La Leggenda nella letteratura

 

La celebrità di Cola e del caso suo, di poema degnissima e di storia, in Sicilia, in Napoli, in Germania fu presa ad argomento di favole, di canti, di ballate, di romanzi, di drammi, di commedie e perfino di melodrammi: concorsero a questa celebrità il Giannettasio, il Meli, il barone Cosenza, Francesco De Petris, Tito Dalbono ed altri assai.
Con Guglielmo Federico Schiller la leggenda attinge a concezione elevata ed a splendida forma e col Bisazza il forte nuotatore diventa un eroe del Faro.

Prendiamo le mosse dal Giannettasio.
Specie di episodio della sua Halieutica, la Nicolas cognomento Plscis Historia si svolge in censettantotto esametri con tutta la magnificenza onde tanto si piacque il latinista poeta.
Nicola, conosciuto solo col nome di Pesce, percorrendo da espertissimo nuotatore il Mar Tirreno ed il Mare Siciliano, da Negroponte si riduce al Peloro. I pesci a vederlo ne maravigliano; e le onde ch'egli fende restano dietro a lui attonite.
Da Messina a Taormina, da Taormina a Catania, da Catania a Siracusa, tutta egli percorre la sicula riviera.
I naviganti d' Eubea lo dicono Pesce, e pesce è davvero. Il re di Sicilia, sorpreso delle straordinarie lodi che ne sente, vuol metterne a prova la maestria con una coppa d'argento ch'egli lancia nel vortice Cariddi, premio al valore di lui. Pesce fìssa il re, che lo spinge al cimento; e si inabissa improvviso. Gli astanti guardano stupefatti, ma nel guardare accusano quale l'audacia di Cola, quale la barbarie del tiranno; Pesce emerge trionfante dall'acqua con la coppa in mano: ed applausi strepitosi lo salutano. Condotto innanzi al re, narra delle cose viste e dei pericoli corsi: una successione di spettacoli l'uno più dell'altro nuovo e spaventevole.
La descrizione dovrebbe bastare al re perché altro non cerchi; ma il re, non soddisfatto, consiglia, raccomanda, vuole un secondo esperimento. Pesce, presago della sventura che potrà coglierlo a un secondo cimento, rilutta: ma ossequente alla real volontà e non allettato al nuovo premio, tremebondo si sprofonda nei tenebrosi gorghi, nei quali trova la morte.

Fu detto avere il Giannettasio nell'opera sua ritratto il candore e la maestà di Virgilio, la facilità ed il lepore di Ovidio: e forse si ebbe ragione; ma pel tratto qui riassunto la lode vuol esser tributata senza forse. La forma del racconto è indiscutibilmente bella, per quanto evidente sia in essa la imitazione del poeta mantovano. La materia però non è nuova: ed un accurato esame la trova nel passo di Kircher. (…)
In quarantasette eleganti versi è fatta da Pesce la esposizione particolareggiata del fondo di Cariddi: ed in quasi altrettanti righi è pur quella che Pescecola fa a Federico re nel Mundus subterraneus: il medesimo fiume, le medesime voragini, i medesimi scogli, i medesimi polipi. Il terrore di Pesce è il terrore di Pescecola: i due sono un solo, un medesimo personaggio, che solennemente parla al re, con un'oratoria assolutamente inopportuna al momento, per un povero e malcapitato nuotatore, dopo la protratta agonia.

La fonte del Giannettasio, a parte qualche occhiata che questi potè dare al Pontano, è Kircher, gesuita come lui, e forse di lui amico, che lo precesse di dodici anni col suo Mundus. Una impercettibile varietà tra' due scrittori è questa; che il re di Kircher è, come si è detto, Federico, ed il re di Giannettasio è anonimo.

 

La ballata di Federico Schiller: Der Taucher è un pietoso racconto che nessun tedesco recita mai senza commozione.
"Chi di voi oserà, cavalieri e valletti, di lanciarsi in questo gorgo? Io vi getto una coppa d'oro. Già la nera bocca l'ha ingoiata. Se qualcuno mi può riportare la coppa, se la tenga; essa è sua. Così dice il re, e di sull'erta rocca lancia negli urli di Cariddi la coppa. Tre volte: - Nessuno s'arrischia a scendere?  - egli chiede; ed alla terza un ardito e dolce giovinetto esce di tra gli scudieri, si slancia e scompare sotto il mare, che lo inghiotte. Dopo lungo aspettare con ansia terribile degli astanti, l’audace nuotatore riviene a galla e inginocchiandosi dinnanzi al re gli presenta la coppa.
Il re vi fa versare del vino dalla figliuola piena di gioia, ed il nuotatore beve alla salute del re raccontando gli orrori dell'impresa e gli inauditi pericoli corsi. Dal cavo d'una rocca che incontra, vien su impetuosa una sorgente; l'incontro di due correnti lo rivoltolano come trottola. Egli, vertiginoso, non può restare; si raccomanda a Dio, e Dio gli mostra un punto dalla rocca elevantesi dal fondo, al quale egli si aggrappa. Là era sospesa, tra acute branche di coralli, la coppa, non colata giù sino allo abisso senza fondo. Tutto era tenebre ed oscurità porporina. Il vuoto si inabissava ancora, profondo come dall'alto d'un monte, e quantunque l'orecchio non sentisse, l'occhio scopriva con terrore l'acqua formicolante di rettili vischiosi, di salamandre, di draghi in quella bocca terribile d'inferno. Quivi con orrenda confusione brulicavano ammassati, in ispaventevoli mucchi, la sega armata di punte, il pesce degli scogli, il martello, mostro spaventevole: ed il pesce-cane pauroso, iena dei mari, furiosamente gli mostrava i denti minacciosi.

Sospeso, egli avea tutta la coscienza dell'orrore in cui si trovava senza speranza d'aiuto o di soccorso, ed ecco una bocca lo afferra, gli lascia la branca del corallo, ed un vortice lo investe violentemente, trascinandolo in alto.

Il re, forte maravigliato, gli dà la coppa, e gli destina un anello preziosissimo se egli ridiscenderà nell'abisso e lo istruirà di ciò che avrà visto nella più grande profondità. La figlia inorridisce, e prega il padre che cessi da prove così crudeli; ma il re, imperturbabile, torna a gettare la coppa ed al palombaro dice:

- Io t'avrò pel miglior cavaliere, e vo' che oggi stesso tu sposi costei che prega per te, se tu mi riporterai questa coppa.

Il giovane, come animato da forza celeste, si slancia, ma non ritorna più..."
 

Questa la ballata dello Schiller, un vero dramma pieno di slancio e di passione. In essa non si ha a durar fatica per vedere i caratteri principali della tradizione popolare. Il re non è nominato, ma il suo capriccio e la sua impassibilità di fronte alla figliuola commossa, ed il dono tutto cavalleresco ond'egli intende premiare la virtù e l'audacia del valletto, ce lo fanno identificare con Federico II. Questa supposizione corrobora la leggenda: che lo Schiller può aver messa a profìtto la natura rude del principe, la inclinazione che deve presumersi in un tedesco nel cantare di un principe tedesco, e, sopra tutto, il fatto di temi siciliani e specialmente messinesi cantati dallo Schiller.

La coppa preziosa viene lanciata due volte; l'anello non è lanciato ma promesso in premio; il nuotatore descrive mostri, parla di correnti opposte, che è quanto dire di flussi e riflussi; la tazza resta impigliata tra coralli elevantisi da una rocca, il giovane audace perisce alla seconda prova.

Orbene: anche questo è preso dal racconto di Kircher; secondo il quale, là, nelle voragini di Cariddi, ha luogo la scena. Come abbiam visto, dopo la prima prova della tazza, Federico ordina quella d'una tazza e d'una borsa: e l'una e l'altra son la tazza e l'anello dell'innominato re dello Schiller.  La rocca dell’uno è lo scoglio dell'altro; i polipi, i pescicani ed altri mostri di quello sono i draghi, le salamandre ed i pescicani di questo; e le tenebre dello Schiller sono né più né meno le tenebre e l'oscurità del Kircher. Alla seconda prova soccombe nell'uno, alla seconda prova soccombe nell'altro. È indubitato per me che la fonte della ballata dello Schiller sia il racconto kircheriano, benché lo Schneegans, che dimorò vari anni in Messina, non dica ma faccia supporre che questa fonte sia il breve e non originale racconto del Gallo.

 

Potrebbe osservarsi però che lo Schiller non lesse mai il Mundus subterraneus, o forse non lo avea letto prima di comporre la ballata; prova una sua lettera del 7 Agosto del 1797 al Goethe, nella quale, all'insigne autore del Faust, che gli avea proposto il tema del Taucher, domandava chi fosse Nicola Pesce (da lui creduto poeta), la cui storia si diceva aver egli, lo Schiller, riprodotta; e la risposta del Goethe:

-    "Der Nikolaus Pesce ist, sowie ich mich erinnere. der Held des Märchens, das Sie behandelt haben, ein Taucher von Handwerk"  ma è molto probabile che Goethe, consigliatore del tema, non abbia ricordato la lettura del  brano del P. Kircher, e, se non il brano medesimo, una delle tante riproduzioni (che molte ve n'ebbero in Italia e fuori) del contenuto di esso, sempre sulla base della versione del Mundus subterraneus; altrimenti non si riuscirebbe a spiegare la stretta somiglianza tra la citazione del Kircher ed il lavoro dello Schiller, che, pare a me, sta di mezzo alla leggenda scritta ed alla canzone dell'anello.

Dico riproduzioni del Kircher e non d'altri autori anteriori a lui, perchè i veri e maggiori punti di contatto la ballata schilleriana li ha con quella. E quindi non so acconciarmi alla supposizione del Godeke che lo Schiller abbia potuto trovare la leggenda nelle Decadi del Fazello, da lui studiate per il Malteser, e che poi abbia dimenticato il nome del nuotatore.

Tuttavia sorge un dubbio, che non è facile a risolvere.

 

Racconta Paolo Diacono che una voragine simile a quella di Cariddi esista tra la Bretagna e la Francia, pericolosissima due volte il giorno per subitanei movimenti di quelle acque. Una trentina di miglia distante dai lidi di Borgogna è l'isola di Evodia, oggi Alderney, nella quale, come affermano i suoi abitanti, si sente il rumore delle acque correnti verso la stessa Cariddi.

Ebbene, "audivi - egli dice - quemdam nobilissimum Gallorum referentem, quod aliquantae naves prius tempestate convulsae, postmodum ab hac eadem Charybdi voratae sunt. Unus autem ex omnibus viris solummodo, qui in navibus illis fuerant, morientibus caeteris, dum adhuc fluctibus spirans supernataret, vi aquarum fluentium abductus ad oram usque immanissimi illius baratri pervenit. Qui cum iam profondisisimum et sine fine patens chaos aspiceret, ipsoque pavore praemortuus, se illuc ruiturum expectaret subito quod sperare non poterat, saxo quodam superjectus insedit. Decursis siquidem jam omnibus, quae sorbendae erant, aquis, orae illius fuerant margines denudati.

Dumque ibi inter tot angustias anxius, vix ob metum palpitans resideret, dilatamque ad modicum mortem nihilominus opperiret, conspicit ecce subito quasi magnos aquarum montes de profundo resilire, navesque, quae absorptae fuerant, primas emergere. Cumque una ex illis ei contigua fìeret, ad eam ex nisu quo potuit apprehendit. Nec mora, celeri volatu prope littus advectus, metuendae necis casus evasit, proprii postmodum periculi relator existens”.

 

Qui non si tratta di un palombaro, d'un valletto, o d'altro uomo che scenda negli abissi d'un mare pericolosissimo per ordine o per desiderio d’un principe o per cupidità o vanità di premio: ma d'un disgraziato che, sopravvissuto ai suoi compagni di naufragio, giunge alla bocca di un baratro immanissimo; guarda, morto della paura, quell'infinito e profondo caos nel quale sta per precipitare, e, bene insperabile per lui, s'adagia su d' un sasso, che è principio di sua salvezza, perché, decorse tutte le acque che dovean passare, mentre ansante e raccapricciato aspetta da un istante all'altro la morte, vede d'un subito emergere come delle grandi Montagne, e, prime, le navi state precedentemente inghiottite; ad una di esse si afferra con fatica, e per essa raggiunge la riva.

 Ora, in questa scena spaventevole, non è egli qualche circostanza che richiama alla scena del Taucher di Schiller? Chi dice, domando io col Liebrecht, che il geniale poeta tedesco non abbia avuto sott' occhio il passo di Paolo Diacono, restando sempre provato che la fonte di tutto il componimento sia il passo del Kircher?

 Del resto non qui soltanto conviene cercare le fonti del Taucher. Nella versione messinese del Faro il capriccioso Governatore che induce Cola a scendere nell’infido mare di Cariddi per due volte lancia, promettendone il possesso al nuotatore, una coppa d'oro, ed infine la propria figliuola: particolare, questo, che vediamo ripetuto nel Taucher.

 

La celebrità e popolarità del Taucher schilleriano persuase qualche librettista tedesco a tentarne la riduzione a melodramma. Il poeta Bürde di Breslau scrisse, ed il maestro di cappella Reichart musicò (1811) un libretto sul famoso palombaro: ed altro ne scrisse e musicò sul medesimo argomento il noto compositore Kreutzer (op. 50). Prima di essi però una operetta avea dato in luce (1809) F. Chr. Heinz.  Von Kleist cantò questo eroe del mare in un poemetto di mezzo migliaio di versi. Tiecks vi ricamò sopra una novella (Der Wusscnnensch)  e parecchi altri si sbizzarrirono a parodiarlo.

 

La leggenda fornì, come si è detto, anche argomento a drammi, a commedie, a ballate, a racconti d' ogni genere. Nel suo dramma o commedia: Niccolò Pesce, rappresentato per la prima volta al teatro Fiorentini la sera del 23 ottobre 1818 e pubblicato ott'anni dopo, il barone Cosenza riporta il fatto ai tempi del re Federico d'Aragona, e traendo partito dall'alleanza seguita al 19 agosto 1302 tra esso e re Carlo II di Napoli, e dalla singolarità di Cola, ne compone la sua favola, che è la quintessenza della stranezza storicamente parlando, e pei Siciliani una amenità.
“Messina è assediata dai Veneziani. Il governatore Rainulfo, che re Federico d'Aragona v'aveva messo, era un traditore, che se la intendeva coi nemici. Niccolò Pesce, eroe patriottico, fa tutto il possibile per isventar le occulte trame di costui. Ma è accusato proprio lui, perfidamente, di segrete inteiligenze coi Veneziani, e condannato a morte, e solo colla sua abilità nel nuoto riesce

a scampare. Dopo mille pasticci, finalmente tutto si risolve pel meglio. Rainulfo è ucciso dalla moglie di Niccolò Pesce, e Niccolò Pesce salva la patria”


Così ce la riassume il Croce nel suo opuscolo, riportandocene la conclusione:
"Niccolò con sommo entusiasmo sempre crescendo. Per la salvezza dei miei concittadini mi rispettaron gli elementi in furore. Ruggiero dell'Oria, cui giunse nuova del blocco, erasi già per qui incamminato, sopra agile legno: io solo a voga in legno precedetti la flotta; l'armata nemica salpa l'ancora e fugge: ed io mercè al Fattor dell'Universo giungo a tempo onde serbar Messina a Federigo, la patria ai miei concittadini, l'onore a tremenda memoria degli scellerati.
- Voci : Viva Niccolò Pesce! Tutti: Viva!,,

 

Niccolò Pesce è dunque un uomo politico ed un eroe dei tempi di Federico d'Aragona! Da questo concetto trasse partito il forte artista messinese Letterio Subba per uno splendido quadro tenuto anche oggi in alto conto. Cola, stupenda figura di nudo rilevantesi sulla tela, reduce dalla Calabria, porta la risposta degli Aragonesi. Questa risposta è la salvezza della famiglia di lui, ostaggio del governo; la quale, al vederlo, tripudia dal suo sotterraneo. E tale Niccolò ci apparisce pure in altro lavoro drammatico d'altro napoletano del medesimo tempo; vo' dire:
II Pesce Niccolò , ossia l'uomo anfibio con pulcinella accademico ignorante, bersagliato da birri, e spaventato da un braccio nella fontana di Messina, Commedia nuovissima in 5 atti di Francesco de Petris

Eccone la tessitura:

Atto I - Luigia, orfana, è sotto la tutela di Don Giustino, luogotenente del Governatore di Federico d'Aragona in Messina, ed ama Giulio figlio di esso Governatore. Il tutore, interessato nei beni di lei, i quali ha dilapidati, osteggia quell'amore al pari del Governatore, il quale per tagliar corto ha mandato il figlio a Londra, e ordinato l'esilio di Pesce e della sua famiglia. Se non che, questi è benvoluto dal re, e c'è a temere che o lui o alcuno della famiglia se ne richiami al re e ne venga qualche guaio. Pesce infatti è un gran palombaro, tante e tante volte, in soli quattro giorni, è andato e tornato da Napoli “perchè quand'è sott'acqua ha la celerità del più agile pesce che vi sia, di modocbè precede gli stessi bastimenti”.  Al sovrano “ha prestato tanti servizi, quando con portar lettere sott'acqua alle sue armate di mare assediate dalle flotte nemiche, quando con salvar bastimenti, quando con liberar naufragati„.

Così dice il Governatore, e Don Giustino aggiunge:

"Ed anche per le tante scoverte di oggetti di storia naturale che ha fatte nel fondo del mare, dove vive con la stessa indifferenza con cui viviamo noi sulla terra: di modochè spesse volte spinto dalia curiosità si è intromesso in qualcheduna delle immense voragini che vi sono e si è veduto poi sortire dopo molti giorni non già dal mare, ma dai fiumi, dai pozzi, dalle caverne.”

 - “E per questo – osserva il Governatore - n'ebbe anni fa dal volgo un'imputazione di stregoneria, alla quale poi non si die fondamento, dopo di aver egli dimostrato con delle idee anatomiche che la sua qualità anfibia non è che un semplice fenomeno naturale dipendente dall'apertura del forame ovale del cuore „ (pp. 1-4-15).

Checché avvenga, il Governatore manda il bargello ad arrestare il figlio di Pesce, riserbandosi di arrestare più tardi personalmente la figlia Rosina.

 

Atto II

Pulcinella e Isidoro poeta s'avviano verso Messina, come terra ricca d'ogni ben di Dio, dove, quello vuole sfamarsi, questo, poetare e far la conquista di Donna Dorotea, pazza per la poesia. Il bargello col birri correndo per catturare il figlio di Pesce, urta con Pulcinella ed è lì per prenderlo. Per accostarsi ad una fontana e bere, una mano interna gliela ottura ogni volta che egli ritenti la prova , finché da essa vien fuori, con gran paura degli astanti, Pesce mezzo nudo

e tutto irsuto. Affamato anche lui, e senza modo di sfamarsi, si butta in mare per giungere a Messina, evitando i nemici che lo insidiano.

 

Atto III

Rosina palpita pel padre (N. Pesce) e pel fidanzato (Enrico) lontano. Donna Dorotea, sua ospite e beneficata, pensa a un quarto marito dopo i tre che ha perduti. Giunge Pulcinella per incarico del poeta Don Isidoro, che cerca le buone grazie di lei, ma è scambiato per ladro e cacciato via. Giunge anche lui il Governatore, risoluto di sbarazzarsi della famiglia Pesce e d' impadronirsi di Rosina personalmente, in quella che con un rescritto del Re al Governatore giunge altresì Niccolò Pesce. Il rescritto comanda che si cessi dal perfidiare a danno della famiglia Pesce sotto pena della sovrana disgrazia. Intanto odesi un colpo di cannone, annunzio del Real Governatore che

manda soccorsi ad una nave in naufragio. Pesce vuol correre, il Governatore ne lo impedisce per togliergli il vanto dell'opera umanitaria e lo chiude in casa; ma Pesce evade da una cateratta.

 

Atto IV

Don Isidoro va con Pulcinella da Donna Dorotea, dalla cui bocca apprende le condizioni economiche tutt'altro che floride e liete di lei, e la sua smania per un marito poeta; nondimeno, persuaso che essa abbia dell'ultimo marito una forte dote, che il Governatore le contrasta, va via per rivendicargliela.

 

Atto V

Un certo Alfonso, naufrago liberato dal Pesce e deposto sulla riva, è dal Governatore istigato a dichiarare essere stato salvato da lui e non dal Pesce; ma il figlio del Governatore stesso, Enrico,

anch'esso tra' naufraghi, reduce da Londra, ripete la sua liberazione dal famoso nuotatore. Il re accorre sul luogo, scopre la malvagità del suo Governatore, lo destituisce e nomina Enrico in vece di lui. Così han fine i dolori delle varie vittime.

 

Il lettore è in grado di giudicare da sé della tela di questo lavoro, non privo d'una certa novità per quanto goffa ed inverosimile. Non manca un po' di vis comica, ma i soliti luoghi comuni e la forma trascurata tolgono ad esso la tenue parte di mediocrità che possa contenere. Il Pesce Niccolò dev'essere stato rappresentato più volte in Napoli, e non senza favore del Governo, forse in omaggio alle ripetute allusioni alla bontà, giustizia, generosità del Re.
Dal raro esemplare che io ho avuto sott'occhio si rileva che Pesce per due sere del giugno 1859 venne eseguito anche nel teatro San Ferdinando (oggi Principe Umberto) di Palermo. Il proprietario, allora del Teatro Sant'Anna, nel 1850, lo aveva fatto eseguire altre due volte dal celebre pulcinella Raffaele Vitale.

Come s'è visto, la figura del mostro marino degenera, sotto un aspetto ben diverso dal tradizionale, nel comico e nel ridicolo. La medesima sorte essa ha nella moderna letteratura tedesca; la quale l'ha in più guise messa in parodia. Ebbene: questa degenerazione letteraria, forse inconsiderata, non è nuova.

 

Nei secoli scorsi Cola fu creduto uno strano personaggio pugliese: e nel carnevale del 1568 alla Corte de' Duchi d'Este in Ferrara si ebbe per festa “il veder far la lotta Cola da Bari con un altro abruzzese soldato bravo”

La leggenda del Bisazza è divisa in tre parti, che io procurerò alla meglio di riassumere, dolente di non poterne far gustare le bellezze.

 

"La Tempesta”

È notte. Il Faro di Messina è in gran tempesta; un legno, sballottato dalle onde, fa naufragio. Un fanciullo vestito di bianco rimane a galla, ed un uomo, slanciatosi dalla riva, corre a nuoto per lui, ed in sul far del giorno lo riporta sano e salvo a terra. Tutti fan festa a Nicola, il quale si reca in chiesa a ringraziare il Signore della grazia ricevuta, e torna a casa della madre.

 

"La coppa d'oro”

Federico lo Svevo coi figli Enzo e Manfredi sono in Messina; Cola Pesce si avanza verso di lui e riceve l'ordine di tuffarsi nel vortice di Scilla, nel quale egli lancia una coppa tempestata di gemme. Cola ubbidisce e riviene a galla con la coppa.

 

"Morte”

Cola è in casa quieto e tranquillo con la vecchia madre. Uno scudiere viene a chiamarlo a nome dell'Imperatore, che, avutolo innanzi, gli comanda di tornare a tuffarsi in mare a prendervi un'altra coppa, preziosa più della prima. Cola ubbidisce, ma dopo un'ora non rivien su, e la povera madre si straccia i canuti cappelli e maledice le sue viscere, mentre i fratelli lo chiedono al mare. La sera un pescatore passando per Scilla ode l'eco d'un canto e vede un lume rischiarare tutto all'intorno. Forse un angelo di Dio trasse in cielo lo spirito di Cola.

 

Nella Carestia di Domenico Tempio, Cola Pesce rivive, o meglio ha un discendente in un certo Pippiriddimi catanese, omaccione di alta statura e gran nuotatore.

 

Tumma chisfomu anfìbiu
Sutt'acqua. e non acchiana,
Arriva, e pari smàfara.
A starci na simana.
Ddà mancia, dormi, ed opera
Li fatti suoi, ritorna
A respirari l'ria
Di poi a li setti jorna.
Già pritinnia discinniri,
E tali cumparisci.
Da hi l'ani usu e celebri
Anticu Cola Pisci

 

Nelle sue terzine satiriche Ad un Cavaleri, Giovanni Meli fa cenno di Cola Pesce come di passaggio e per termine di paragone; ma nel Codici marinu ne fa argomento d'una lunga ed arguta favola morale, che mette a nudo gli abusi introdotti nel sistema dell'antica legislazione criminale del Regno di Sicilia. Nelle prime due sestine egli riassume la leggenda così:

 

Conosciuti! è in Sicilia l'anticu
Nomu di Cola Pisci anfibbiu natu
Sutta di lu secunnu Fidiricu,
Omu in sustanza ben proporziunatu,
Pisci pri l'attributu singulari
Di stari a funnu cu li pisci in mari.

Scurrennu li gran pelaghi profunni,
Facia lunghi viaggi e rappurtava
Li meravigghi visti sutta l'unni
E multi di sua maini li nutava.
Mi è capitata 'ntra li tanti, chista,
Scritta di propria sua marni, e rivista!

Un giorno io vidi (racconta Cola nel suo ms.) in tondo al Baltico una turba di molesti insetti forensi i quali trattavano di un processo a carico di certe sardelle imputate di aver divorato un grosso tonno sol perchè erano state trovate coi musi unti sotto un osso di detto pesce. Il processo comprendeva tanto quelle povere sardelle quanto altri pesci che portavano le tracce del tonnicidio, ed il Fisco li voleva tutti condannati a morte. L'avvocato delle sardelle faceva rilevare la incoerenza dell'accusa e la ingiustizia dì un processo nel quale si imputavano nove once di sardelle come divoratrici di un tonno di tre quintali alla stessa maniera che altri pesci che lo aveano difatti divorato. Dopo lunghissimo dibattimento di avvocati, la corte, composta, di granchi e presieduta da un granciporro, si ritira per deliberare e, discusse le ragioni prò e contro, sentenzia che:
Si assolvami li sardi di la morti
Ita quod nun putissiru campari.
A st'oggettu, li squami ed ogni sorti
Di grassu, e 'nsunzi, e peddi devorari
Si li diva lu Fiscu. e in spiaggi ingrati
Li rimasugghi sianu confiscati.

Questa sentenza, apparentemente equa in quanto conforme al codice, non fa distinzione tra i veri rei e quelli che non lo sono: e sotto le lustre di giustizia fa morire in capo a un anno le povere sardelle, parte per carceri, violenze, paure, parte divorate da insetti fiscali, i quali non possono mettersi al disopra della stessa Legge.

Cola Pesce, sorpreso di tanta esorbitanza, fa il seguente quesito ad una triglia maschio (trigghiu):
Si ccà la Forza è cchiù chi privali
Pirchì inventari sti formalitati.
Judici, Foru e Codici legali?

E la risposta è questa:
che siccome i granchi vivono tutto il santo giorno nell'ozio insidiando patelle senza aver forza ed abilità d'inseguire boghe (vopi) ed aselli (asineddi), perciò hanno ideato questo sistema di giustizia: cioè che quanto si fa con la forza possa farsi per diritto autenticato in codice. Codesto codice di granchi fu abbracciato e si osserva tuttavia.

 

Non conosco l'episodio del Dalbono, ma lo so così povera cosa che è pietà il tacerne; basta dire che Cola Pesce è identificato con Niccolò d'Alagno, padre della famosa Lucrezia.
In Napoli vennero in luce sul medesimo Pesce Nicolò diciassette sonetti in napoletano; ed il Cesareo fece argomento d'un suo vago racconto La leggenda del Faro, artistica composizione della tradizione messinese e della ballata schilleriana.

Primo a prendere come argomento di poesia la nostra leggenda in Germania fu, qualche anno prima dello Schiller, il poeta Franz von Kleist. Il suo poema è un lavoro di 554 versi sul fare del Wieland, e fu pubblicato nel 1792 nella Deutsche Monatsschrift di Berlino, v. III.
Il Goetzinger fu primo a rilevarlo, e dopo di lui R. Boxberger. Non avendolo sott' occhio, devo limitarmi ad affermare per sentita dire che la poesia di von Kleist non regge al paragone del Taucher.
Non è pertanto a maravigliare se per ragione di tanta popolarità la leggenda di Cola Pesce sia stata da romanzieri presa per abbellire i loro racconti. Jules Verne, che nel 1889 venne o rivenne in Sicilia, nel suo Mattia Sandorf ne fa un "Nicolò Pesca(i), nativo della Valletta, che portò, si dice, dei dispacci da Napoli a Palermo, traversando a nuoto il mare Eolio"; e nel Ventimila Leghe
sotto ai mari, proveniente dal Capo Matapan, lo fa apparire robusto, con la sua vecchia borsa di cuoio alla Cinta, "ben noto in tutte le Cicladi come un ardito palombaro, il cui elemento è l'acqua, dove vive più che sulla terra, andando senza riposo da un' isola all'altra, e perfino a Creta”

 

Enrico Mezzabotta nel suo strano romanzo: I Vespri Siciliani, ovvero la Crociata dei Francesi, lo dice marangone senza confronto.

Un ammiraglio ai tempi della Dominazione Angioina avendo perduto in fondo a un mare una cassa di ferro con un prezioso tesoro, la vuol pescata da Cola Pesce, il quale vi riesce a maraviglia, aiutato da certi suoi compagni. Questa parte del racconto è drammatica; e, circostanza non mai saputa della leggenda, è che Cola dovesse la sua straordinaria facoltà alla sua origine da un mostro marino, il quale trovata la madre di lui svenuta sulla riva l'avesse posseduta: senza tenersi conto di altra circostanza che, accetto alla Corte Angioina, fosse perito nella diciottesima traversata dello Stretto di Messina per Napoli

 

Giuseppe Pitré
Studi di Leggende Popolari in Sicilia
Torino - Carlo Clausen
1904

     

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