Morte di Giufà

Storie di Gíufà, ne so tante.
Di quella volta che vendette una pezza di tela d'Olanda a una statua... E quando sua madre, andando alla predica, gli disse di cuocere due fave, e lui la prese in parola e due veramente ne mise sul fuoco; poi, per sentirle di sale, se le mangiò... E quando una notte, mentre guardava il granaio dai ladri, li volse in fuga col parlare e rispondersi da solo, che pareva un esercito di carabinieri a cavallo...

Vi racconterò la sua morte...

Giufà strinse gli occhi, li chiuse. Avrebbe provato meno farne, così. Sapeva da un pezzo il segreto di addormentarla, la fame, sin da quando, ragazzo, aveva preso a sentirsela in corpo come una bestia intrusa, una volpicina che lo rosicasse da dentro ma che sarebbe bastato un fischio a stornare. Un fischio oppure una ninna nanna a se stesso: Giulà, dormi. Giufà, fa' 'a vovo'. Stu figgbiu è beddu e dormiri vò...  finché gli fosse cascato sul capo l'ingombro del sonno, una cappa di pece nera, sdrucita appena qua e là dagli abbagli d'una visione: ora d'una scodella di fave, ora d'un'acciuga salata, ora d'un fico d'india da cogliere al volo, scansando le spine, con una mano furba e callosa quanto una mano di vecchio...

Così per anni e anni, pascendosi d'aria. Ma ora è vecchio davvero, Giufà. Né c'è miraggio che valga a ingannare la volpe grigia che gli morsica la pancia...

Che aspetti, dunque, Gíufà? Non hai udito or ora starnazzare un pollaio qui accanto, dietro quel muro di cinta? Non hai udito levarsi dall'ombra la lusinga d'un coccodè?

Giufà scivola dal suo rifugio. Il buio è ancora pesto, secondo quel che si vede dalla finestra piccola del fienile. E' l'ora in cui nella masseria tutti dormono, propizia ai rubagalline, ma Giufà si sviluppa prudente, un piede dietro l'altro, con fatica di ginocchi e un mancamento d'aria nel petto. Da quanto tempo gli pesa questa vita pellegrina di salire e scendere e strisciare, e mangiare polvere di trazzera, e bere acqua di truogolo come i maiali; con sonni di ventura, che non sai quando cominciano e quando li romperà sul più bello un forcone di contadino. Da quanti anni? S'imbroglía con le dita, Giufà, nel contare. Saranno più di tre ventine, i suoi anni, era ancora garzone quando passò Garíbaldi... era ancora di prima barba quando vide il brigante Salíbba sparato fra i sugheri, con un bastoncello di ceraso nel pugno e un cane accanto, che gli leccava il sangue sul viso... Eppure, alla fine dei conti, non è stata una brutta vita, per come gli è capitato di viverla, di stagione in stagione con piogge e soli, caldi e geli, per aie di campi e vanedde di paese, con tante voci d'uomo che gli tornano ora a sussurrare familiarmente dentro le orecchie.
Che suono amoroso ha la voce umana, che concerto amoroso è la vita, eseguito da una banda di mille e mille strumenti, frulli d'ali, gorgoglio di torrenti, vento notturno fra le case... un concerto di crepiti, bramiti, aneliti, uggiolii, un concerto ch'è di uomini e bestie, di terra, aria e mare, ma che finalmente è la musica stessa, ineffabile, del vivere...
Solo le stelle non fanno rumore, luccicanti ed esangui, lassù, come i gioielli al collo della Madonna Addolorata, quando si leva sulle teste del popolo in lutto e traballando le solca col passo d'una paranza fra l'onde.

Dicono ch'è sciocco di mente, Giufà, ma non è vero oppure è vero a metà. E' ch'egli crede con abbandono all'evidenza e all'ínnocenza delle parole: se designano una cosa, per lui sono quella, né più né meno. Senza i viziosi drappeggi di cui l'uomo le ha rivestite nei secoli. Sicché, quando gli comandano "due fave", due veramente ne cuoce; quando gli raccomandano di tirarsi dietro l'uscio prima d'uscire, obbedisce volenteroso, e lo tira, lo tira, fino al punto di strapparlo dai cardini e trascinarselo via...

Lo stesso con le cause e gli effetti, di cui scorge solo i nodi contigui, mentre gli sfugge l'ordito: se porta l'asino a bere e vede la luna, che si specchiava nel pozzo, scomparire d'un tratto alla vista, è all'asino che dà la colpa d'averla bevuta e lo batte finché la luna si sprigioni dalla sua nuvola e torni a brillare nell'acqua. "Lo dicevo", si vanta allora con l'asino, "che te l'avrei fatta sputare!"

Crudele, ironica gioventù!
Sono favole, queste, che le ragazze si raccontano per sfizio e riso, mentre tessono fili di sparto alle seggiole sulle soglie dei dammusi. Che se vedono il vecchio passare nella sua divisa stracciona di soldato senza bandiera, lo chiamano, lo aizzano, scandalose, con discorsi di amore e baci, gli regalano alla fine, per unica indennità, una cubbaita o una focaccía di miele. Quanto è sufficiente appena a sfarnarlo una sera né gli risparmierà di dover tornare domani alla sua guerra antica di frode contro campieri e massari.
Senza sapere, Giufà, che campieri e massari fingono ormai di non accorgersi dei suoi spiccioli latrocini di vagabondo e lo lasciano scorrazzare a man salva attraverso la benevola cecità della notte...

Come stanotte che tutti sono rimasti a vegliare, in attesa che passino i corridori della Corsa Grande, quella di cui chi sa leggere ha letto notizia su ogni intonaco, da Termini a Buonfornello. Coi più fulminanti avvisi di non permettere in strada nessun vitello spariglíato, nessun bambino incustodito; di non esporsi dalle curve all'írrompere delle vetture; di preparare bende agl'infortunatí e soccorsi di pane e vino ai bersaglieri ciclisti.

Gíufà non sa leggere, della gara non sa niente. Il suo sentimento è rivolto tutto a una pingue gallina e a un uovo caldo nel buio. Striscia sul terreno verso quelli, penosamente, fermandosi sempre più spesso man mano che s'avvicina alla stia. Col cuore che gli rulla come un tamburo, ora che una sagoma di curatolo s'è stagliata contro il cielo, fantasma inatteso in cacciatora d'orbace, con lo schioppo sul braccio e una borraccia a tracolla.

Passa mezz'ora e a Giufà sembra di giocare a scardulli e capitani. Poi il curatolo s'allontana sopra una mula bardata. Bisogna a questo punto far presto, profittare dell'armistizio. Un dito d'azzurro più tenero essendo spuntato dall'orlo dell'orízzonte, significa che il più della notte è trascorso. Bisogna far presto. Giufà esegue due balzi ancora, di pochi passi, poi l'ultimo che pare eterno, con un ansito di stanchezza e sollievo. E' fatta, ormai, le dita sapranno essere al solito silenziose, micidiali, veloci.

Non è più notte, giorno non è ancora. Sul mare, doppiando il dente di Punta Scorsone, grandi vele si spiegano nel livore del crepuscolo come scialbe ali d'arcangelo. L'occhio le coglie appena, così sporche di brina e nebbia fiottano a pelo dell'acqua.
Gíufà riposa dietro una siepe di more, con tre uova in un fazzoletto e il peso d'una faraona strozzata che gli gonfia la pettorina. Mentre riposa pensa ed entrano nel suo pensare figure di lontananza, delle ragazze di gioventù, quando andavano a due a due, serrate nelle mantelline di saia, e ciuciulíavano come passere; e delle altre, di più matura stagione, dallo sguardo pízzuto come un trincetto nello spiraglio dello scialle. La vedova Arcidíacono, per esempio, gli torna in mente, la sera che lo chiamò a falciare la malerba davanti al cancello e alla fine lo tirò per mano, lo volle in casa sopra di sé, gli regalò persino un'onza d'argento. Una diavola nuda e bianca, Gíufà trema ancora pensandola, sebbene con un languore di piacere sazio nel sangue, per quel lume di carne di lei, grassa e nuda nel letto come una vacca, e maestosa nel taglio di luna che entrava dal lucernario, mentre a lui si chiudevano gli occhi, Giulà, dormi. Giulà, fa' 'a vovo', e lei balbettando gli baciava tutta la faccia e gli dava piccoli colpi col pugno contro la schiena...

C'era una luna su Girgenti, quella notte, c'era una luna...

Ora il vecchio Gíufà sta sdraiato dietro una siepe e non sa più che fare, ora che s'è ripassata per intero la carta giubileana della sua vita. Aspettando che spunti l'alba, lo stradale, dietro la siepe, è invisibile, ma pare abitato, scosso da zoccoli strani. Chissà che cosa, una cosa pesante, di tanto in tanto lo squassa. Giufà ne ha sentito parlare, di questi carri di ferro che corrono soli su quattro ruote, senza un mulo o cavallo che li tiri; e fanno rumore, e mandano lampi. Ne ha visto uno, una volta, un giorno di fiera, scendere a precipizio per i tornanti di Biddini, un attacco polveroso e fiammeggiante, che portava dentro di sé una testa piena d'occhiali e coronata di cuoio: il diavolo, o chi se non lui?

Uno stesso fragore e luci uguali crede ora d'udire e vedere, Giufà, appoggiando a terra l'orecchio e spiando fra il fogliame, benché dell'orecchío e dell'occhio suo si fidi assai poco, da un tempo in qua... lui che sapeva ad ogni primavera, steso supino sul prato, avvertire il fruscio dell'erba che cresce, cogliere da lontano con un sasso il guizzo d'una lucertola. Ma i giorni vengono e passano, la barba s'è fatta bianca, come sei cambiato, Giufà...

Giufà si spaventa dell'alba che tarda a nascere, della notte che resiste rombante e feroce. Beve i tre tuorli, uno dopo l'altro, accarezzandoli prima fra lingua e palato; ma il suolo che sobbalza sotto i piedi delle macchine mobili, lo spiffero d'afa torva che mandano e giunge di qua dalla siepe come un corto respiro di belva, e il silenzio, fra un passaggio e l'altro, stupefatto della campagna... ecco, gli pare, a Giufà, che tutta la terra stia male e urli di doglianza per potere sgravarsi. Peggio del terremoto d'altr'anno, che fu cosa della natura. Mentre oggi sono gli uomini a farsi male da sé...

Giufà sente che la gallina rubata viene perdendo calore contro il suo petto. Per pelarla e cuocerla ci vorrebbe un coltello, un po' di frasche da ardere, due bacchette in croce a fare da spiedo. Un armamento che il vecchio, sebbene di testa sventata, sa dove trovare: nella casa cantoniera in abbandono, li dirimpetto, di là dalla strada maestra. Sorge allora, sonnolento, e s'avvia. Scavalca la siepe, posa le piante scalze sul sodo della massicciata. Per istupidirsi e fermarsi di botto, accecato da due fari che gli si gettano addosso, sbucati dalla svolta vicina, all'impensata. Capisce che deve scappare e per un istante lo vuole, ma si sente da quegli occhi cercato, voluto. Allora corre incontro al nemico e non sa perché, corre incontro al diavolo a braccia aperte (Giufà, fermati, dove vai? quell'ingegno di ferro non t'appartiene, l'hanno inventato gli altri contro di te, contro la tua felicità rusticana ... ), corre incontro al diavolo senza segnarsi, sente con ira e stupore le quattro zampe impennarglisi sopra e ricadergli sul petto, schiantargli le ossa, sbriciolargli insieme alle costole, nascosto fra pelle e camicia, il bottino d'una gallina...

Era il 6 maggío 1906, giorno della prima Targa Florio, ma Giufà che ne sapeva?

da
L'uomo invaso
Gesualdo Bufalino
Bompiani

 Milano 1996
 

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