www.colapisci.itL'uomo che diventa pesce per necessità o per sceltaWalter Ignazio Preitano

 

La pesca del pesce spada

 


Lontro - Imbarcazione per la pesca del pesce spada nello Stretto di Messina

Mi  ricordo  che  allora la pesca al pescespada era ancora  un fatto agonistico. Allora non  c'erano i motori e ciò che spingeva la barca era  la fame ed il desiderio di vincere. Dall'altra parte la preda, con il suo istinto di conservazione. Il rispetto era reciproco, ed il successo dei pescatori era solo un premio alla fatica ed al sacrificio, mai una vittoria sulla creatura marina.
Da parte sua il pescespada esultava certamente allo scampato pericolo, anche quello ottenuto con sforzi immani.


Modellino di Feluca - Imbarcazione di posta per l'avvistamento del pesce spada


Feluca - Ganzirri - Messina

La feluca era alla posta al largo dello stretto, ed alla sua ombra il nero lontro, piccola e veloce barca con un equipaggio di sei uomini. I remi erano quattro, disposti in modo alternato, ed ognuno di essi era chiamato con un nome diverso. Quelli di prora si chiamavano paleddi; erano più lunghi e servivano per stagliare, cioé per far girare la barca velocemente. Erano armati al di fuori dell'orlo   della    barca,   sopra     una     propaggine  triangolare  chiamata farfallina (ma il termine ha delle varianti).
L'antenniere  ed  il fiocinatore, completavano l'equipaggio.


Lontro pronto all'inseguimento del pescespada

Sei uomini immobili per ore ed ore, all'ombra della grande "mamma". Sull'antenna della feluca si alternavano gli avvistatori: uomini sul cui volto era evidente il martirio del sole impietoso. Il loro compito era quello di scrutare il mare , a partire dalla feluca, metro a metro, fino a che l'occhio era capace, nella speranza che il pescespada venisse in superficie per crogiolarsi al sole o per amoreggiare con la sua compagna. Un evento che spesso tardava e talvolta non accadeva. Quell'attesa era la fatica maggiore, perché carica di sconforto.
Man mano che passavano le ore, ogni membro dell'equipaggio sentiva incombere su di sé  l'ombra dell'insuccesso, e sempre più viva si faceva l'immagine del volto deluso delle donne che, all'imbrunire, attendevano i loro uomini sulla spiaggia.
Per troppe volte quella scena si ripeteva, nell'arco di una stagione! Lo sguardo basso ed un grande desiderio di silenzio. E la rabbia accumulata si sfogava sugli scalmi, tirando in secco la barca. Poi ognuno prendeva il suo fagottino e, consolato dalla donna, mestamente si dirigeva verso casa; non prima però d'avere preso accordi con gli altri compagni, per una nuova giornata d'attesa.

Ma succedeva invece che, all'improvviso, l'antenniere della feluca si mettesse ad urlare come fosse posseduto dal demonio. Nelle sue urla, parole  convenzionali che indicavano all'equipaggio del "lontro"  a che distanza fosse il pesce, e in che direzione bisognava remare.
In pochissimi istanti l'equipaggio era in voga ed ognuno era al suo posto. Remavano in piedi e spingevano avanti la poppa, dove il fiocinatore, in piedi, trovava più spazio per i suoi arnesi e più stabilità per  se  stesso.
L'antenniere saliva i pochi pioli del "farere", il piccolo albero montato al  centro della barca, ed il fiocinatore si spingeva sulla pedana di legno che fuoriusciva dalla poppa.

Tutti i muscoli erano all'erta, pronti per l'inseguimento finale.
Le indicazioni venivano date dalla feluca fino a che l'antenniere del lontro non avvistava la preda. E questo succedeva quando il pesce era ormai vicino. Da quel momento le urla arrivavano dallo stesso "lontro" e l'inseguimento diventava frenetico. Il pesce cambiava direzione sentendosi braccato, ed i grandi remi di prora diventavano protagonisti. Bisognava avvicinarsi al pesce prima che questo decidesse di inabissarsi. Bisognava approfittare del suo stato di confusione   per colpirlo a morte. Guai se qualcuno cedeva in quel momento cruciale.
Le bocche aperte emettevano urla di dolore per lo sforzo prodotto. Pochi attimi, il massimo dello sforzo, al limite delle possibilità, fino a schiattare sui remi. Il fiocinatore si preparava, pronto a scattare come una molla. Teneva in mano l'asta, armata sulla punta con un arpione mobile legato ad una fune. Scrutava il mare nei pressi della barca alla ricerca della sagoma da colpire. E quando finalmente avvistava il bersaglio, che l'esperienza dell'antenniere gli porgeva in posizione perpendicolare alla barca, alzava le braccia e, con quanta forza aveva in  corpo, scagliava l'asta sulla preda.

Se tutto andava bene, la corda contenuta nella cesta, cominciava a consumarsi velocemente. Il pesce si inabissava trascinando la barca per centinaia di metri. E questo, forse, era il momento in cui la perizia del capobarca faceva la differenza tra gli equipaggi. I rematori affranti, ancora non avevano guadagnato il diritto al riposo. Remavano ancora, ed erano pronti a qualsiasi evenienza. Gli occhi sulla corda che si srotolava. Niente era ancora certo. Il pesce poteva essere stato colpito in un punto non vitale, o l'arpione poteva non essere penetrato in profondità; ed allora tutto poteva succedere.
Ma se le preghiere delle donne di terra erano state ascoltate, la corda si consumava più lentamente. Ed allora un grande sospiro e finalmente ognuno riprendeva possesso delle sue energie, che per qualche minuto non gli erano appartenute.
L'ultima fase sarebbe stata quella di issare a bordo il pescespada, aiutandosi magari con un rampone. Oppure legarlo alla barca  e trascinarlo fino a terra o depositarlo sulla feluca e disporsi ancora all’attesa di un nuovo evento.
Ora tutti potevano esultare, riservando sempre allo sconfitto l'onore delle armi. Il pensiero  volava alla marina, al volto raggiante delle donne. I curiosi sarebbero scesi a vedere il gigante abbattuto e si sarebbero sprecate le emozioni e le espressioni di meraviglia.

In seguito,  la  pesca al pescespada subì una evoluzione prima lenta e poi vertiginosa. Dapprima fu montata una passerella di legno sullo stesso "lontro", allo scopo di dare più spazio di manovra al fiocinatore ed un migliore alloggiamento agli attrezzi e, cosa assai più importante, allontanare la sagoma della barca quanto più possibile dal pesce.
Ma questo non bastò, anche perché ne soffriva la stabilità dell'insieme e venivano meno le caratteristiche di snellezza della barca e la sua fama di "legno" agile e veloce. Il passo successivo fu quello di motorizzare la feluca, rendendola autonoma. Cosi la grande "mamma" diventava un mezzo errante che inseguiva la preda senza l'ausilio del  "lontro".
Fu montata una lunga passerella di legno e fu alzata notevolmente l'antenna. Si capì subito che quella era la giusta soluzione sulla quale tuttavia bisognava ancora lavorare.

Il passo finale fu quello di sostituire il legno della passerella  e dell'antenna, con l'acciaio. Ciò permise di allungare ancora di più le due propaggini fino ad avere una distanza barca-fiocinatore che rasenta oggi i quarantacinque metri. Grossi tiranti d'acciaio legano la passerella all'antenna e l'antenna alla poppa, per dare al mezzo il massimo di stabilità e di sicurezza.
In questa sua forma definitiva ed equipaggiata con potenti motori, la feluca (che viene comunemente chiamata "passerella" ), é oggi uno strumento pressoché perfetto per il suo scopo. Il pesce infatti non si accorge neanche del nemico in arrivo e per l'antenniere, che manovra anche il motore ed il timone, é semplice portare l'equipaggio alla vittoria finale.
Cosi, le grandi fatiche dell'uomo ed il perfetto "lontro", sono rimasti solo un patetico ricordo che rischierebbe di offuscarsi fino a scomparire, se Rinaldo Arena e Giacomo Costa, con le loro sapientissime mani, non avessero pensato di  riproporre in perfetti modellini di legno, tutti i passaggi della grande trasformazione.

Tutto é cambiato quindi : materiali, mezzi tecnici, sistemi di avvistamento. Ma chi é rimasto  granitico, fino a qualche anno fa, nella sua grande professionalità, é stato  "Patran Ninu", come lo chiamavano i ganzirresi.
Era l'artigiano di Sant'Agata, un villaggio quasi adiacente a Ganzirri, che da settant'anni forniva gli attrezzi da pesca ( fiocine, arpioni, ramponi) agli armatori  delle "passerelle". A lui si rivolgevano tutti coloro i quali volevano avere la sicurezza che l'attrezzo non li tradisse nel momento cruciale.
Si é sempre parlato di una tempera speciale, di un segreto che, forse, l'artigiano si é portato con se. Fatto sta che nonostante le grandi industrie producano oggi attrezzi di altissima qualità tecnologica, nessuna di loro é riuscita a convincere i nostri pescatori. Un vero peccato che tu non ci sia più, “Patran Ninu"!

 
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Walter  Ignazio Preitano

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