www.colapisci.itL'uomo che diventa pesce per necessità o per sceltaWalter Ignazio Preitano

 

La  pesca della  mola
(La pesca del pesce luna)

Una sera Salvino chiese a Cesarina se si sentiva in grado di preparare una "ghiotta". Ed alla risposta affermativa di mia moglie, promise per la sera successiva, una grossa quantità di pesce "mola". Io ricordavo quel pesce. Cesarina invece non lo aveva mai visto né sentito nominare. Ma nei giorni, mesi e anni successivi ebbe a cucinarne quintali. Io l'avevo mangiato da ragazzo, e ricordavo bene il suo gusto forte.
Il miglior modo di cucinarlo é proprio alla "ghiotta", con cipolla, capperi, olive verdi in salamoia e pomodoro. Non é un pesce ricercato per le sue carni, ma saputo trattare dà dei numeri ai suoi simili più famosi e assai più nobili.

Quella sera raccontai a Cesarina quanto mi ricordavo di  quel pesce e le misi addosso una grande curiosità. Lei solo da poco si cimentava con la nostra cucina. Ma ricordo che già allora, a pochi anni dal nostro matrimonio, i suoi piatti alla siciliana erano apprezzati da  tutti  i nostri amici. Tuttavia, per sicurezza, quando avevamo a pranzo ospiti nuovi, lei si presentava con un bel piatto di tagliatelle fatte con le sue mani e condite con un prelibato ragù di carne. Piatto caratteristico della sua terra. Questo modo di trattare gli ospiti, l'aveva resa popolare tra le persone che ci frequentavano.

La  pesca  della  "mola" (nome dialettale del Pesce luna) si praticava a Ganzirri e a Torrefaro,  nel  periodo  estivo. E' un animale assai brutto e, come dicevo, le sue carni non sono pregiate e pertanto non ha mercato se non in quella zona. Le sue dimensioni possono raggiungere anche i due metri di diametro, e forse ancora di più. Ma di questi mastodonti io ho solo sentito raccontare.

A Torrefaro, nel tratto di mare prospiciente la Chiesa, a pochi metri dalla riva, c'era tutti i giorni una gran folla di dilettanti con barchette a remi o a motore, di tutte le dimensioni. E tutti facevano buona pesca.
Lì le "mole" erano piccole, circa trenta centimetri di diametro (i ganzirresi le chiamavano "tambureddi", in senso ironico), ma erano tantissime, ed era una festa per tutti (tranne che per le mole, naturalmente!). Le fiocine affondavano nell'acqua e sembrava di assistere ad una battaglia epica; invece si trattava di una vera e propria mattanza.
Naturalmente Pietro e Salvino non erano interessati a quel tipo di preda. Anche perché la parte commestibile, che si ricava aprendo il pesce come un'ostrica, é molto scarsa e, negli esemplari giovani, anche meno gustosa. Sicché, se "mole" dovevano essere, bisognava andarle a pescare nel grande taglio di corrente, al centro dello stretto.
Quella era una pesca relativamente tranquilla, senza patemi d'animo e non c'era rischio per le attrezzature. Cosi Pietro e Salvino ne approfittavano per trasformare la "battuta" in un momento di folklore. Infatti invitavano degli amici, uomini e donne, e promettevano loro un sicuro divertimento ed un buon piatto di quella "leccornia".
Mia moglie più volte volle aggregarsi alla compagnia, ed ancora oggi ricorda quelle esperienze con grande nostalgia.

Si partiva a pomeriggio inoltrato. La "San Giuseppe" era sempre pronta ed accogliente. Salvino, che era una vera forza della Natura, svolgeva le mansioni più gravose, e non era raro che dovesse traghettare a spalla o in braccio, donne e uomini non avvezzi e non disposti a bagnarsi i piedi nell'acqua di mare. Io ero sempre al timone. Ormai lo manovravo con una certa disinvoltura e mi sentivo quasi titolare del ruolo, in quell'equipaggio.
Il grande taglio é come un fiume sottomarino che scorre da Nord a Sud e che, in superficie, causa un grande ribollire dell'acqua, con gorghi che a volte mettono paura. Non é facile manovrare la barca all'interno di quel tratto di mare che ha una larghezza massima di cinquanta metri circa. Ma in quel subbuglio, le "mole" si crogiolano  immobili, su di un fianco, sventolando la pinna dorsale o anale.
Pietro montava il "farere" e ci saliva su per avere una migliore visione del mare circostante. Faceva tutto lui. Con le mani mi dava indicazioni su dove dirigere, e pertanto io dovevo guardarlo senza potergli staccare gli occhi di dosso. Quando finalmente avvistava la preda, cominciava ad agitarsi e lo faceva in modo che l'emozione fosse  tanta, per fare divertire gli amici. Ed allora cominciava l'inseguimento. Salvino spingeva il motore al massimo e sembrava che la barca dovesse squarciarsi da un momento all'altro. Non c'era fatica in quell'inseguimento, ma tanta eccitazione.
La "mola", sentendosi braccata, riprendeva la sua posizione verticale e si dava alla fuga, facendo discrete evoluzioni che mi costringevano a manovre repentine. Far girare velocemente la "San Giuseppe" non era davvero uno scherzo!
Quando eravamo ormai vicini alla preda, Pietro scendeva dal "farere", prendeva in mano una fiocina e si portava ritto sulla prora. In pochi istanti l'evento era consumato. Pietro lanciava l'attrezzo e tutti, con la testa, accompagnavamo l'asta che si conficcava con le sue punte d'acciaio, nel corpo della malcapitata.
A quel punto scrosciavano gli applausi e i complimenti all'equipaggio per l'eccitante rappresentazione. Il pesce veniva issato a bordo dalle forti braccia di Salvino, e sistemato sul fondo della barca. Era brutto, ma sia prima che dopo morto, metteva  negli animi sensibili, una grande mestizia. Infatti,i suoi grandi occhi senza  protezione, guardavano il vuoto con  uno sguardo tenero che faceva riflettere. Erano occhi di cerbiatto in un essere buffo e mal costruito.
Erano "mole" di trenta o quaranta chili, ma la parte commestibile non avrebbe superato i sette   chili, a cottura ultimata. Pertanto, perché le porzioni fossero abbondanti, si procedeva fino ad arrivare al giusto. Pietro non amava  strafare, non era nel suo stile.
Quindi si ritornava divertiti e si procedeva, sulla spiaggia, ad aprire i pesci per prelevarne le parti commestibili. A  quel punto avveniva una cosa molto curiosa: si assisteva alla avanzata di una moltitudine di persone, villeggianti e locali, verso la riva, e tutti avevano in mano un sacchetto di plastica. Silenziosi si disponevano attorno a Pietro che armeggiava con il coltello, ed attendevano. Un pezzo di "mola" c'era per tutti, ed ognuno ringraziava e si ritirava verso casa. Alla fine, gli ospiti, avevano vissuto sicuramente una bella giornata marinara e se ne tornavano in città commentando soddisfatti.
La ghiotta di Cesarina segnò parecchi punti a suo favore nella considerazione degli amici!

Walter  Ignazio Preitano

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