Giufà

Se ne possono contare tante di Giufà.
La più bella però è la storia del cardinale, che davvero Giufà stava per finire insieme a sua madre che poveretta non aveva colpa alle forche e vero è che nemmeno Giufà, balordo com'era, aveva colpa. Perché gli sfaccendati, che si divertivano a mettergli in testa cose strambe e pericolose anche, gli avevano dato consiglio di darsi alla caccia col vecchio Archibuso, che era ricordo di un suo avo o di un suo discendente, non si sa che il conto degli anni e dei secoli, del prima e del dopo, con Giufà non si può tenere.
Il vecchio archibuso che stava appeso al muro a capo del suo letto col corno della polvere e quello della lupara, la pietra focaia e gli stoppacci. Giufà trovò buona l'idea e domandò informazioni sul modo di caricare l'arma e di andare a caccia e sugli animali da ammazzare e quali fossero i più gustosi.
Gli spiegarono tutto, a modo loro e a modo di Giufà, e che i migliori da mangiare erano quelli con la testa rossa, cioè gli uccelli che i contadini chiamano testa rossa, e sono invece piccoli e magri, un pugno di ossicini, e mai i cacciatori li ammazzano.
Detto e fatto.

Giùfà approfittò che sua madre era andata a messa, la prima messa, quella dell'alba, staccò l'archibuso, lo caricò con tutta la polvere, tutta la stoppa e tutta la lupara che c'era, e si mise alle poste in una campagna appena fuori del paese.
Giufà vedeva grandi gambe di uccelli dal collo lungo scivolare sull'acqua, altri, dalle penne variamente colorate e splendenti, camminare lentamente sulla ghiaia dei vialetti, aprendo a ruota code che parevano fitte di occhi.
Ma aspettava, Giufà, quelli dalla testa rossa, e non sapeva se fossero uccelli o animali come le lepri o gli asini, o addirittura come gli uomini. La testa rossa, qualunque cosa vivente che avesse la testa rossa.
E aspettava, con l'arma che gli portava via le braccia, tanto era pesante.
Ed ecco al di sopra di una siepe verde lentamente muoversi qualcosa di rosso, un bel rosso lucente, un pelo che pareva di seta, aveva la forma di una cupoletta di moschea, non poteva essere che una testa se si muoveva e l'animale doveva essere tanto grosso che sarebbe bastato ad una brigata intera.
Ma Giufà non era così sciocco da dare a mangiare del suo e fece disegno di mangiarne subito le trippe, come sapeva prepararle sua madre con erbe e spezie, di far brodo della testa, di mettere i quarti in salamoia.
Diede fuoco alla conchetta della polvere e subito portò la mira alla cupoletta rossa. Fu un botto da far sfigurare quello del cannone di Castellammare e per il contraccolpo Giufà si trovò a sedere dentro un ruscelletto.
Si alzò e corse al punto dove la cupoletta rossa era scomparsa dietro la siepe. Trovò un corpaccio tutto rosso che pareva di un uomo, due mani grasse e bianche, due piedi con scarpe nere e a fibbia d'argento, ma non si poteva più dire dopo la cannonata che gli era arrivata.
C'era da mangiare per un mese.
Se lo caricò sulle spalle e corse a casa, dove sul tavolo di cucina lo scaricò.
Sua madre non era ancora tornata dalla messa. «Sorpresa grande!» pensò Giufà. «Mia madre sarà contenta. Non dirà più che sono un buono a nulla. Non lo può più dire con tutta questa grazia di Dio che le ho portato in casa».
E fu sorpresa che per poco sua madre non ci lasciava il senno.
Andava per casa strappandosi i capelli, sbattendo la testa al muro.
- Hai ammazzato il cardinale! Hai ammazzato il cardinale!

Giùfà che cosa fosse un cardinale non sapeva, guardava con gli occhi tondi per la meraviglia di quell'angoscia che si aspettava a un tripudio e non sapeva che fare. Poi di colpo, poiché i momenti di rabbia venivano anche a lui, si caricò sulle spalle il cardinale e andò a gettarlo nel pozzo del cortile.
La madre ancora si agitava e gemeva.
E Giufà, sempre infuriato, ma non sappiamo se per furia o per calcolo, per stupidità o per malizia, prese il montone che sua madre allevava e in quel momento pasceva tra le erbuzze del cortile, lo sollevò alto e lo scaraventò dentro il pozzo.
Più alto levò il gemito sua madre, corse al pozzo. Il montone era bello e affogato. Giùfà, per non sentire la lagna, se ne uscì di casa.

Per la scomparsa del cardinale, grande rumore corse in quella città e in tutta la Sicilia. Gli sbirri lo cercavano dappertutto. Con le loro picche frugavano nelle pagliere, nei granai, nei mucchi di pietre e di letame e persino nei materassi della povera gente, quando non era tanto povera da avere dei materassi.
E misero un premio, 100 onze, un bel mucchietto d'argento per chi avesse dato qualche notizia buona a far ritrovare vivo o morto il cardinale e 10 volte tanto, 1000 onze, per chi avesse denunciato il colpevole di quella sparizione.
Perciò gli spioni e gli avari andavano su e giù per le strade del paese come le spole di un telaio, e le loro orecchie, per lo sforzo di cogliere i minimi sussurri nei crocchi e dietro le porte delle case, parevano diventate grandi quanto le bocche dei tromboni.
E fu così che il capitano di giustizia, il capo degli sbirri, seppe che dal pozzo che era nel cortile della casa di Giufà veniva fiato di putrefazione e con grande apparato di sbirri vi si recò. Ma non che sospettasse di Giufà.
Uno per uno, il capitano per primo, tutti gli sbirri si affacciarono alla bocca del pozzo e nauseati se ne ritrassero. Per quanto amassero il cardinale, nessuno se la sentiva di calarsi giù, a tirar fuori quel corpo che, non c'era dubbio, nell'acqua stava disfacendosi. Si avvicinavano, gettavano un'occhiata a quel fondo d'acqua che specchiava le loro facce, i loro elmi lucenti, e subito si allontanavano a respirare l'aria buona del mattino.
Per cui, vedendo Giufà che vicino al pozzo se ne stava tranquillo, come non sentisse niente, al capitano venne l'idea di calare Giufà dentro al pozzo. Gli promise un'onza.
Per un'onza Giufà si sarebbe buttato nel pozzo a testa sotto. Non si sa, quelli che riferiscono la storia non lo dicono. Se Giufà avesse memoria di quel che aveva fatto?
Erano passati pochi giorni da quando nel pozzo aveva buttato il cardinale e il montone, ma si sa che i babbei non hanno memoria o hanno memoria confusa. Delle cose vere si ricordano nebulosamente, come di sogni. Comunque era pieno di allegria mentre gli legavano corde alla cintura e sotto le braccia mentre lo calavano giù. Quando toccò a fondo, l'acqua gli arrivava al petto, si inginocchiò e quasi gli arrivava alla bocca.
E cominciò a muovere sott'acqua le mani, a brancicare.
E subito gridò:
- L'ho trovato!
- Sua eminenza?
- domandò il capitano tenendosi il naso stretto tra due dita.
 - Che è sua eminenza? -  domandò Giufà.
- Voglio dire il cardinale -  precisò il capitano.
- Io non ho mai visto un cardinale -  disse Giufà - e tantomeno l'ho toccato. E qui sto toccando una cosa che può essere il cardinale come può essere un cane.
- Mal creato - gridò il capitano - ti insegnerò a Nerbate che differenza c'è tra un cane e un cardinale.
- Se parliamo di nerbate - disse Giufà - io non mi muovo più e scendete voi a vedere se si tratta di un cardinale o di un cane.
- Scherzavo -  disse il capitano.
- Così va bene - disse Giufà.

Intanto continuava a brancicare sott'acqua e guardava verso l'alto con una faccia perplessa, come di un cieco.
- Sbrigati - disse il capitano.
- Ecco, sto toccando una cosa pelosa, una cosa lanosa. Aveva lana addosso il cardinale?
- Non lo so -  disse il capitano.
- Non lo sapete. E quanti piedi aveva il cardinale, lo sapete?
Il capitano parve assalito da un nugolo di vespe. Cominciò ad agitarsi, ad agitare le mani nell'aria.
- Quanti piedi aveva sua eminenza?
- Hai il coraggio di domandare quanti piedi aveva il nostro amatissimo cardinale arcivescovo? Tiratelo su!
-  disse agli sbirri - Che gliene voglio dare tante di nerbate da farlo camminare a quattro piedi per tutta la vita!

Gli sbirri non lo tirarono su, che sarebbe toccato ad uno di loro scendere al posto di Giufà, e del resto anche il capitano, che agitato dalla rabbia non si stringeva più il naso con le dita, dal puzzo che sentiva, si persuase a mutare tono.
- Via! -  disse - non scherziamo.
- E chi scherza? - disse Giufà -  Io un cardinale, non so com'è fatto. Voglio sapere se questo che cerchiamo piedi ne aveva due o quattro.
- Quattro! - disse il capitano, confuso dall'ira.
- Due, signor capitano! - dissero in coro gli sbirri.
- E che? Ho detto quattro! -  disse il capitano, prendendosela ora con gli sbirri - E che vi ci mettete anche voi a farmi fumare la testa? Ho detto due, e quel figlio di una strega che si attenta a dubitarne l'avrà a che fare con me, l'avrà a che fare.
- Veramente avete detto quattro? - disse Giufà sorridendo e levando un dito verso il capitano in scherzevole ammonizione - E poi -  serio - Insomma, due o quattro?
- Due -  disse il capitano sbuffando collera.
- Questo qui ne ha quattro, dunque non è il cardinale - , disse Giufà.
- Due o quattro - disse il capitano - tu legalo alle corde, che lo tiriamo su.
- E perché fare un lavoro a spreco? -  disse Giufà -  Se non è il cardinale, perché tirarlo fuori?
- Fai come ti ho detto - disse il capitano - e non avrai a pentirtene.

Giufà continuò a brancicare sott'acqua, come non avesse sentito, e...
- Un momento! - gridò trionfante - Il cardinale aveva le corna!
- Le corna! Sua eminenza! Hai detto le corna! - urlò il capitano, e cominciò a correre intorno al pozzo, urlando  - Sacrilegio! Sacrilegio! - e digrignava i denti e si dava colpi disperati sulla corazza.
- Non può essere? -  domandò placido Giufà.
- Ti farò arrostire come un porco da latte! - gli gridò il capitano affacciandosi al pozzo.
- Una domanda non si può fare! - disse Giufà - E voi, ditemi com'è fatto un cardinale e io non domando più niente!
- Com'è fatto un cardinale? - gridò il capitano - È fatto come me e te, imbecille!
- Non ha niente di diverso? Niente di speciale? - incalzò Giufà.
- Niente! - disse il capitano.
- E perché lo cercate con tanti sbirri? Perché è un uomo importante, perché è come un principe. Ed è ricco?
- Ricchissimo!
- E in testa che porta?

- Un cappello di terzo pelo, un cappello rosso.
- E corna non ne ha. Siete proprio sicuro che non ne ha?
- Sicurissimo! - disse il capitano fremendo.
- Mah. Un momento, così, tanto per ragionare
- disse Giufà, che a guazzo nel pozzo ci stava fresco come sotto una pergola - Voi dite che Corna non ne aveva, e io vi credo. Ma voi l'avete conosciuto da vivo? Che ne sapete se da morto non gli sono spuntate? Io so che a chi da vivo ha fatto peccatacci, da morto gli vengono le corna. Il cardinale peccatacci ne aveva?.
La rabbia del capitano di nuovo esplose. Imprecazioni, minacce. E quando si calmò dal fondo del pozzo, venne quieta quieta la voce di Giufà che domandava:
- Nemmeno un peccato piccolo così? - e mostrava un'unghia.
- Nemmeno», disse il capitano.
- E che arte faceva? - domandò Giufà.
- Arte? - fece il capitano - Che arte, cretino? Faceva il cardinale, faceva! Comandava i preti, tutti i preti della Sicilia.
- Anche Don Vincenzo? - domandò Giufà.
Don Vincenzo era il prete della sua parrocchia.
- Anche Don Vincenzo -» rispose paziente il capitano.
- E allora? - disse Giufà - Questo vostro cardinale, secondo me le corna deve averle, e io ve lo mando su e lo vedete da voi.

Sott'acqua legò il corpo che era andato palpeggiando alle corde, gridò che tirassero, e venne su, fradicio, il montone, e Giufà appresso.
Il capitano e gli sbirri guardavano all'occhiti, senza parola.
- È o non è il cardinale? - domandò Giufà tutto allegro.
Il capitano gli mollò un calcio, e fu tutta la pena che Giufà ebbe, che a nessuno venne più in mente di cercare ancora nel pozzo.
 


Leonardo Sciascia
I mare color del vino

 

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