra altresì che un giorno, invocato da un pescatore in un accesso di collera: "Viens donc, sacre Nicole!”  schizzasse improvviso su di esso da cinque a sei secchie d' acqua; e mentre si benediceva in Fresnaye una barca, Nicola non ebbe ritegno di tirarsela in alto mare fino a Corbière; ed allora la lasciò e disparve per sempre quando il prete, vista la mala parata, lo scongiurò con l'acqua benedetta.

Si fa presto a dire per sempre quando si parla di fatti che si affermano e de' quali si crede poter essere testimoni. Ma la medesima tradizione ricomparisce in siti diversi: ed altri uomini raccontano come visti da loro ed accaduti a loro avvenimenti dei quali giurano l'autenticità e la veridicità.
In alcuni luoghi della Francia Nicola mangia, beve come un pesce e come un uomo. Come pesce è più grande d' una marsina e ghiotto di pesci. Come uomo ha forti braccia, con le quali s' attacca ad una gomena e trascina un bastimento: e corpo umano e gambe e coda di pesce: e come il Nicola Pesce delle altre tradizioni non si stanca di mettere alla disperazione i placidi pescatori.
Tornando poi all'Alta Bretagna, una leggenda raccolta non è guari a Saint-Cast dice di un pescatore di quella contrada, il quale passando vicino a Bourdineaux gettasse l’ancora per farvi una delle pesche così abbondanti in quei paraggi. Ma l'ancora non toccava il fondo: un grosso pesce vi si trastullava come il gatto col gomitolo del refe. Era quel pesce Nicola, che ne ha fatte tante ai pescatori ("qui a joué tant de tour aux pécheurs”).
- Maledetto Nicola! esclamò il pescatore: è tanto tempo che ti diverti a far bestemmiare i marinai! Ma se io ti piglio, ti farò pagare fino ad uno tutti i danni che hai loro recati!...


E tanto disse e tanto fece che lo prese e lo tirò sulla barca. Nicola guardava come sbalordito; ed il pescatore gli cavò gli occhi, e glieli riempì di cemento; così pur fece della bocca; gli tagliò le tre ale e lo rigettò e mare, dove sarebbe certamente morto se gli altri pesci non fossero accorsi in suo aiuto, sturandogli la bocca e le occhiaie. Nicola vive sempre, ma non s'accosta mai più a navi cariche di cemento; onde i marinai si servono di questo per ispalmarne le barche, perchè:
Tant que ciment à bord sera
Jamais Nicole n' approchera!.

Non per la sua conformazione o per il posto che ad esso tocca nella scala ittiologica (giacché si tratta di un essere prettamente fantastico), ma per le analogie che può avere col pesce Cola e con l’uomo-pesce, occorre qui far menzione di un immaginario uomo-pesce del Nilo e di un pesce-monaco, visto qua e là nei mari del nord.

Il missionario italiano P. Carlo Tappi racconta aver sentito dalla bocca di un nubano del Sudan e di aver avuto confermato da un nero denka la seguente storiella:
“Alcuni pescatori di Omburman un giorno tirarono nelle loro reti un enorme pesce. Portatolo alla riva videro con maraviglia e terrore a un essere straordinario: dalla cintola in su aveva tutta l'apparenza d'un uomo, aveva i capelli lunghi, la faccia, le braccia, ecc. come noi: dai lombi in giù era un perfetto pesce. Passato il primo stupore fu atterrato il mostro e poi due uomini lo presero per le ascelle, e venendo gli altri in coda, lo condussero dinnanzi al Califfa Abdullahi.
Il Califfa provò a parlargli, ed il nilicola sembrava capire e voler rispondere coi gesti del capo (le braccia dalla mente del narratore erano scomparse), poi alla fine il Califfa gli domandò se era contento di restare con lui, e quello rispose di no; gli domandò se voleva dunque ritornare nell'acqua, e rispose con segni di allegrezza (sempre però col capo) di sì. Allora il Califfa Abdullahi ordinò che il nilicola fosse condotto al suo elemento, come si fece diffatti da quegli stessi che lo avevano portato. L'essere misterioso messo in riva al fiume, agitando poco per volta le pinne caudali e trascinandosi all' indietro, si era quindi immerso nel l'acqua, e nessun più l'aveva visto. Due arabi dongolani asserivano di essere stati testimoni, con innumerevoli altre persone, ed attestavano l’autenticità di tutte e singole le circostanze”.

Il bravo missionario scherza su questo racconto e dice di essere riuscito a sventarne la invenzione in bocca dei due astuti o grossolani africani. Ma egli non guarda allo spirito del racconto ed a ciò che esso rivela. Dato che si tratti -  come invero si tratta - di una creazione fantastica, non può non pensarsi alla forma che essa acquista nelle immaginazioni di quei popoli ed alla facile credenza ad anfibi, mezzo pesci e mezzo uomini, non privi d'una certa intelligenza. Se il popolo inventa o sogna una ubbia, bisogna vedere qualche cosa al di là del sogno e perciò non del tutto spregevole in quella invenzione, potendo essa, bene studiata, essere una costruzione con avanzi di antichi elementi tradizionali, o un adattamento dello spirito informato a secolari superstizioni.

Il pesce-monaco vuolsi primamente rivelato da Guglielmo Rondelet siccome più volte e da molti visto in Norvegia ed anche nel mar di Bretagna.
Il Rondelet dice che: "capite raso et laevi, humeros contegebat veluti monachorum nostrorum cucullus. Pinnas duas longas pro brachiis habebat. Pars infima in caudam latam desinebat; media malto latior, sagi miiitaris figura”
A questo pesce-monaco o monaco-marino gli scrittori inglesi danno il nome di monk-fish, che forse corrisponde allo squatima angelus.
Ma prima assai del Rondelet, Goffredo da Viterbo nel suo Pantheon ne avea dato la seguente descrizione:
Piscis ibi (in mare) monachus seu forma monastica crescit
Feretque cuccullatum per maris alta caput;
Calceus est illi conformis et ampia cuculia,
Tam bene disposita qua non foret aptior ulla;
Et quasi vox hominis garrula lingua satis.
Frons, manus et vultus hominum moderamine fultus
Dura facit insultus redoatque movetque tumultus;
Mergere naviculas saepius arte parat.


Tutto questo, meno gli insultus, ricorda le apparizioni di Cola ai naviganti. Goffredo parla di una voce simile a quella dell'uomo; ma il pesce-monaco poteva giungere ad appropriarsi lo stesso linguaggio umano.

Ed ora torniamo alla leggenda genuina e propria di Cola Pesce.
In tempi nei quali le nostre relazioni con la Spagna erano strette e frequenti, la leggenda di Cola Pesce se non importata o diffusa per la prima volta potè esser colà, per circostanze che non occorre qui ricercare, rinfrescata e rinverdita. E come avviene che certi racconti antichi trovano occasionalmente narratori e vanno per la bocca di molti e per la penna di qualche scrittore, così essa dovette riapparire un momento ed essere ricordata e messa o rimessa in evidenza.

Un rarissimo libretto dei primi del sec. XVII, probabilmente popolare come quelli che corsero un po' pertutto nei passati secoli, parla d' una riapparizione di Cola Pesce e di nuove vicende della sua vita errabonda nei mari spagnuoli. Esso è:
“Relacion de corno el Pece Nicolao se ha parecido de nueuo en el mar, y habló con muchos marineros en deferentes partes, y de las grandes marauillas que les contò de secretos importantes ala nauegacion. Este Pece Nicolao es medio hombre, y medio pescado, cuya figura es està que a qui va retratada”

Come si rileva da questo lungo e, stavolta perché lungo prezioso, titolo, una vignetta raffigurante Cola Pesce va intercalata nel frontespizio, e la figura conformemente al titolo ci richiama a quella di Cola Pesce della tradizione siciliana: menzu omu, o menzu cristianu e menzu pisci.

Alcuni anni fa questo raro cimelio bibliografico, dopo infinite ricerche, potè per opera del Croce rivedere le stampe. La Relacion è il composto di tre romances. Nella prima, l’ignoto autore ci dà l’origine e la storia del Pesce Niccolò; nella seconda, l'incontro di esso con due navi; nella terza, le notizie che di lui correvano tra la gente di mare. Il riassunto dei trecensessanta versi della Relation è stato fatto dal Croce, ed è pregio del presente studio il riportarlo.
"Niccolò - vi si dice - era nato nella piccola borgata di Rota, sul mare, a due leghe da Cadice. Ivi ancora vivevano i discendenti della sua famiglia. Bambino, aveva membra simili a quelle di tutti gli uomini; ma la sua passione lo portava al mare, e nel mare guazzava estate e inverno, e desiderava di essere pesce per esplorarne i segreti. Invano i suoi genitori lo rimproverano.
- E diventa pesce!., — gli dice finalmente il padre, spazientito. E d'un tratto, la metà inferiore del corpo si trasforma in quella di un pesce, e salta nelle acque, e sparisce. Dopo un anno e un giorno, si fa alla sponda del mare e chiede di parlare ai suoi genitori. La gente accorre, da lontano e da vicino, per vederlo, ed egli racconta i segreti e le meraviglie del mare. Queste visite si ripetevano di tanto in tanto.


Segue una storia curiosa: si maritava una sua sorella, e per averlo alla festa delle nozze, lo dovettero portare a casa in una botte piena d'acqua di mare! Dopo la festa, da buon suddito del Re Cattolico, chiese muy humilde, con molta umiltà, la benedizione dei genitori, e fu riportato al mare. E, tuffatosi nelle acque, entrò nella grande grotta di Rota, e da cento anni non era più comparso...

Nella seconda parte, si racconta che “l’anno passato (?), il giorno della Circoncisione, ricomparve sul mare, ed essendosi accostato ad alcune navi, parlò a lungo coi marinai. E raccontò che, entrato nella grotta, aveva nuotato per quaranta giorni, ed era giunto ad un mare tranquillissimo, le cui sponde finiscono al Giordano. Qui i pesci non invecchiano e non muoiono mai, non si moltiplicano e non si mangiano gli uni con gli altri. E quelli che vi giungono, non tornano indietro, tanto la vita è lieta e dilettosa.
Egli anche vi dimorava contento e soddisfatto, e tutti i pesci gli erano soggetti. Ma il suo desiderio di giovar agli uomini lo aveva spinto a tornare ai nostri mari. E si mette a dettare ai marinai una serie di segreti, che il romanzatore, con un ripiego assai ingenuo, dice di non poter ripetere, perchè han bisogno di ben altro poeta".


Nella terza parte si descrive il congedo che prende il Pesce Niccolò dai marinai, dopo averli guidati in salvo e accompagnatili per un pezzo. Egli manda per loro mezzo a salutare i suoi parenti, promettendo di recarsi presto a visitarli a Rota. La nave giunse a Lisbona, ed anche due navi irlandesi, ch'erano nel porto, dissero d' avere incontrato il Pesce. Altri dicevano di averlo visto all'isola Bermuda, altri d'averne sentito la voce e di essersi tappate le orecchie non sapendo di chi fosse, altri ancora lo avevano scambiato per una sirena incantatrice, per una fantasima, per un demonio.
In Rota lo aspettano i suoi parenti.


Togliamo alla prima delle tre romanze lo intruso aneddoto delle nozze della sorella di Niccolò ed il comico espediente della botte; togliamo alla seconda le comunicazioni col Giordano e quello squarcio di paradiso terrestre dei pesci che non muoiono mai e della vita felice che si vive nel mare che conduce al Giordano, ed il particolare dei segreti dettati da lui e non riferiti dal poeta; facciamo la debita tara ad alcune circostanze dell'ultima, e noi avremo il Cola Pesce che abbiam veduto finora.
V’è la passione infrenabile di lui pel mare; v'è la maledizione del padre (invece che della madre); v'è la trasformazione in mostro marino; vi sono gl'incontri coi marinai ed il congedo che egli prende da loro; e v'è financo quella tale mistificazione che abbiamo incontrata in un racconto messinese, perla quale Niccolò vien messo in combutta con le sirene ammaliatrici.
Con questi elementi indubbiamente tradizionali, dal facile poeta accresciuti con particolarità benché nuove pure fantastiche, non v'è luogo a dubitare della provenienza popolare del contenuto della Relation.
Il Croce è nel vero quando lo sospetta, anzi quando dichiara che gli "par di sentire l'eco di una leggenda locale della piccola borgata di Rota”
Ed ecco perchè in questo capitolo e non in quello della Leggenda scritta, ho voluto cennare la Relation.
Il sorprendente personaggio non è quindi ignoto alla tradizione iberica, e ben lo conferma il classico richiamo di Michele Cervantes; il quale facendo numerare da Don Quiijote le qualità richieste in un bueno caballero andante, inculca che debba saber nadar corno dicen che nadaba el peje Nicolas ó Nicolao.

Dicen. Ma chi lo dice?

Probabilmente coloro che riferivano un'antica tradizione; ed il sivigliano Pietro Mexia (morto circa il 1552) ricordava haver sin da fanciullo udito dirne a vecchi di un Pesce Cola, che era huomo, et andava per il mare nuotando, con molte cose favolose di lui...

Non è guari Braulio Vigon, in una sua Contribucion al Folklore de Asturias di genere marino, avvertiva che i figli dei pescatori di Lastres conservan algunas reminiscencias sobre el llamado hombre-pez de Liérganes, que tanto ha ocupado la atencion del pueblo y de los eruditos en los siglos XVII (poteva anche dire nel XVI) y XVIII.
La notizia è interessante, ma sommaria: sicché io ho cercato di averla meno incompleta di quella che è stata pòrta. Le reminiscenze o sono direttamente popolari, o, com'è probabile, provenienti da fonte erudita, cioè dal Teatro critico universal del celebre benedettino spagnuolo Benito Feyjoo. Non ho potuto consultare quest'opera, tanto nota, del resto, e quindi non sono in grado di vedere e di dire chi sia quest' uomo-pesce spagnuolo e quale relazione possa avere col nostro Cola. Nondimeno un modesto articolo anonimo, dimenticato in un raro almanacco asturiano di Lugo (Spagna), mi mette in grado di affermare che la leggenda dell'uomo-pesce se non è quella di Cola, ne è una riproduzione lontana, una reminiscenza sformata, una restaurazione nel sec. XVII. L' uomo-pesce è un nuotatore della seconda metà del seicento, un giovinetto di Liérganes, a poche miglia da Santander nelle Asturie, che vuolsi stato maledetto, quand'era ancora fanciullo, dalla madre stanca ed incollerita di vederlo sempre restarsene in mare.

Qui le due leggende s'incontrano perfettamente e sono una medesima cosa.
L' uomo-pesce, nelle ore vespertine del giorno di S. Giovanni del 1674, va a bagnarsi coi compagni nelle coste di Liérganes, e allontanandosi dalla spiaggia si perde alla loro vista, ed è creduto morto. La madre lo piange e si veste a bruno. Cinque anni dopo, un giorno del 1679, alcuni pescatori gaditani vedono in alto mare una figura umana, cercano di prenderla, e dopo tre giorni di fatiche immense vi riescono, e la portano a Cadice. Esaminatala attentamente tutti riconoscono in essa un giovane alto 6 piedi, di bianca carnagione, di pelo rosso, dal petto coperto di sottili squame di pesce, muto, intontito, incapace di comprendere qualunque parola ed in qualunque lingua.
Creduto uno spirito maligno, lo si fa esorcizzare, ma nel meglio, l'uomo-pesce pronunzia la inesplicabile parola Liérganes, che un giovane presente dichiara un sito a due leghe da Santander. Il misterioso essere viene ospitato nel convento di S. Francesco in Cadice, donde nel 1679 un frate francescano, reduce dai Luoghi santi, col proposito di recarsi nelle Asturie, lo toglie con sè. L'anno seguente il missionario giunge a Santander, e a poca distanza da Liérganes ordina al suo strano compagno di cercare persona che egli sappia.


L'uomo-pesce s'avvia difilato alla casa di una donna del porto, certa Maria del Casar, la quale al primo scorgerlo corre ad abbracciarlo esclamando: Este es mi hijo Francisco; que perdi en Bilbao, senza che per ciò egli si commuova e dia segno di riconoscimento. Quel giorno è in paese un gran dire della resurrezione del giovane e più della maledizione - da alcuni messa in dubbio - lanciatagli dalla madre.
Così stette l’uomo-pesce altri nove anni, inebetito, automatico, mangiando se gli si desse da mangiare, vestendo se gli si dessero panni. Una volta mandato a consegnare in un punto lontano una lettera, fu visto buttarsi a nuoto perchè non trovò una lancia che dovea condurlo; ma un giorno del 1687 sparì per sempre: né mai altro più se ne seppe. Dove fosse andato, che cosa gli fosse avvenuto fu un mistero per tutti.  Certo, dice il Feyjoo, sarebbe stato grandemente istruttivo per gli eruditi il sapere come egli respirasse, come vivesse in mare, come dormisse, come si cibasse, come eludesse la voracità delle fiere marine; ma questa curiosità resterà sempre insoddisfatta perchè egli non parlò in vita e nessuno ne seppe nulla dopo la morte.


Tutto questo, come si vede, ha poco da fare con la leggenda in esame: ma giova a mostrare vigente nel sec. XVII la credenza in uno straordinario nuotatore, che ha vari punti di contatto con Cola e che, se potè esistere veramente, ha sempre del soprannaturale in quanto vive cinque anni come un pesce. Dato che il fatto, secondo la credenza volgare, fosse accaduto, è innegabile che alcuni elementi della nostra leggenda e forse di altra anche più antica vi si fossero mescolati e avessero dato al fatto medesimo il carattere spiccatamente fantastico e tradizionale che presenta.

Notevole, ancora più che quest'uomo-pesce spagnuolo, è l'uomo-pesce olandese, di cui con serietà imperturbabile parla De Maillé nella giornata VI del suo Telliamed.
Nei primi del settecento (pare che con la storia di Liérganes ci sia una certa continuità) un uomo equino saltò dal mare a bordo del vascello mercantile Hirondelle, comandato dal cap. Baker, e gli domandò nella sua lingua una pipa per fumare. Egli era coperto di squame, ed avea le mani simili alle ale dei pesci. Interrogato chi fosse, rispose che era olandese, e che essendosi imbarcato all'età di ott'anni in un vascello e fatto naufragio con tutti gli altri marinai, era vissuto sempre in mare senza saper come.

Ludovico Vives fa cenno d' un uomo simile, catturato nel mare d'Olanda, il quale avrebbe cominciato a parlare dopo due anni di cattività.

D'altro uomo simile scrive Giulio Cesare Scaligero siccome visto navigando in soccorso dei Rodiotti: e di pesci dal viso umano e senza voce nel gran fiume Tachnis della Scizia, che sbocca nell'Oceano glaciale artico, egli stesso; e di altri simili pesci intese egli a parlare a proposito del fiume Colehan, che attraversa la città di Cochin nell'India inglese, sulle coste del Malabar.

Tanto nell'uno quanto negli altri uomini marini vi e certamente del maraviglioso e del leggendario; anzi il primo, il gaditano uomo-pesce di Liérganes, mi sembra non indipendente da quell'uomo-marino la cui fama giunse a Plinio e che trovò posto nella Storia Naturale di lui. “Auctores habeo - scrive Plinio - in equestri ordine splendentes, visum ab his in gaditano Oceano marinum hominem, toto corpore absoluta similitudine: ascendere navigia nocturnis temporibus, statimque degravari, quas insederit, partes; et, si diutius permaneat, etiam mergi”.

Senza giocar di fantasia nel vedere somiglianza tra leggende e leggende, io credo che delle vere relazioni dirette o indirette esistano, se non tra le leggende marine fin qui esposte, certo tra i vari motivi ond'esse risultano.
Si neghi quanto si vuole la medesimezza del tipo, non potrà negarsi la dipendenza, l'analogia tra Cola Pesce uomo, il Cola bue marino, il vitulo di Plinio e di Eliano, il pesce-Nicolò di S. Brieux, l'uomo-pesce di Oradurman ed il pesce-monaco di Rondalet e di Goffredo da Viterbo; né si avrà per accidentale la ricomparsa del nome e della figura di Cola Pesce nella Spagna, né si scompagnerà l'uomo-pesce del Feyjoo dall'uomo pesce del De Maillé, dall'uomo-pesce del Yives, dagli uomini-pesci dello Scaligero, dall'uomo-marino di Plinio.
Sia che degradi da uomo in anfibio, o in pesce; sia che compia o no delle imprese notabili, Cola Pesce rivive nei caratteri essenziali del bue marino della grotta di Levanzo in Sicilia e di Saint-Cast in Bretagna, del Monk-Flsh della Norvegia, del Pece Nicolao della Spagna, del Hombre-pez di Liérganes nel mar di Cadice e degli uomini pesci d'Olanda, della Scozia e dell'Asia: e tutti fanno capo al marinus homo pliniano, il quale - si noti per la continuità della leggenda - fu visto proprio nel mar di Cadice sedici secoli prima che lo dicesse l'erudito spagnuolo Feyjoo.
La leggenda s' appoggia anche alla iconografia, alle superstizioni, alla toponomastica, e quindi dà e riceve da esse documento.

Nel quartiere di Porto in Napoli, incastrato nel muro d'una vecchia casa che forma angolo col vicolo Strettola figurò, ed ora ricomparisce sulla vecchia casa ricostruita nel medesimo Strettola, un bassorilievo che rappresenta un uomo velloso, quasi belva, con un lungo pugnale nudo nella mano sinistra. Questa immagine sarebbe stata trovata probabilmente ai tempi di Carlo d'Angiò, cavandosi le fondamenta dell'edilizio che dovea servir di Seggio pei Nobili di Porto, compiuto il quale fu attaccato al muro, dal lato sinistro. Pare che il popolo la chiamasse allora “l'uomo selvaggio”, ma più tardi la chiamò Niccolò Pesce, nome che conserva sempre a quella strana figura, che solo nel 1592 Giulio Cesare Capaccio, nel suo libro delle Imprese (cap. XII, 1. II) identificò con un Orione. E di Niccolò Pesce quel popolino racconta la leggenda dianzi esaminata, localizzandola in Napoli, fin nell'esplorazione delle basi del Castel dell'Uovo e qualche volta anche restituendo alla Sicilia lo strano protagonista.
"Quello, diceva un vecchio napoletano additando il bassorilievo, è il Pesce Niccolò, che fuje n'ommo che pe 'na jastemme che le mandaie la matre, addeventaje pesce e se perdette dinto il Faro de Messina, e se chiamma il Pesce Niccolò

È curioso che un bassorilievo simile a questo di Napoli si veda inquartato in uno stemma gentilizio dentro l'atrio del Palazzo Pantelleria in Palermo. Prima che la mia attenzione si fissasse sul Niccolò Pesce di Napoli, questa figura mi era nota per quella di Pescecola, o di Cola Pesce come mi era stato detto più volte. Io non so che relazione possano avere i due nomi e le due qualificazioni di Napoli e di Palermo; dico però che la somiglianza tra i due bassorilievi è sommaria, ma manca nei particolari; perchè il nostro Pescecola ha un ramo d'albero alla mano destra appoggiato alla spalla del medesimo lato, e lo scudo con lo stemma alla sinistra, ed il Niccolò Pesce di Napoli ha un pugnale alla destra.
Abbiamo qui un esempio di più di adattamenti popolari di leggende e nomi antichi a edifici, statue e monumenti d'ogni genere, formati dopo le leggende e i nomi; adattamenti che in Palermo ci offrono le leggende della Croce dei Vespri in Piazza Valguarnera, della statua del Palermo in Piazza Fieravecchia, della statua del giovane principe detto il Re Picciriddu nel Palazzo Platamone in via S. Cecilia, della Discesa dei Giudici, della statua di Carlo V° in Piazza Bologni, della Pietra Galera all'Acquasanta e di altri siti, edifici e case popolari.

Nella contrada Giallonardo in Siculiana, sotto la torre delle Pergole, è una casetta a pianterreno, a forma di capanna svizzera, nella cui facciata è raffigurato con cocci piccolissimi di tegole attaccati alla calce ed alla sabbia Cola Pesce, la metà superiore del corpo uomo, con le dita delle mani unite da pelle cartilaginea; la metà inferiore, pesce squamoso.
Negli stabilimenti di bagni che si alzano ogni anno lungo la marina di Messina, uno va tradizionalmente col nome di Cola Pesce.
Quattordici anni fa, nel "Maneggio di Marionette", della medesima città (Dicembre 1890) furono ripetutamente rappresentate Le gesta di Niccolò Pesce nel Faro di Messina, come pur si fa in teatrini popolari simili di Napoli.

Un'affabulazione, come la direbbe Quintiliano, della provincia di Palermo, e specialmente del Parco, dice che lu Piscicola firria, firria; poi ‘nta lu Galofaru di Missina s’anniò, (il Pescecola gira, gira; poi annegò nel Garofalo di Messina), ed equivale al modo proverbiale: Tanto gira la farfalla intorno al lume che vi s'abbrucia.
Secondo una tradizione palermitana, quando i bambini vogliono uscir di casa ad ore insolite o sconvenienti, si fa loro paura col motto: Veni lu Piscicola, come a dire: Veni lu Grecu Livanti (Palermo), Veni Vóta-casacchi (Palermo), Veni Para-saccu (Messina), Veni lu babbau, o lu lupu!
Ed ecco alla distanza di sei secoli ripetuta in Sicilia una formola paurosa comunissima in Bologna ai tempi di Francesco Pipino; il quale ci dà a conoscere che quando era fanciullo le mamme bolognesi facevano star buoni i bambini solo nominando Nicola.
Questa particolarità con altre non poche ci porta ad affermare in una maniera sicura ed assoluta la popolarità e diffusione del racconto nella Penisola italiana, oltre che in Sicilia. Se un minuto esame comparativo mi fosse consentito, io verrei fino alla evidenza dimostrando come quel che fa scritto da molti del medio evo concordi pienamente con ciò che il popolino racconta ai dì nostri, senza che esso abbia avuto contezza della leggenda stampata e molto meno della scritta, la quale fino agli stessi uomini di lettere è rimasta quasi ignota in Sicilia. Ma la identità del racconto letterario e del popolare salta agli occhi di tutti, quando si pensi all'insieme ed ai particolari del racconto, che l'intelligente lettore potrà vedere da sé.

Un punto solo resta a chiarire ed a provare: la tradizionalità del poetico racconto di Gioviano Pantano da me intraveduta ed affermata nel 1° capitolo del presente lavoro; ma su di esso tornerò nel cap. IV, per riassumere il già esposto e dire, secondo il mio debole intendimento, delle fonti e della formazione della leggenda di Cola Pesce.

 

Giuseppe Pitré
Studi di Leggende Popolari in Sicilia
Torino - Carlo Clausen
1904

     

www.colapisci.it