www.colapisci.itL'uomo che diventa pesce per necessità o per sceltaWalter Ignazio Preitano

 

La pesca delle alalunghe

Ormai conoscevo tutti in quella zona, denominata "'a turri" per la presenza di un’ antica torre di pietra che aveva certamente avuto funzioni di avvistamento. E tutti mi conoscevano e mi riservavano una cordiale accoglienza. Lì, in zona, vivevano e operavano alcuni pescatori  professionisti. Gente rara già a quel tempo. Ebbi la fortuna di entrare nelle loro grazie e ciò mi permise di fare esperienze di cui servo un ricordo piacevolissimo. Certo, andare per mare con chi dal mare deve ricavare il suo sostentamento, é davvero un'altra cosa. Non ci sono sbavature e tutto é sotto il controllo diretto del "capobarca". Chi sbaglia o si trastulla, viene fatto sbarcare senza replica. Ed é anche comprensibile: l'investimento in mare é grande, ed un professionista non può permettersi il lusso di perdere un "mestiere" o di tornare a terra con gli attrezzi danneggiati. Non per leggerezza, quanto meno.

All'ospite, generalmente, viene assegnato un posto e le raccomandazioni sono di non lasciarlo, se non invitato a farlo.

Un giorno, il più vecchio dei pescatori, "zû Caitànu" (zio Gaetano) per tutti, con cui avevo instaurato un rapporto particolarmente affettuoso, mi annunciò che quella notte sarebbe andato per mare con la grande rete "palamidara", per sorprendere le ultime alalunghe di passaggio nello stretto. E mi chiese se ero disponibile a partecipare (come ospite, ci tenne a precisare) alla battuta di pesca notturna. Peppuccio, suo nipote, ragazzo di rara generosità, amico sincero ed esperto di mare, sarebbe stato della partita. Accettai con gioia, anche perché, per la prima volta, avrei visto calare quella rete mastodontica che tante volte aveva eccitato la mia fantasia.

Una volta la pesca alle alalunghe si praticava in modo completamente diverso. Era una pesca gioiosa e coinvolgeva una grande moltitudine di gente. Questo però quando andava a buon fine, altrimenti era solo un’attesa snervante sotto il sole.

La feluca stava al largo, ma non troppo; all'ancora, vicino a terra, due barche. Sull'ammiraglia, che veniva chiamata "buzzettu", l'equipaggio era formato da sette rematori più due uomini a poppa per la manovra di cala della rete: l'alalungara. Un ultimo uomo, in piedi sulla prora, per dirigere le manovre.

 

 

Quest'ultimo stava ritto e conservava l'equilibrio tenendosi dalla "palummedda" (colombella), un'asta di legno alta circa un metro, collocata proprio sulla punta della  prora e  che finiva con un ornamento a palla.
L'altra era una barchetta che, comunque, si sarebbe spostata poco dal punto di posta e che serviva per chiudere il sacco formato dalla rete una volta "gettata". L'equipaggio della piccola barca era abbastanza raccogliticcio e rumoroso, non avendo, quella seconda unità, funzioni peculiari che richiedessero grandi professionalità.

Le alalunghe sono pesci di passa che viaggiano in branco. Hanno dimensioni e peso ragguardevoli. La più grossa che io ricordo, pesava circa sette chili. Il branco attraversa (ma forse é meglio dire attraversava) lo stretto, sotto costa, e poteva essere formato da diverse centinaia di unità. Si ricordano cale di seicento alalunghe che inondavano la spiaggia ed il mercato. Le carni sono abbastanza gustose e sono richieste.

Così, se la giornata era quella buona, l'uomo della feluca segnalava la presenza del branco e dirigeva tutte le operazioni a distanza. Il "buzzetto" si metteva in voga e gli uomini di poppa si preparavano a mollare la rete, lasciandosi dietro una cima che veniva tenuta dalla piccola barca che rimaneva in attesa. Le possibilità erano due: o le alalunghe erano vicine a riva, ed allora la feluca dava ordine di cala immediata, o erano più al largo, ed allora l'ordine era: <<Va' fora >>. L'intento era quello di anticipare il branco e circondarlo con la rete, per poi avvolgerlo e recuperarlo. Tutto dipendeva dalla perizia dell'antenniere delle feluca.

Il "buzzetto" era molto veloce ed elegante. Solcava il mare schiumando e battendo la prora a martello. Al via della feluca, iniziava la cala. Ora le manovre venivano guidate dall'uomo di prora. L'operazione doveva essere veloce ma sicura. I tempi diventavano strettissimi perché le alalunghe virando, sarebbero potute sfuggire alla trappola mortale. La barca girava compiendo un semicerchio, nel quale tutto il branco era contenuto. Finita la cala, il "buzzettu" dirigeva a riva portando con se l'altra cima della rete. A terra c'era un grande fermento. Tutte le persone valide, anche donne e bambini, afferravano le cime e tiravano freneticamente. Intanto si batteva il mare tutt'intorno alla rete, con aste di legno da cui pendevano stracci bianchi (il bianco simulava l’addome del pescecane e faceva inabissare i pesci impauriti) e si tiravano pietre, sempre bianche, per evitare che i pesci uscissero dal "sacco" prima che la rete si chiudesse a terra.

Tutto era consentito purché servisse allo scopo. Le urla inondavano il paese. Era una festa a cui tutti avevano il diritto di partecipare.

E finalmente, uno spettacolo indimenticabile. Centinaia di alalunghe arrivavano a riva e saltavano trasformando quel tratto di spiaggia in un palcoscenico di folclore.

Era un divertimento per tutti, tranne che per le alalunghe. Per tutti c'era una porzione di pesce, piccola o grande che fosse. Il resto era ricavo e guadagno per i pescatori.

Ora lo "zio Gaetano" mi invitava ad un tipo di pesca diverso. E già nelle premesse, si aveva la certezza che il bottino sarebbe stato magro, nella migliore delle ipotesi. Ma in fondo per me era più interessante l'esperienza, e mi importava poco della quantità del pescato. Così preparai il mio fagottino, con la merenda e gli indumenti pesanti, e mi disposi per trascorrere in mare l'intera nottata.

Partimmo che era già buio. La barca era bella e ben tenuta. A poppa, la grande rete palamitara.

Percorremmo parecchi chilometri con un filo di motore. Non c'era premura. Dirigevamo a Sud, verso Messina, che avremmo superato di molto. Sulla barca c'era gente simpatica, ed il viaggio d'andata fu un vero divertimento. "Zio Gaetano", persona brillante e di grandissima esperienza, tenne banco per ore, raccontando avventure di pesca ed ironizzando su alcuni personaggi della "turri", che anch'io conoscevo bene.

Dopo circa tre ore di mare, "zio Gaetano" raccolse le idee e decretò il "ferma motore". Scrutò la costa non distante e valutò la posizione. C'erano altre reti già in posta, non lontane da dove ci trovavamo noi. Bisognava stare attenti a non dare fastidio e a non danneggiare i "mestieri". Quindi fu presa la decisione di mettere in posta la nostra rete. La "palamidara" é una rete a maglia larga che ferma solo pesci di grosse dimensioni. Ve ne sono di varie lunghezze. Credo che ne esistano di chilometriche. Ecco perché, già allora, i cosiddetti "pesci di passa" non passavano più. Venivano fermati prima che entrassero nello stretto. Le reti venivano posizionate in modo tale che i pesci, sfuggendo ad una, non avevano scampo con l'altra.

La nostra rete era di dimensioni più che  rispettabili, ma non saprei dire quanto fosse lunga: forse cinque o seicento passi, il che significa circa ottocento metri, ma non ne sono sicuro. Si  adoperarono  in  due  per   metterla  in mare: lo "zio Gaetano" e Natalino, un ragazzo in gamba, capace di ironizzare su tutto. E anche quando il suo volto ed il suo parlare erano seri, non si poteva fare a meno di ridere lo stesso. Era uno spasso. Sistemati i galleggianti, non fu ritenuto di applicare le luci di posta che segnalassero la presenza della rete, dal momento che la barca rimaneva lì, con tutto l'equipaggio, fino al recupero. Ora bisognava attendere. Quelli sono i momenti in cui l'affiatamento dell'equipaggio fa la differenza. Bisogna trascorrere alcune ore all'aria frizzante della notte e all'umidità del mare. Gli occhi si chiudono nello stesso istante in cui si smette di parlare. Ognuno vuol resistere, ma spesso il sonno é troppo forte. Cosi, a qualcuno, ma non a tutti, viene concesso un riposino. Credo che, per orgoglio, io abbia vegliato tutta la notte.

Cosi, dopo tre ore di posta, e prima dell'alba, "zio Gaetano" decise di recuperare la rete. Natalino indossò un grembiule di gomma, ed assieme a "zio Gaetano", cominciò a tirare. Bisognava fare piano e disporre la rete sulla barca in maniera ordinata, pulendola man mano dalle alghe che vi si erano impigliate. La scena divenne presto tragicomica. Non solo infatti non saliva pesce sulla barca, ma la rete era zeppa di piccolissimi esseri fosforescenti che emettevano una luce verde  brillante. Sembrava che il mondo si fosse capovolto e che il cielo si fosse scambiato di posto con il mare, portando con se una miriade di stelle. Il lato comico consisteva nel fatto che quei piccoli esseri provocavano sulle gambe e sui piedi di Natalino, bruciori incredibili, e le sue espressioni, non ripetibili, ci facevano schiattare dal ridere. E questo lo mandava ancora di più in bestia.

Il  recupero fu lento, faticoso e deludente. In tutta quella rete vi si erano impigliate soltanto due alalunghe! Sei persone, una barca a motore armata di tutto punto, una rete costosissima, otto o dieci ore di lavoro, tutto per due alalunghe! Per di più il ritorno fu complicato da un guasto al motore che costrinse l'equipaggio a remare per ore, fino a raggiungere il porto di Messina. Una enorme fatica a cui tutti si sobbarcarono mal volentieri perché profondamente delusi.
 

Walter  Ignazio Preitano

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