La Domenica dell'Ulivo venivano posti, in alto, sopra la "vetrina"
le tre uova pasquali che la zia ci mandava da Trieste.
Il mio nel mezzo "soi la mesàna" il più grande, perché mi chiamo
Pasqua, una piccola compensazione per questo nome antico che non mi
piaceva ma che ricorda una bisnonna e una zia.
Così aveva deciso il nonno, non mia madre che per me aveva scelto
Daniela.
Quel giorno iniziavano anche i riti della Settimana Santa con le
lunghe celebrazioni religiose, in latino, a cui partecipavo con la nonna sempre avvolta nel
suo "siarpòn" nero.
Ricordo il frastuono "de li' scrassulis" e del "batecul" il Venerdì
Santo e lo scampanio che annunciava la Resurrezione il Sabato Santo,
quando ci si lavava il viso con l'acqua della "canaleta".
E poi la Domenica e il Lunedi de l'"anzul" via per i magredi vestite
con qualcosa "di nuovo come le brocche dei biancospini" a cogliere
la profumatissima Dafne, "li' pascutis" e "li' scarputis de la
Madona" recitando felici poesie che la maestra ci aveva insegnato.
La Domenica dell'olivo di Pascoli la so ancora tutta. Mi incantava
allora per le parole nuove, insolite per me, e perché ritraeva il
mio mondo in cui la vita contadina era scandita dai ritmi della natura.