Ormai conoscevo tutti in quella zona, denominata "
'a turri"per la presenza di un’ antica torre di pietra che aveva
certamente avuto funzioni di avvistamento. E tutti mi
conoscevano e mi riservavano una cordiale accoglienza.
Lì, in zona, vivevano e operavano alcuni pescatori
professionisti. Gente rara già a quel tempo. Ebbi la
fortuna di entrare nelle loro grazie e ciò mi permise di
fare esperienze di cui servo un ricordo piacevolissimo.
Certo, andare per mare con chi dal mare deve ricavare il
suo sostentamento, é davvero un'altra cosa. Non ci sono
sbavature e tutto é sotto il controllo diretto del
"capobarca". Chi sbaglia o si trastulla, viene fatto
sbarcare senza replica. Ed é anche comprensibile:
l'investimento in mare é grande, ed un professionista
non può permettersi il lusso di perdere un "mestiere" o
di tornare a terra con gli attrezzi danneggiati. Non per
leggerezza, quanto meno.
All'ospite, generalmente, viene assegnato
un posto e le raccomandazioni sono di non lasciarlo, se
non invitato a farlo.
Un giorno, il più vecchio dei pescatori,
"zû Caitànu" (zio Gaetano) per tutti, con cui avevo
instaurato un rapporto particolarmente affettuoso, mi
annunciò che quella notte sarebbe andato per mare con la
grande rete "palamidara",
per sorprendere le ultime
alalunghe di passaggio nello stretto. E mi
chiese se ero disponibile a partecipare (come ospite, ci
tenne a precisare) alla battuta di pesca notturna.
Peppuccio, suo nipote, ragazzo di rara generosità, amico
sincero ed esperto di mare, sarebbe stato della partita.
Accettai con gioia, anche perché, per la prima volta,
avrei visto calare quella rete mastodontica che tante
volte aveva eccitato la mia fantasia.
Una volta la pesca alle alalunghe si
praticava in modo completamente diverso. Era una pesca
gioiosa e coinvolgeva una grande moltitudine di gente.
Questo però quando andava a buon fine, altrimenti era
solo un’attesa snervante sotto il sole.<
La feluca stava al largo, ma non troppo;
all'ancora, vicino a terra, due barche. Sull'ammiraglia,
che veniva chiamata "buzzettu",
l'equipaggio era formato da sette rematori più due
uomini a poppa per la manovra di cala della rete: l'alalungara.
Un ultimo uomo, in piedi sulla prora, per dirigere le
manovre.
Quest'ultimo stava ritto e conservava
l'equilibrio tenendosi dalla "palummedda"
(colombella), un'asta di legno alta circa un metro,
collocata proprio sulla punta della prora e che finiva
con un ornamento a palla.
L'altra era una barchetta che, comunque, si sarebbe
spostata poco dal punto di posta e che serviva per
chiudere il sacco formato dalla rete una volta
"gettata". L'equipaggio della piccola barca era
abbastanza raccogliticcio e rumoroso, non avendo, quella
seconda unità, funzioni peculiari che richiedessero
grandi professionalità.
Le alalunghe sono pesci di passa che
viaggiano in branco. Hanno dimensioni e peso
ragguardevoli. La più grossa che io ricordo, pesava
circa sette chili. Il branco attraversa (ma forse é
meglio dire attraversava) lo stretto, sotto costa, e
poteva essere formato da diverse centinaia di unità. Si
ricordano cale di seicento alalunghe che inondavano la
spiaggia ed il mercato. Le carni sono abbastanza gustose
e sono richieste.
Così, se la giornata era quella buona, l'uomo della feluca
segnalava la presenza del branco e dirigeva tutte le
operazioni a distanza. Il "buzzetto" si metteva in voga
e gli uomini di poppa si preparavano a mollare la rete,
lasciandosi dietro una cima che veniva tenuta dalla
piccola barca che rimaneva in attesa. Le possibilità
erano due: o le alalunghe erano vicine a riva, ed allora
la feluca dava ordine di cala immediata, o erano più al
largo, ed allora l'ordine era: "Va'
fora".
L'intento era quello di anticipare
il branco e circondarlo con la rete, per poi avvolgerlo
e recuperarlo. Tutto dipendeva dalla perizia dell'antenniere
delle feluca.
Il "buzzetto" era molto veloce ed
elegante. Solcava il mare schiumando e battendo la prora
a martello. Al via della feluca, iniziava la cala. Ora
le manovre venivano guidate dall'uomo di prora.
L'operazione doveva essere veloce ma sicura. I tempi
diventavano strettissimi perché le alalunghe virando,
sarebbero potute sfuggire alla trappola mortale. La
barca girava compiendo un semicerchio, nel quale tutto
il branco era contenuto. Finita la cala, il "buzzettu"
dirigeva a riva portando con se l'altra cima della rete.
A terra c'era un grande fermento. Tutte le persone
valide, anche donne e bambini, afferravano le cime e
tiravano freneticamente. Intanto si batteva il mare tutt'intorno alla rete, con aste di legno da cui
pendevano stracci bianchi (il bianco simulava l’addome
del pescecane e faceva inabissare i pesci impauriti) e
si tiravano pietre, sempre bianche, per evitare che i
pesci uscissero dal "sacco" prima che la rete si
chiudesse a terra.
Tutto era consentito purché servisse allo
scopo. Le urla inondavano il paese. Era una festa a cui
tutti avevano il diritto di partecipare.
E finalmente, uno spettacolo
indimenticabile. Centinaia di alalunghe arrivavano a
riva e saltavano trasformando quel tratto di spiaggia in
un palcoscenico di folclore.
Era un divertimento per tutti, tranne che
per le alalunghe.
Per tutti c'era una porzione di pesce,
piccola o grande che fosse. Il resto era ricavo e
guadagno per i pescatori.
Ora lo "zio Gaetano" mi invitava ad un
tipo di pesca diverso. E già nelle premesse, si aveva la
certezza che il bottino sarebbe stato magro, nella
migliore delle ipotesi. Ma in fondo per me era più
interessante l'esperienza, e mi importava poco della
quantità del pescato. Così preparai il mio fagottino,
con la merenda e gli indumenti pesanti, e mi disposi per
trascorrere in mare l'intera nottata. Partimmo che era già buio. La barca era
bella e ben tenuta. A poppa, la grande rete
palamitara.
Percorremmo parecchi chilometri con un
filo di motore. Non c'era premura. Dirigevamo a Sud,
verso Messina, che avremmo superato di molto. Sulla
barca c'era gente simpatica, ed il viaggio d'andata fu
un vero divertimento. "Zio Gaetano", persona brillante e
di grandissima esperienza, tenne banco per ore,
raccontando avventure di pesca ed ironizzando su alcuni
personaggi della "turri", che anch'io conoscevo bene.
Dopo circa tre ore di mare, "zio Gaetano"
raccolse le idee e decretò il "ferma motore". Scrutò la
costa non distante e valutò la posizione. C'erano altre
reti già in posta, non lontane da dove ci trovavamo noi.
Bisognava stare attenti a non dare fastidio e a non
danneggiare i "mestieri". Quindi fu presa la decisione
di mettere in posta la nostra rete. La "palamidara" é
una rete a maglia larga che ferma solo pesci di grosse
dimensioni. Ve ne sono di varie lunghezze. Credo che ne
esistano di chilometriche. Ecco perché, già allora, i
cosiddetti "pesci di passa" non passavano più. Venivano
fermati prima che entrassero nello stretto. Le reti
venivano posizionate in modo tale che i pesci, sfuggendo
ad una, non avevano scampo con l'altra.
La nostra rete era di dimensioni più che
rispettabili, ma non saprei dire quanto fosse lunga:
forse cinque o seicento passi, il che significa circa
ottocento metri, ma non ne sono sicuro. Si adoperarono
in due per metterla in mare: lo "zio Gaetano" e
Natalino, un ragazzo in gamba, capace di ironizzare su
tutto. E anche quando il suo volto ed il suo parlare
erano seri, non si poteva fare a meno di ridere lo
stesso. Era uno spasso.
Sistemati i galleggianti, non fu
ritenuto di applicare le luci di posta che segnalassero
la presenza della rete, dal momento che la barca
rimaneva lì, con tutto l'equipaggio, fino al recupero.
Ora bisognava attendere. Quelli sono i momenti in cui
l'affiatamento dell'equipaggio fa la differenza. Bisogna
trascorrere alcune ore all'aria frizzante della notte e
all'umidità del mare. Gli occhi si chiudono nello stesso
istante in cui si smette di parlare. Ognuno vuol
resistere, ma spesso il sonno é troppo forte. Cosi, a
qualcuno, ma non a tutti, viene concesso un riposino.
Credo che, per orgoglio, io abbia vegliato tutta la notte.
Cosi, dopo tre ore di posta, e prima
dell'alba, "zio Gaetano" decise di recuperare la rete.
Natalino indossò un grembiule di gomma, ed assieme a
"zio Gaetano", cominciò a tirare. Bisognava fare piano e
disporre la rete sulla barca in maniera ordinata,
pulendola man mano dalle alghe che vi si erano
impigliate. La scena divenne presto tragicomica. Non
solo infatti non saliva pesce sulla barca, ma la rete
era zeppa di piccolissimi esseri fosforescenti che
emettevano una luce verde brillante. Sembrava che il
mondo si fosse capovolto e che il cielo si fosse
scambiato di posto con il mare, portando con se una
miriade di stelle. Il lato comico consisteva nel fatto
che quei piccoli esseri provocavano sulle gambe e sui
piedi di Natalino, bruciori incredibili, e le sue
espressioni, non ripetibili, ci facevano schiattare dal
ridere. E questo lo mandava ancora di più in bestia.
Il recupero fu lento, faticoso e
deludente.
In tutta quella rete vi si erano impigliate
soltanto due alalunghe!
Sei persone, una barca a motore
armata di tutto punto, una rete costosissima, otto o
dieci ore di lavoro, tutto per due alalunghe! Per di più
il ritorno fu complicato da un guasto al motore che
costrinse l'equipaggio a remare per ore, fino a
raggiungere il porto di Messina. Una enorme fatica a cui
tutti si sobbarcarono mal volentieri perché
profondamente delusi.