www.colapisci.itL'uomo che diventa pesce per necessità o per sceltaVola e i Naviganti

Il  viaggio

La casa dava su un’aia ampia e assolata, tutta bianca; i campi attorno, coltivati a grano saraceno, lenticchie, erba medica, rimandavano, con le leggere brezze della sera, tutti gli umori della terra lavorata.
Terra generosa. Le abbondanti piogge delle mezze stagioni favorivano la crescita di piante robuste e resistenti.

Cola viveva lì con sua madre Anna. Il padre non l’aveva mai conosciuto. Era scomparso, pochi giorni dopo la sua nascita.
Alla mattina Anna apriva le finestre e scendeva in cortile per iniziare una giornata di lavoro condizionata dai ritmi di galline, tacchini, e mucche che davano latte in abbondanza. Anna preparava formaggi: freschi e secchi che portava in città nei giorni di mercato; un po’ ne vendeva direttamente, un po’ ne cedeva ad altri ambulanti.

Cola andava a scuola tutte le mattine con il pulmino del comune e di pomeriggio aiutava sua madre nei lavori, per i quali comunque era necessario reclutare una serie di lavoranti nei momenti più impegnativi dell’aratura, della semina e poi del raccolto nelle varie stagioni.
La vita del ragazzo era tutta lì: da una parte, c’era il modo un po’ incantato della fattoria - un mondo cui era legato da un vincolo fortissimo - e dall’altro la scuola della piccola città che ogni mattina raggiungeva.
La sua mente era continuamente sollecitata dai saperi che entrambe le realtà gli trasmettevano.
Epoche, mondi, fatti, persone lontane nel tempo e nello spazio, contribuivano a creare in Cola una gran curiosità nei confronti di un futuro che lo avrebbe visto adulto, protagonista anche lui, forse, di una storia, in luogo geografico, per adesso ignoto - lontano - estraneo ma affascinante proprio per il mistero nel quale era avvolto.
Dopo un istante, però, provava paura; paura di scoprire dolore, solitudine, sconfitta.

Una notte la sua angoscia fu placata da un sogno nel quale incontrò suo padre, così come l’aveva visto da sempre nella foto più grande e più bella che lo ritraeva.

- "Papà sono solo"

- "Lo so figlio mio, ed è per questo che sono tornato"

- "Papà come farò ad affrontare il futuro?…Vedo allo specchio un volto sconosciuto , un corpo che non mi appartiene e penso che tra non molto sarò grande"

- "..E questo ti spaventa..?"

- "Si papà; a volte, mentre mi dirigo verso la città, guardo la casa e provo il desiderio di tornare sui miei passi…ripenso a quando ero piccolo e mi affacciavo sull’orlo del pozzo cercando di scorgerne il fondo e lanciavo un grido che ritornava moltiplicato. Era bello quel tempo papà, anche se tu non eri accanto a me".

- "Cola, è proprio di queste cose che volevo parlarti e poi dirti che anche se non mi vedrai, ci sarò".

Cola si risvegliò di soprassalto e ripensò per tutto il resto della notte alle parole di suo padre.

Appena fu giorno, corse ad affacciarsi al pozzo posto nel grande cortile.

- Colaah!

Mille voci risuonarono e lui, attratto dal quel richiamo, si appese alla corda e si calò lungo il buio cunicolo. Aveva tanta paura, ma ugualmente forte era il desiderio di andare fino in fondo.
Ad un tratto il buio si attenuò e lo spazio di una tetra caverna s’illuminò d’argento.
Subito dopo i piedi di Cola poggiarono su una sabbia granulosa e bianca. L’acqua che aveva intravisto, apparteneva ad un fiume di cui a sinistra si scorgeva l’origine. A destra si intravedeva lo sbocco verso una apertura illuminata dalla luce del giorno con attorno il fogliame di un fitto bosco.

Cola rimase incantato da quel luogo e senza accorgersene si lasciò lambire dall’acqua.
Prima nuotò in superficie e poi si avventurò ad occhi aperti più sotto. La corrente lo trascinò.

Più tempo trascorreva nell’acqua e più il suo respiro si adattava a lunghe permanenze in apnea. Qualcosa iniziò a trasformarsi in lui; i piedi si appiattirono e si allargarono e contemporaneamente si assottigliarono al punto da sembrare pinne.
Così accadde in poco tempo anche alle mani. Le sue guance si arrotondarono e la sua bocca, assunto un broncio un po’ più accentuato di quanto non fosse già prima, cominciò a muoversi ritmicamente emettendo bollicine d’aria.

Le piante acquatiche lo accarezzavano; pesci piccoli e grandi lo guardavano stupito.
I pensieri di Cola si trasformarono….Nulla era più come prima, ormai.

Il ricordo della casa e di sua madre si fecero lontani; piccoli, piccoli, in confronto alla durata del viaggio e allo spazio che intercorreva tra Cola e Colapesce.

Si accorse ad un tratto, dal sapore dell’acqua, di essere giunto fino al mare e provò a riemergere: vide l’apertura della foce davanti a sé e l’immensa distesa del mare più avanti.
Ora era possibile scendere ancora più in profondità.

Sgusciò tra le correnti, girò, s’inoltrò in tortuose caverne, si arrampicò tra i coralli; scorse nel buio, sagome d’animali che vivono e si nascondono nei cunicoli e sotto la sabbia, nei punti più lontani dalla superficie.

E poi un giorno intravide l’ombra inquietante di un vascello affondato.
Da una apertura di un oblò, vide tracce di una vita che pareva si fosse interrotta un attimo prima: la cabina di un ufficiale, perfettamente arredata con mobili e suppellettili ancorati ai loro supporti; fuori posto c’era solo un drappo, un lenzuolo, forse, agganciato alla lampada pendente dal soffitto, unica testimonianza dello sconquasso.
Ad un tratto Colapesce sentì una grande stanchezza, i suoi occhi avevano visto, scorto e scoperto infinite meraviglie.
Aveva percorso ed attraversato le più antiche strade del mondo. Si era immerso nel profondo oceano ed aveva esplorato un mondo straordinario…
Appoggiò esausto il capo sulla valva di una conchiglia e si addormentò.

Al risveglio si sentì sfiorare la mano da una stella marina che gli indicò la strada del ritorno.

A casa la sera stessa, Cola cenò con la madre, che non si accorse sul momento della luce diversa nello sguardo di suo figlio Colapesce.

 

Angela Pedone

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